Il calcio attuale, per me che vivo di calcio, malato nell’anima per questo giocattolo sferico e che, con il progetto AMC FOOTBALL ACADEMY, ne ho fatto una professione, non mi piace, mi annoia.
Un calcio dove la componente fisica e atletica è sempre più preponderante e predominante, dove il cuore del gioco, ossia il centro del campo, è stato relegato sulle corsie laterali, un calcio dove è morto il numero dieci, l’artista per antonomasia, il fantasista, colui che nel traffico della tangenziale di Milano vede corridoi magici per illuminare i compagni.
Sono morti però, contestualmente, anche i registi arretrati o quelle mezze ali che erano fantasisti a tutto campo.
Tutti questi “decessi” hanno portato il calcio a vedere diminuire, quasi scomparire potremmo dire, una componente che infiamma i tifosi ed accende le anime degli innamorati del futbol (scritto volutamente alla sudamericana), ossia il tiro da fuori area.
Pensiamo alla serie A degli ultimi 10 anni. Da una attenta analisi dei dati statistici, limitando la ricerca a centrocampisti che occupano la zona centrale del campo, ossia play e mezze ali, i numeri ci dicono che per quanto riguarda i play la media è tra zero e un goal a campionato, mezze ali tra uno e due goal a campionato. Risultati identici nella Liga Spagnoli, superiori in Premier League, dove troviamo play media uno o due goal a stagione, mezze ali tra due e quattro. Una via di mezzo la Bundesliga.
Numeri, comunque, assolutamente deficitari e che palesano come sia venuta a mancare completamente, o quasi, una componente indispensabile dello spettacolo, il tiro da diciotto, venti metri.
Una ventina di anni addietro era cosa comune trovare centrocampisti in doppia cifra. Lampard si attestava tra i quindici e i venti goal a stagione, Gerrard spesso sopra i dieci, Yaya Tourè arrivò a segnare venti goal in una sola stagione, in Italia, Nainggolan e Candreva sono andati in doppia cifra, Rakitic spesso in doppia cifra, Saul Niguez spesso intorno ai dieci, Isco, in Germania Ballack e Muller spesso sopra i dieci. Adesso nelle varie Lege, fatta eccezione per Bruno Fernandez del Manchester United, trovare giocatori vicini alle dieci marcature o sopra è cosa praticamente impossibile.
Da allenatore che da anni si occupa di formare allenatori con la metodologia AMC FOOTBALL ACADEMY, metodologia che si basa sulla realtà del gioco quindi con fondamenta in neuroscienze e approccio sistemico, mi devo chiedere, obbligatoriamente, cosa stiamo sbagliando?
Lavorando in situazione costante, con infinite micro situazioni che riproducono ciò che credo di trovare in partita, credendo in un gioco di dominio degli spazi, il gioco ti porta spesso negli ultimi venticinque metri: perché nessuno calcia più?
È questione di blocchi bassi e del fatto che il gioco, come dicevo in apertura di questa riflessione, oggi è più esterno? E’ mancanza di personalità? Sono venuti a mancare completamente i giocatori che hanno il tiro come abilità? In allenamento incentiviamo questo gesto tecnico?
Sia quando ho allenato in prima persona, sia quando ora sono sui campi per le mie consulenze da formatore, dico sempre una frase ai giocatori, che appare banale, ma per me non lo è: “se non tiriamo non segnamo, se tiriamo fuori cosa succede? C’è la pena capitale? Una multa? No, nulla, non succede assolutamente niente, il portiere avversario rimette palla dal fondo. Se però tiriamo e
facciamo goal, ci abbracciamo e viviamo un momento bellissimo, sia a livello individuale, un goal da fuori area è leggenda da raccontare, sia collettivo, perché hai fatto qualcosa di importante e speciale per i tuoi compagni”.
In questo gesto annovero anche i calci di punizione da fuori area: in serie A si è passati dai 43 goal della stagione 2013/14, ad arrivare a stagioni con miseri 13 goal.
A livello mondiale, nei primi dieci realizzatori di calci di punizione uno solo è in attività, Leo Messi. La maggior parte ha smesso da molti anni: Juninho Pernambucano, Pelè, Ronaldinho, Beckham, Zico, Maradona, Koeman. In serie A Mihajlovic pari merito con Pirlo, poi Del Piero, Baggio e Totti. Si capisce chiaramente che siamo oggi nel nulla più assoluto.Un calcio da fermo non ha a che fare con un blocco basso o un gioco decentrato sugli esterni. Allora cosa è successo? Ciò che sto evidenziando è un problema del calcio mondiale, non solo della serie A che è, palesemente, in declino costante da molti anni.
