In Scuola di demoni (Minimum Fax, 2019), libro intervista a Michele Mari e Walter Siti, quest’ultimo a un certo punto parla dell’amato Leopardi e di un inno incompiuto ad Arimane, il dio del buio nel manicheismo. Siti nota come la consapevolezza dei lati d’ombra dell’agire umano non sia sufficiente a motivarci a parlarne (per una sorta di pudore o perché temiamo l’ombra in noi?). Dice altresì che il poeta di Recanati, che invece non sottovalutava il lato oscuro della forza, per dirla alla Star Wars, non avrebbe mai scritto del dio della luce: Ormuz.
Questa brevissima introduzione per riflettere sul caso Bastoni-Kalulu, non tanto in sé stesso, ma nella sua portata generale. Quella vicenda è ormai passata – les jeux sont faits, direbbe il croupier – ma se non ci insegna nulla, sarà trascorsa invano. È questo, infatti, in ogni ambito, anche in quelli assai più rilevanti, il potere poietico della memoria: non la processione con il Santo, che si fa per abitudine, senza alcuna intima convinzione religiosa, ma materia viva che serve per provare a non ripetere gli stessi errori. Paul Ricoeur parlava di mémoire empêchée (memoria impedita, del rimosso, la Verdrängung freudiana) e di mémoire obligée (memoria obbligata, comandata, quella appunto della vuota ritualistica), entrambe considerate quali “patologie della memoria”. La memoria virtuosa è invece quella che risulta capace di discernere, di giudicare, di elaborare il ricordo: è la mémoire juste, è ciò che ci è utile.
Ci sono due aspetti, a mio avviso, da tenere presenti: mischiarli confonde le idee, inquina i pozzi. Da una parte, una parte che è deontologica, c’è un comportamento antisportivo del difensore dell’Inter, il quale, non pago di aver esagerato una caduta – non è il primo e non sarà l’ultimo, purtroppo, a farlo – agita il braccio per chiedere una sanzione per l’avversario e infine, una volta ottenuto ciò che sperava, esulta in modo plateale. Questo atteggiamento, biasimato nelle reti televisive di tutto il mondo, non può essere fatto passare come una boutade: cercare precedenti nella storia del calcio è uno sterile atto di benaltrismo.
Quello che ha caratterizzato – e verosimilmente indirizzato – il derby d’Italia è un brutto momento che con lo sport non c’entra nulla, ma che un certo modo di intendere lo sport, soprattutto il calcio, purtroppo alimenta. Se vincere è l’unica cosa che conta, come sosteneva Vince Lombardi, ripreso da Boniperti, chi stabilisce quali siano i mezzi che giustificano il fine?
Be’, l’educazione alla sportività, prima di tutto; in secundis, una classe arbitrale che sappia prendersi la responsabilità della sanzione, quando è necessaria. Se in Premier League, nella sola stagione ’25-’26 sono stati comminati quindici cartellini gialli per simulazione, mentre in Serie A, per raggiungere lo stesso numero dobbiamo sommare il campionato precedente, significa che, come sistema, non siamo in grado di usare deterrenti efficaci. O non li vogliamo usare. Chiediamoci perché e, una volta trovata la risposta (la domanda non è retorica, ma concreta: perché?), proviamo ad agire sui paletti che ci frenano.
Dall’altra parte, quella sociale, per certi versi persino politica, ci sono i vituperati, spesso a ragione, social network, iper-mondi virtuali che sovente si trasformano in maxi-cloache dove si scambia la sacrosanta libertà di espressione con la facoltà di offendere, diffamare e persino minacciare chi non ci piace. Condonare certi atteggiamenti – atteggiamenti violenti, senza tanti giri di parole – è un modo per giustificarli e ciò deve valere per il profilo anonimo coi numeretti come per l’opinionista nominato.
L’equivoco, tuttavia, consiste nel fare l’inversione a U che porta a una strabiliante soluzione, la più sbagliata, probabilmente, almeno se si vuole adottare una prospettiva pedagogica attiva: non si deve criticare Bastoni (o chi si comporta nello stesso modo, perché la questione non è ad personam e a questo punto Alessandro può anche restare sullo sfondo, senza diventare la vittima sacrificale di un ragionamento esteso) per non aizzare i facinorosi pronti a scatenare i propri impulsi e le conseguenti contumelie .
Subordinare l’aspetto sportivo e deontologico a quello socio-politico significa, da un certo punto di vista, fare quello che Ryle definirebbe un “errore categoriale”; implica dunque un’ingiustizia duplice: è epistemica, perché di fatto nega la possibilità di esprimere giudizi basati su criteri oggettivi, in questo caso le regole scritte e non scritte dello sport, ed è etica perché sposta su terzi – sia i violenti che i critici ponderati – la responsabilità individuale dell’azione “scorretta”.
Proviamo a dirla alla maniera di Kant. Dando come premessa che agire moralmente significa farlo secondo massime universalizzabili, se per caso volessimo davvero universalizzare il principio secondo cui “non bisogna biasimare ciò che è sbagliato, se la disapprovazione può generare violenza”, il discorso pubblico – quanto mai necessario – sulle questioni controverse perderebbe all’improvviso cittadinanza. In altre parole, la violenza diventerebbe il più efficace strumento di controllo del dibattito.
