IL CORAGGIO DI CAMBIARE

È sabato mattina. Campo in sintetico, ore 10:15.

Un bambino riceve palla. Ha spazio. Alza la testa, prova a saltare l’avversario.Sbaglia…

Dalla panchina arriva subito la voce dell’allenatore:

“NO! GIOCA SEMPLICE! PASSALA!”

Dalla tribuna, un padre: “Ma cosa fai?!”

Il bambino abbassa lo sguardo. Alla giocata successiva, non ci prova più.

Passa la palla indietro. Applausi. La partita continua.

La crescita si ferma.

Questa scena non è un’eccezione. È la normalità. Succede ogni weekend, in centinaia di

campi in tutta Italia. E ogni volta succede la stessa cosa: un errore diventa un limite, una

scelta diventa paura, un tentativo diventa un divieto. E noi continuiamo a chiamarlo

“insegnare calcio”

.Il problema del calcio giovanile italiano non è la mancanza di talento. Il problema è molto più profondo:

È culturale. È metodologico. È educativo.

Abbiamo costruito un sistema in cui:

  • si premia chi sbaglia meno, non chi prova di più
  • si insegna a eseguire, non a decidere
  • si gioca per vincere oggi, non per crescere domani

E il risultato è evidente. Formiamo giocatori ordinati, ma non creativi. Disciplinati, ma non liberi. Preparati, ma non pronti. Per anni ci siamo raccontati una storia comoda:

“Non nascono più talenti come una volta”

Non è vero. I talenti nascono ancora. Semplicemente, smettiamo di riconoscerli. O peggio, li spegniamo.

Li correggiamo troppo presto. Li incaselliamo troppo presto. Li giudichiamo troppo presto. E così, invece di svilupparli, li adattiamo. Il calcio, nella sua essenza, non è esecuzione.

È scelta. È un’interpretazione. È rischio. È errore.

Eppure, nel settore giovanile, facciamo di tutto per eliminare proprio queste componenti.

Allenamenti prevedibili. Esercizi senza contesto. Ruoli rigidi. Partite che contano troppo. Abbiamo trasformato un gioco complesso in una sequenza di istruzioni. Il calcio giovanile non deve insegnare a giocare meglio oggi. Deve costruire giocatori migliori per domani. E per farlo, serve cambiare approccio. Non qualche esercizio. Non qualche dettaglio.

Serve cambiare mentalità.

Quello che scrivo non è un manuale, è una proposta. Una presa di posizione. Un invito al cambiamento. Perché il calcio giovanile italiano non ha bisogno di aggiustamenti.

Ha bisogno di coraggio. Lo stesso coraggio che chiediamo ai bambini in campo…ma che troppo spesso manca agli adulti fuori dal campo.

La domanda, quindi, non è se il sistema funziona. La domanda è:

Abbiamo davvero il coraggio di cambiarlo?

Domenica pomeriggio. Ultima partita di campionato.

“Se vinciamo, arriviamo primi”. Un bambino riceve palla sulla fascia. Ha spazio. Può puntare l’uomo.

Dalla panchina: “PORTALA ALLA BANDIERINA!” Il bambino si ferma. Si gira. Protegge palla. Fallo laterale.

Applausi. La partita finisce. Vittoria. Primo posto. Foto di squadra.

Ma c’è una domanda che non viene fatta.

Quel bambino è diventato un giocatore migliore?

Nel settore giovanile, il risultato ha assunto un valore che non dovrebbe avere. Non è più un indicatore del percorso, ma è diventato il fine stesso del percorso. Questo cambiamento, spesso sottovalutato, modifica profondamente tutto ciò che accade in campo. Quando vincere diventa l’obiettivo principale, cambiano le scelte dell’allenatore, cambia il comportamento dei genitori e, soprattutto, cambia il modo in cui i bambini interpretano il gioco. Il calcio smette di essere uno spazio di esplorazione e diventa un contesto in cui evitare l’errore diventa prioritario.

Il problema non è immediatamente visibile, perché nel breve periodo questo approccio produce risultati. Le squadre diventano più ordinate, più compatte, apparentemente più efficaci. Ma quest’ordine è spesso costruito a scapito della crescita individuale. Il bambino impara rapidamente cosa è accettato e cosa no, e tende ad adattarsi di conseguenza.

In un ambiente in cui il risultato pesa troppo, il rischio viene progressivamente ridotto. Il giocatore evita la giocata difficile, rinuncia all’uno contro uno, preferisce la soluzione più sicura. Non perché non sia capace di fare altro, ma perché ha imparato che l’errore ha un costo troppo alto.

Questo porta, nel tempo, a una standardizzazione del comportamento: i giocatori diventano prevedibili, meno creativi, meno autonomi nelle scelte. Il messaggio che passa, anche senza essere mai esplicitato, è estremamente chiaro: non sbagliare è più importante che provare. Ed è proprio questo il punto critico.

Perché lo sviluppo di un giovane calciatore si basa esattamente sul processo opposto: tentativo, errore, adattamento.Vincere, di per sé, non è un problema. Fa parte del gioco, è naturale, è anche motivante. Il problema nasce quando viene anticipato rispetto alle fasi di sviluppo. Nelle prime età, il calcio dovrebbe essere uno spazio in cui il bambino può sperimentare liberamente, prendere decisioni, sbagliare senza paura e costruire gradualmente la propria comprensione del gioco. Anticipare la logica del risultato significa interrompere questo processo. È come chiedere a un bambino che sta imparando a parlare di non sbagliare le parole: finirà per parlare meno, con meno sicurezza, evitando situazioni in cui potrebbe mettersi in difficoltà.