Ricordo una intervista del compianto Sinisa, specialista assoluto, che diceva che oggi nessuno si ferma più dopo allenamento a provare le punizioni e per fare goal servono ore ed ore di esercizio.
Perchè nessuno vuole provare l’emozione di segnare un goal su punizione?
Eppure oggi le palle inattive hanno una incidenza incredibile sul totale dei goal. La media si attesta sul 30% dei goal segnati, con squadre che arrivano al 45%, quasi la metà dei goal segnati.
Venti anni fa la media era poco superiore al 20%, ma contando i goal diretti che erano nettamente maggiori. Oggi sono stra studiate e codificate nel minimo dettaglio. Un terzo dei goal da palla inattiva arrivano dai calci d’angolo, che sono in costante evoluzione. I grandi club hanno un allenatore specializzato in palle inattive. In crescita costante anche le situazioni da rimessa laterale.
Vi piace un calcio dove la parte predominante è una palla inattiva? A me assolutamente no, mi mette tristezza.
Sono certo che la video analisi abbia contribuito in modo significativo a dare agli allenatori una marea di dettagli ed elementi per portare il calcio verso la strategia estremizzata, ma sono altrettanto sicuro che questa “disumanizzazione del calcio” dove servono più robot che giocatori sia colpa di chi allena, che sta, chiaramente, sbagliando e non poco.
Nel calcio giovanile abbiamo un dovere, lavorare sul coraggio, sul provare ed essere liberi di sbagliare, dobbiamo far sognare i bambini, futuri giocatori, nel cercare la rete con tiri da fuori area, di giocare nel traffico e provare il dribbling. Non posso e non voglio credere che oggi i nuovi nati siano per “dna” meno dotati dei bambini di cinquanta, quaranta, trenta anni addietro.
Certamente le minore ore di calcio giocato influiscono eccome, la strada erano ore ed ore di lavor con la palla in situazioni spesso con difficoltà amplificate rispetto alla realtà, non ridotte come avviene troppo spesso in campo.
Questo calcio meno estroso, più fisico, più tattico, diciamo meno coinvolgente sta portando il futbol ad avere meno appeal . I giovani under 25 seguono sempre meno una intera partita e preferiscono limitarsi agli highlights sui social network. Questi giovani che oggi sono una fetta del pubblico, ogni anno, per forza di cose, aumentano la loro percentuale. Tra una decina, quindicina di anni il calcio sarà ancora un fenomeno di massa, una religione per centinaia di milioni di persone? Questo dato è preoccupante, molto, ma mi pare che si faccia, ancora una volta, finta di nulla.
Il sistema calcio mi ricorda gli orchestrali del Titanic, che continuano a suonare mentre il transatlantico affonda.
Oggi, dicono chiaramente le statistiche, solo in 50% dei goal nasce da open play, ossia azione manovrata. Circa un 7% da ripartenze, un 10% da riagressioni forti nell’ultimo terzo, il 30% da palle inattive e un 3% da goal casuali, come autoreti
Il calcio è emozione che si fa letteratura, una metafora della vita, dei sentimenti e delle ribellioni nascoste dietro ad un goal o ad un dribbling scriveva l’immenso Eduardo Galleano.
I dati statistici evidenziano un drastico calo dei dribbling nella zona centrale del campo, oggi il calcio ricerca sicurezza, azzerare il rischio, ma, come recita un mio tatuaggio e mantra della mia vita, “senza coraggio non esiste gloria”.
Dagli anni 2000 ad oggi i dati evidenziano un crollo dei dribbling nella zona centrale. Parallelamente alla morte del tipo 10. È bene ricordare che i 10 non erano solo campioni assoluti del calibro di Roberto Mancini, Roberto Baggio, Gianfranco “magic box” Zola, Alex Del Piero e Totti, ma esistevano fantasisti anche men altisonanti che erano comunque capaci di offrire alle loro squadre una qualità altissima e per le stesso fondamentale. Vorrei ricordare Morfeo, Diamanti, Cozza, capaci di regalare perle uniche.