Nulla di più errato, almeno se il nostro intento è quello di preservare la possibilità stessa di una comunità morale di autoregolarsi attraverso il giudizio critico condiviso, senza delegare tutto alla sanzione formale (che può servire e serve, ma non è l’unico strumento su cui imperniare ipotesi attuative) o all’autocensura succube o ipocrita.
Leopardi non temeva di guardare in faccia Arimane; così una comunità sportiva (e mica solo sportiva!) matura non può sottrarsi al giudizio critico per paura dell’ombra – o dell’abisso, direbbe Nietzsche – che esso potrebbe mostrarci.
Nominare l’antisportività, ragionarci sopra, senza dita puntate o capri espiatori di comodo, validi oggi e da depennare al prossimo episodio sgradito, è fondamentale per non lasciare che diventi, essa stessa, la norma.

BIO: ILARIA MAINARDI
Nasco e risiedo a Pisa anche se, per viaggi mentali, mi sento cosmopolita.
Mi nutro da sempre di calcio, grande passione di origine paterna, e di cinema.
Ho pubblicato alcuni volumi di narrativa, anche per bambini, e saggistica. Gli ultimi lavori, in ordine di tempo, sono il romanzo distopico La gestazione degli elefanti, per Les Flaneurs Edizioni, e Milù, la gallina blu, per PubMe – Gli scrittori della porta accanto.
Un sogno (anzi due)? Vincere la Palma d’oro a Cannes per un film sceneggiato a quattro mani con Quentin Tarantino e una chiacchierata con Pep Guardiola!










9 risposte
Complimenti!! il pezzo più acuto e intelligente scritto finora sul caso Bastoni.
Il problema è quanti lo capiranno.
Grazie mille, Paolo! Mi fa piacere che tu lo abbia apprezzato e spero che anche per altri possa essere almeno una riflessione interessante!
Ilaria
Buongiorno Ilaria, mi è piaciuta molto la tua riflessione, acuta e profonda. Comunque giusto non biasimare chi sbaglia o ha sbagliato, e non sarà ne il primo ne l’ultimo, ma dire un semplice “scusa” non ha prezzo.
Grazie ancora
Paolo B
Grazie mille, Paolo!
Oggi sembra che siano arrivate timide scuse, ma immagino che sia stata la società a decidere cosa fosse opportuno dire.
Concordo Ilaria, finita la partita dici Scusa ho sbagliato.
Ciao
Carissima Ilaria, anzitutto Chapeau per il tuo articolo ricco di lemmi filosofici, poetici quanto verosimilmente realistici. Il gesto dell”immaturo o semplicemente mal educato Sig. Bastoni non si limita al volerlo etichettare semplicemente in qualità di “tombeur de ballon” ma lo relega, e sarà per lui d’ora in avanti come vivere in un castigante girone dantesco, dove purtroppo si troverà ad espiare a caro prezzo quelle sue scellerate scelte che in una manciata di secondi hanno tramutato la figura di un normale “tuffatore” in quella di un Lupiniano “truffatore”. Sì perché di questo potrebbe trattarsi, modificare con un tuffo le sorti ed il business correlato di un campionato! Hai ben citato, Ilaria, il grande Giacomo Leopardi, e vorrei concludere ricordando una sua breve frase, ma ricca di maestria, tratta dalle sue “Lettere”…..
*La mediocrità mi fa una paura mortale!*
Forse, Sig.Bastoni, sarebbe molto meglio, nel suo caso, a non pensare di diventar famosi, ma contentarsi di essere normalmente mediocri….e, alla fine, meglio un mediocre in libertà …che un vile prigioniero di sé stesso!
Un caro abbraccio.
Massimo 48
Grazie mille, come sempre, Massimo!
Spiace perché purtroppo Kalulu sconterà la squalifica: un modo per limitare casi analoghi è quello di riuscire, almeno a ritroso, a non rendere il giocatore che subisce l’ingiustizia, se così la vogliamo chiamare, cornuto e mazziato.
Buonasera Ilaria, spesso, quando un giocatore si comporta male, si trovano tutte le giustificazioni possibili.
Sono professionisti, e ben pagati, aggiungo io: in mezzo a tanta miseria che circola nel mondo, loro sono ricoperti d’oro; bene, allora il loro comportamento dovrebbe essere serissimo.
Invece, spesso si dimenticano ciò che rappresentano, non sono così professionali, tengono per mano dei bambini e poi in campo si comportano così.
Domani non si ricorderà più nessuno e Bastoni tornerà ad essere un “grandissimo campione”.
Mio figlio, che gioca in una modestissima squadra settore “giovanissimi”, in un’azione a campo aperto, ha buttato fuori il pallone perché un avversario era a terra dolorante: il gol più bello della sua stagione, nonostante due bei gol proprio all’Inter….
Chi è il campione, dei due?