L’IMPORTANZA DI MANTENERE IL POSSESSO IN SITUAZIONE DI VANTAGGIO

Decidere velatamente, anche se volutamente, di non ricercare e conseguentemente mantenere il possesso del pallone una volta passati in vantaggio, (o quanto meno di  avvicinarsi alle fasi conclusive dell’incontro nella condizione di voler gestire una o più reti a proprio favore principalmente attraverso l’ausilio dell’attrezzo del mestiere), non solo consegna ovviamente agli avversari la possibilità di creare molti più pericoli rispetto a quanto potrebbe essere differentemente sciorinato e prodotto qualora si evitasse di contrastarli esclusivamente in blocco basso, regalando la gestione della sfera, ma altro non fa che amplificare esponenzialmente la percezione del minutaggio, dilatando il tempo che separa la vittoria dal fischio finale.

È successo nell’ultimo turno di campionato alla Fiorentina contro l’Inter (con i viola incapaci di effettuare una manovra che oltrepassasse pochi secondi di circolazione nell’ultimo quarto d’ora), al Genoa al cospetto del Venezia (con i lagunari che hanno registrato l’ottanta per cento di possesso palla nella seconda frazione pur non riuscendo ad agguantare quanto meno il meritato pari) e, verrebbe da dire ovviamente, al Napoli contro la Roma: successivamente al doppio vantaggio firmato dalle reti di Anguissa e McTominay, la compagine di Allegri ha concesso quasi il settanta per cento di possesso palla agli uomini di Gasperini.

Ogni qualvolta a sbloccare la partita sono i partenopei, il Napoli porta a casa i tre punti soltanto nel 50% dei casi.

E il problema è perennemente il solito: il baricentro che si abbassa notevolmente, associato all’inevitabile atteggiamento passivo di un blocco troppo schiacciato, che subisce gol quasi sempre a difesa schierata.

Nei minuti in cui è stato in vantaggio (dal 27’ al 73’), la Roma ha avuto il 68% di possesso palla (con picchi dell’80% tra il 61’ e il 75’) e quasi il 90% di field tilt (metrica calcistica avanzata che misura il dominio territoriale di una squadra calcolando la percentuale di passaggi, o tocchi effettuati, da una formazione nell’ultimo terzo di campo rispetto al totale dei passaggi o tocchi realizzati in quella stessa zona da entrambe le squadre nel corso della partita).

Atteggiamento che anche questa volta non ha pagato.

Decisamente più redditizio proseguire nell’intento di voler determinare la partita alla stregua del Frosinone, lontanissimo dalla soluzione anche solo temporanea di stringersi attorno alla propria area di rigore: “noi creiamo quello che vogliamo, vogliamo determinare la partita. Poi possiamo commettere errori, come oggi, ma facciamo la partita per vincere, per creare identità e per fare determinate cose”.

Le maestose parole di Alvini dopo il 4-4 ottenuto contro l’Atalanta.

Kvernadze e Ghedjemis, esterni offensivi della brillante compagine ciociara, risultano essere i migliori del campionato per numero di conduzioni concluse con un tiro.

Ghedjemis (un misto fra Mahrez e Ziyech per caratteristiche fisiche, tecniche, ondulatorie e balistiche, pienamente recuperato dopo le vicissitudini legate ad una possibile, remunerativa, cessione) è stato, nella partita contro gli orobici, il catalizzatore delle azioni offensive del Frosinone (il 43% degli attacchi del Frosinone si sviluppa sul lato destro, un dato che svetta in Serie A nella specifica particolarità), non solo per i tre assist e i sette passaggi chiave con cui ha innescato i compagni, ma,  soprattutto, per gli spunti attraverso i quali ha ininterrottamente puntato il diretto avversario con velocità, abilità nello stretto e visione.

E, notabilmente, mentalità: quella che Alvini decide di insegnare e di voler vedere disseminata attraverso il gioco all’interno dei confini del manto erboso.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

Una risposta

  1. Vorrei darti un abbraccio(mi permetto di darti del “tu”). Non sai da quanto tempo sostengo questa cosa! E quante volte troviamo commenti superficiali che si basano sul dato finale:”ha vinto la squadra che ha fatto meno possesso palla”, senza contare che, molto spesso; soprattutto qui in Italia, ma devo dire che si sta estendendo anche all’estero questa mala abitudine; la squadra che segna ha avuto più possesso nella porzione di partita che ha preceduto il goal, per poi magari chiudersi e lasciare l’iniziativa agli avversari, talvolta per aprirsi campo e provare a sfruttare spazi più ampi; talvolta proprio buttando il pallone nel vuoto, senza senso e senza un’idea; come è successo ieri sera nella partita tra il Torino e il Como. Soprattutto nel 2° tempo, ho contato almeno 5 rilanci, volutamente sparati nel nulla; al solo scopo di allontanare il pallone. E dire che i granata, in quel paio di occasioni nelle quali hanno provato a riproporsi, sono pure stati pericolosi! Se invece di provarci 2/3 volte, l’avessero fatto-che ne so-10/15 volte, forse sarebbero aumentate le chance di segnare il secondo goal. Così come tenendo di più il pallone, avrebbero sicuramente sofferto di meno. Invece hanno lasciato il pallino, completamente, ai lariani che-dai e dai-sono pervenuti al pareggio prima e poi hanno segnato anche il 2° e il 3° goal. Bisognerebbe far capire a tanti che il possesso è abbastanza indispensabile per segnare e quantomeno impedire agli avversari di rendersi pericolosi. Ma mi sembra talmente intuitivo che trovo persino risibile doverlo specificare…
    In ogni caso, un grande pezzo. Un abbraccio

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