Mi sono limitato al talento italiano, ma quel calcio aveva artisti stranieri capaci di illuminare le partite e infiammare le folle. Squadre di vertice con fantasisti dal livello assoluto, ma anche i piccoli club erano capace di tesserare talenti incredibili.Dove è finito il giocatore capace di lavorare nel traffico centrale a cavallo tra zona 1 e zona 2 in costruzione e zona 2 e zona 3 in rifinitura? Non solo numeri 10, ma anche delle mezze ali, degli 8, capaci di unire quantità, inserimenti, dinamismo e sacrificio, a capacità di lettura del gioco e di vedere spazi dove un occhio normale non vedeva nulla. Anche qui avremmo decine di giocatori da citare, sia di primissimo livello, campioni assoluti, che giocatori di squadre minori, ma ugualmente illuminanti e decisivi. Boskov diceva che Mancini vedeva autostrade dove gli altri vedevano sentieri di montagna.
Questi giocatori non sono scomparsi sono dagli italiani, ma nel mondo. Abbiamo scelto scientemente di uccidere il calcio? A che pro?
Nei miei corsi, al contrario del calcio che vedo, dico e ripeto costantemente ai miei allenatori che dobbiamo avere due “art director” per dominare tempo e spazio, per creare superiorità numeriche, posizionali e qualitative. Un play, regista vero, che non si limiti a giocare a muro o a fare stucchevoli passaggi orizzontali, ma che osi, che sia il direttore di un calcio relazionale e un secondo art director dietro la punta o le punte. Basta andare solo sugli esterni, il calcio si domina al centro. È il cavallo di Troia che rompe le strutture. Che fa vacillare le certezze, il nemico vero dei blocchi bassi. Un continuo svuotare e riempire spazi leggendo il gioco, “sentendo” il gioco.
Tutti i dati esposti si riferiscono al “gota” del calcio, ma lavorando con i miei allenatori in tutte le categorie, dove non esistono questi dati, da quel tanto che vedo la situazione mi sembra molto simile, anzi, a volte anche peggio.
Certo nei più piccoli l’incidenza dei tiri è maggiore, spesso perché loro stessi comprendono che il portiere, per quando bravo, non copre minimamente le dimensioni di una porta e quindi, furbescamente, pensano “se tiro alto non ci arriva”.
In conclusione il calcio nei suoi gesti artistici, quelli che infiammano le anime, che portano i giocatori nell’Olimpo degli immortali, è quasi azzerato.
Un ultima riflessione collegata agli aspetti che ho portato alla vostra attenzione. Sento parlare continuamente di principi di gioco. Siamo davvero sicuri che si alleni per principi di gioco e non per codifiche mascherate da principi di gioco?
Vedo spesso, anche i grandi club, provare giocate preconfezionate contro delle sagome. Quello è l’esatto opposto dell’allenare per principi di gioco.
Nel calcio fatto estro, talento, fantasia, imprevedibilità è la relazione a essere indispensabile. La relazione che risolve ciò che il calcio chiede in quello specifico momento, in quella specifica situazione. Mai uguale. Una infinità di situazioni che si affrontano e risolvono con i principi di gioco. Situazioni dove l’elemento primario è l’avversario, non noi.
Il calcio è tempo e spazio. Io identifico quattro tipi di spazio: pieni, vuoti, da svuotare e da riempire. Svuoto e riempio con la relazione, con la libertà di movimento, con un massiccio lavoro senza palla.
Certo, allenare un calcio relazionale è infinitamente più difficile che allenare un calcio con codifiche e catene. Devo far conoscere e capire al giocatore il gioco. Conosco, capisco, gioco è la fondamenta del calcio relazionale.
Vi invito a fare delle riflessioni su quanta colpa abbia chi allena, a partire dai piccoli, ovviamente.

BIO: Alessandro Mazzarello. Sono nato a Genova il tre agosto del 1977.
Sono laureato in giurisprudenza. Di professione, da quattro anni, sono un Docente Scolastico, dopo aver fatto per venti anni consulenza a privati ed imprese in campo finanziario e di strategie commerciali.
La mia vera e assoluta passione è, da sempre, il calcio. Per diciotto anni ho praticato il futsal a buoni livelli, dove ho avuto anche il doppio ruolo di allenatore – giocatore in serie C/1, perdendo la finale per l’accesso in serie B B con una piccola realtà e dove ho allenato inoltre la Rappresentativa Ligure, portandola, unica volta nella storia, alle semifinali nazionali.
Smesso di giocare, a trentacinque anni, in possesso della LICENZA UEFA B e LICENZA ALLENATORE CALCIO A 5, ho iniziato ad allenare nei settori giovanili, togliendomi, da subito, enormi soddisfazioni. Alcuni dei ragazzi che ho avuto la fortuna di allenare sono oggi dei professionisti o protagonisti assoluti nel campionato di serie D. Nei miei anni da allenatore ho avuto modo di iniziare a sperimentare la mia metodologia, un misto tra artigiano nel suo laboratorio e alchimista. La più bella esperienza quella come Responsabile Tecnico, dove ho appunto affinato quello che poi sarebbe diventato il mio presente e, ne sono certo, il mio futuro, il percorso di formazione e approfondimento metodologico con la AMC FOOTBALL ACADEMY.