Nel calcio succede la stessa cosa: il giocatore smette di provare, non perché non ne sia capace, ma perché ha imparato che è più sicuro non farlo.

Da qui nasce il vero paradosso del sistema. Per vincere nel breve periodo, si privilegiano giocatori più sviluppati fisicamente, si riducono le situazioni complesse e si guidano continuamente le scelte. Questo produce risultati immediati, ma limita la costruzione di quelle competenze che saranno fondamentali in futuro: la capacità di leggere il gioco, di adattarsi, di prendere decisioni autonome in contesti imprevedibili.

Il calcio, soprattutto ai livelli più alti, non è esecuzione perfetta di schemi predefiniti, ma interpretazione continua delle situazioni. È un ambiente dinamico, in cui il giocatore deve decidere rapidamente, spesso in condizioni di incertezza. Se durante il percorso giovanile non viene allenata questa capacità, difficilmente potrà emergere in seguito.

Allenare per vincere oggi significa, spesso, sacrificare il giocatore di domani. E questo non è un problema del singolo allenatore, ma di una cultura diffusa, in cui il risultato è diventato il principale parametro di valutazione.

Per questo motivo, il cambiamento non può essere superficiale. Non si tratta di modificare qualche esercizio o introdurre nuove metodologie, ma di ripensare il significato stesso dell’attività giovanile.

La domanda centrale deve cambiare: non più “come possiamo vincere questa partita?”, ma “che tipo di giocatore stiamo formando?”.

È in questa domanda che si gioca il futuro del calcio giovanile.

BIO: ORAZIO FUSCO

Allenatore di calcio giovanile, attualmente allenatore in seconda presso l’under 17 dell’ Ss Arezzo. Nel mio percorso ho lavorato anche con le categorie di base, esperienza che ha contribuito a sviluppare una particolare attenzione ai processi di apprendimento nelle prime fai della crescita del giocatore. Cerco sempre di portare avanti un percorso di studio e aggiornamento costante, con l’obiettivo di comprendere sempre più a fondo come si apprende davvero il gioco del calcio. Credo che allenare non significhi trasmettere soluzioni, ma creare le condizioni dove il giocatore impari a trovarle

9 risposte

  1. Bravissimo. C’è ancora speranza nel futuro. Bisogna far crescere questo tipo di consapevolezza. Non è facile. C’è chi lotta da anni per questo cambiamento e le resistenze aumentano invece che diminuire.
    Continuiamo ad insistere

    1. Riflessione di altissimo livello.
      Aggiungo se mi e’ consentito due concetti:
      1) noi non dobbiamo costruire giocatori, ma scoprire i giocatori di talento, partendo dall’assunto che il talento, nell’accezione piu’ alta del termine e’ sapienza innata, che deve attraverso il gioco, affinarsi, modellarsi, sublimarsi, ESSENDOCI VERAMENTE POCO DA INSEGNARE;
      2) Noi non dobbiamo costruire giocatori che arrivino a conseguire un’alta comprensione del gioco, ma scoprire giocatori che IL GIOCO LO DETERMININO.
      Siamo indietro, in questi aspetti, di almeno un quarto di secolo rispetto a tutti gli altri, anche a realta’ che un tempo, rispetto a noi, avevano ritardi siderali.
      Gli Spagnoli per esempio, individuano, con altissimo talento di chi se ne occupa, i migliori talenti calcistici e li mettono in campo con il primario obiettivo di sublimare talento e genialita’.
      Io, pur essendoci stato diverse volte, non ho mai visto un istruttore del Barcellona insegnare la tecnica a un bambino della Masia..
      Il terzo concetto e’ dunque, che dobbiamo un po’ uscire dalla ” sbornia di insegnamento ” che da noi impera e i cui eccessi azzerano il talento.
      Non scolaretti istruiti dobbiamo avere, ma artisti, perdonatemi, anche un po’ ” anarchici “.

  2. Sono diventato terribile con questi personaggi che agiscono in questo modo. Quindi
    ….risulto antipatico, villano, saccente, rompi p…….le!!!
    CLONATORI LI CHIAMO E NON GLIELO MANDO A DIRE!
    NON ALLENATORI CHE DOVREBBERO STUDIARE ALMENO IL TERMINE EDUCARE….EDUCERE:
    TIRAR FUORI .LE CAPACITÀ..
    EVIDENZIARE IL POTENZIALE….
    FAVORIRE LO SVILUPPO….
    METTERE IN SITUAZIONI NUMEROSE PER….
    Stando zitttttttti , non come in numerosissimi campi prof e dilettanti!!!
    Stando zitti come fanno all’ Etihad campus e al Da Luz nella SC.calcio che dalla recinzione chiunque può ammirare.
    Andateci voi CLONATORI altrimenti cambiate compito in una scuola.calcio.
    Fate i magazzinieri o persone delle pulizie se avete l’ accortezza di accorgervi che
    Parlate
    Parlate
    Parlate ….in continuazione.
    Se non vi accorgete, sarà danno irreparabile!!
    http://www.zucchellibruno.it

  3. Concordo, specialmente sul fatto che prima si deve far uscire il talento e poi vada educato con degli schemi per poter avere una squadra, non un gruppo di individualisti. I ragazzi devono poter provare e imparare sulla propria pelle da errori e successi – così formeranno il proprio stile e modo di giocare e si sentiranno motivati a dare il meglio perché esprimeranno se stessi.

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