AMC FOOTBALL ACADEMY nasce dopo il molto studio che ho parallelamente portato avanti alla sperimentazione sul campo e grazie anche ad importanti collaborazioni e constanti e continui confronti con importanti esperti del settore. Ho deciso di studiare la realtà del gioco e la sua costante e continua evoluzione, partendo sempre da perchè di un cosa.
Determinante la creazione della P&M COACHING e PM SOCCER LAB di cui sono co-founder insieme la collega mister Pasquale Palermo. Insieme abbiamo organizzato più di trenta incontri di formazione on line, con, adggi, oltre duecentomila visualizzazioni.
Sono sempre più convinto che possedere una LICENZA UEFA, quale essa sia, debba essere un punto di partenza e non di arrivo.
Costanti e aggiornamenti e approfondimenti sono la sola ed unica via per poter pensare di trasmettere delle conoscenze ai propri giocatori e alle proprie giocatrici.
Volersi sempre migliorare arricchendo il bagaglio delle conoscenze sia la sola ed unica strada per elevare il livello del proprio lavoro sul campo.











7 risposte
A PROPOSITO DELL’ULTIMA PARTE
“In Italia, chiedi a un giocatore perché ha fatto un passaggio.
Non lo sa.
In Spagna, invece, ti spiega: “Ho visto Lass lì, ho visto Shamsh là, ho analizzato questo, quindi ho deciso così. Ah, peccato, non avevi visto Sylvain tutto solo davanti alla porta.”
Sylvain De Weerdt, ex Real Sociedad e Athletic Bilbao, rivela la vera differenza tra le due scuole di formazione.
In Spagna, prima degli 11 anni, possiedi già tutto il tuo bagaglio tecnico. Ma tutto avviene attraverso il gioco. Non attraverso istruzioni imposte. Il giocatore capisce da solo, perché il gioco lo obbliga a farlo.
E questo apprendimento è continuo.
In Spagna, una nonna conosce l’undici titolare del Real Madrid.
La cultura calcistica è ovunque. E questo cambia tutto. L
’obiettivo finale?
Che il giocatore diventi protagonista. Padrone della propria evoluzione”.
Questa testimonianza è estremamente potente perché descrive, in modo semplice, tre modelli impliciti di apprendimento:
Modello italiano (semplificato)
Azione senza consapevolezza
Il giocatore esegue ma non sa spiegare
Qui domina spesso una logica esecutiva: si fa, ma non si comprende pienamente il perché.
Modello spagnolo
Percezione → decisione → azione consapevole
Il giocatore sa giustificare il proprio agire
Questo è perfettamente coerente con il concetto di enazione: il significato emerge dall’interazione col gioco.
Non è solo tecnica precoce:
è intelligenza situata costruita nel gioco.
Situazione italiana
Qui la risposta non può essere univoca, ma possiamo individuare alcune tendenze:
Tradizione dominante (ancora diffusa)
Allenamento analitico (gesto isolato)
Centralità dell’allenatore (spiego → dimostro → correggo)
Giocatore spesso:
poco autonomo
poco riflessivo
dipendente dalle istruzioni
Il rischio:
giocatori che sanno fare ma non sanno scegliere.
Nuove correnti (in crescita)
Sempre più settori giovanili (anche in Italia) stanno evolvendo verso:
gioco come ambiente principale di apprendimento
situazioni complesse e reali
sviluppo della decisione e non solo del gesto
Qui l’approccio fenomenologico-enattivo è centrale:
il giocatore non apprende il calcio
il giocatore emerge nel calcio. Nodo cruciale della differenza
Non è tecnica vs tattica.
Non è quantità di allenamento.
È dove nasce il significato dell’azione.
Purtroppo già nel settore giovanile sono sempre più frequenti match analisi e telecamere, perché si è convinti che per correggere l’errore bisogna farlo da seduti davanti a un proiettore. Gia nel settore giovanile o nella scuola calcio si vedono schema 1, 2 e 3 per ogni calcio piazzato e trovano soddisfazione quando lo schema riesce.
Perché si perde tempo a lavorare sui piazzati?? Forse per provare a vincere qualche partita in più???
Semmai le uniche cose su cui si dovrebbe lavorare per i piazzati è calciare, saltare e marcare in area ma lavorare su questi fondamentali é un’po’ più complesso.
Si vedono ripetute, lavori aerobici, uscite dal basso, attaccanti spalle alla porta che scaricano solo la palla e azioni codificate. Non si capisce che così facendo ai ragazzini non stiamo insegnando nulla.
E’ vero che oggi i ragazzini non guardano più partite e si può anche capire il perché, si fa sempre più fatica a vedere una partita entusiasmante, giocatori che ti fanno emozionare e innamorare di questo gioco. E’ diventato uno sport noioso, schematico, prevedibile, lento.
Mentre il calcio è fantasia, astuzia e imprevedibilità, capacità di interpretare e adattarsi alle situazioni di gara, di leggere e occupare gli spazi giusti. I ragazzi vanno fatti divertire, sbagliare, innamorare di questo bellissimo gioco..
Alessandro, ovviamente convengo sulla noiosità di tantissime partite e che (i tuoi numeri lo dicono) non si tira più da lontano.
Il fatto è che oggi il calcio viaggia a mille all’ora (parlo della fase atletica della partita) sia in chiave difensiva che di attacco, parlo più di potenza ( pressing) che di velocità.
Io ho sempre in mente (l’ho visto in TV) lo spareggio Inter -Bologna del 1964, che laureò campione d’Italia il Bologna.
Quella partita mi affascinò moltissimo. Poi, l’ho rivista in seguito (non ricordo se negli anni 90 o 2000), le azioni e i movimenti rispetto ad oggi erano lentissimi. I pressing erano individuali. Oggi quel Bologna (notevole di quei tempi ero innamorato della classe di Fogli e Bulgarelli), forse non si qualificherebbe per la Champions, non per mancanza di campioni, ma per i ritmi ed il pressing attuale.
Per quanto fortissimo, Garrincha metteva a sedere il suo difensore, ma poi aveva campo libero. Oggi non è più così.
Questo può spiegare anche la difficoltà di emergere dei potenziali campioni, non tanto e non solo per come si fanno screscere i ragazzi, ma per la difficoltà oggettiva del pressing atletico esistente oggi.
Ciò detto, convengo che oggi il modello spagnolo è quello forse più efficace, ma sicurante è anche molto gradevole. Per la verità io amo moltissimo le azioni in verticale ed alla massima velocità, cosa che riesce tantissimo solo se c’è una squadra che per rimontare lascia le praterie all’avversario.
Gabriele, concordo che il calcio è “fantasia, astuzia e imprevedibilità”, ma il pressing a tutto campo anche di squadre modeste, tendono non dico ad annullare ma a rendere molto più difficoltosa l’attuazione dei tre aggettivi.
manca coraggio rischiare dribbling ..dagli 11 ai 16 anni oratorio salesiani campo di calcio in terreno battuto,provare saltare uomo una abitudine diffusa,tirare in porta,da qualsiasi posizione,fare più di due passaggi all indietro,quasi una vergogna,non prendere specchio porta almeno 3 volte su 5 era da brocchi..oggi nel calcio manca lealtà libertà divertimento
Prima di calciare, guarda; prima di guardare, percepisci; prima di percepire, sappi come si fa… IL CALCIO NASCE NELLA MENTE E SI PERFEZIONA NEI PIEDI… PER QUESTO È IMPORTANTE CAPIRE E RAGIONARE CIÒ CHE SI FA QUANDO SE GIOCA. Il calcio robotizzato usa l’analisi per valutare tutto, ma c’è qualcosa che non viene valutato: l’immaginazione!!!. Se il giocatore non immagina, perde il filo del gioco. Qui in Argentina stiamo cercando di tornare alle origini, dove il ragazzo deve giocare scoprendo il calcio , deve capire come, quando, dove, perché e per quale scopo, ancor prima di fare qualsiasi movimento. Dopodiché, il movimento verrà naturale e proattivo. Sono Daniel, professore nel settore tecnico della federazione Argentina di calcio.
Buongiorno Daniel, grazie per il suo contributo!
A presto.
Filippo
la tecnica oggi vale al 40%rispetto alla prestanza fisica che,,’ al 60 %…x me aveva ragione Nhils Liedholm,quando,*anni 70,gli ho sentito dire,# ai miei tempi se avevi il pallone ai piedi e ti toccavano la spalle,era fallo# i santoni e,soprattutto,AIA,in Italia, x avere più potere,ha ridotto arbitro a pilota di partite.i risultati sono bassa tecnica,palla indietro,niente dribbling,niente talento che diverte e si diverte…