Parigi 1924. Un ragazzo americano di origini asburgiche vince tre medaglie d’oro. Si ripete quattro anni dopo, ad Amsterdam, aggiungendo altre due medaglie pregiate al suo palmares. Si chiama Johnny Weissmuller. Già famoso per le sue imprese memorabili, diventa ancora più celebre interpretando al cinema il ruolo di Tarzan.
Anche nel calcio il soprannome è stato utilizzato per mettere in risalto la propensione fisica e la forte personalità di alcuni suoi protagonisti, come nel caso di Enrico Annoni, ex calciatore di Torino e Roma, poi passato al Celtic, che ha calcato i campi della Serie A negli anni 80 e 90.
Prima di lui, a fregiarsi di questo appellativo, è stato Giuseppe Tato Sabadini, indimenticato e amato terzino rossonero.
È nato in Friuli, a Sagrado, nel territorio carsico, dal quale ha ereditato nei tratti tutte le asperità e le spigolosità della sua morfologia.
Come Rocco e Capello.
Una faccia una razza.
Verace e sanguigno, come sanno essere i friulani, ha una spiccata propensione per lo sport. All’età di quattordici anni è capace di correre gli 80 metri in 9”3. Lo chiamano Freccia. Sembra destinato all’atletica leggera e partecipa anche a diverse gare juniores. In paese, però, scoppia la passione per il calcio, lui ne resta folgorato e inizia a giocare.
Per la sua velocità viene posizionato sulla fascia destra come ala. Lo scatto gli consente di prendere un paio di metri ai terzini, ma non ha piedi educati e non ha un buon rapporto con il gol.
Ma la classe c’è.
Qualcuno lo nota e lo porta a Rogoredo per un provino con le giovanili dell’Inter. Narrano che un mal di pancia emotivo ne avesse rovinato la performance. A noi piace pensare che soffrisse di una strana forma di allergia, l’Interite, che colpisce coloro che hanno nel sangue i colori rossoneri. Giuseppe è dagli albori della sua esistenza un tifoso del Milan. Per nostra fortuna il signor Invernizzi non autorizza l’acquisto del giovane friulano, soprattutto per le esose richieste di chi lo aveva accompagnato alla prova. Sabadini torna così a casa. Lì lo aspettano il campo del Sagrado e il lavoro da operaio insieme a suo padre.
Quando può fa anche l’ebanista.
A lui piace molto. Ciononostante, sarebbe un gran peccato lasciarlo in paese a fare il marmista.
Bruno Stabile, che con suo fratello lo aveva segnalato all’altra squadra di Milano, entra un giorno nella bottega paterna e comanda con tono imperioso: “Molla gli arnesi, ti vuole la Sampdoria.”
Ha diciassette anni e l’esperienza a Genova è particolarmente formativa per il ragazzo. Lo chiamano Bicipite perchè di tanto in tanto scende giù al porto per fare braccio di ferro con i rudi scaricatori. Tato, Tarzan, Freccia, Bicipite: Sabadini vanta un invidiabile corollario di soprannomi.
Fulvio Bernardini può essere considerato il suo padre calcistico. Lo fa esordire in A a diciassette anni e cinquanta giorni in Sampdoria-Napoli. Non è un successo, la prova con il calcio che conta non va secondo le aspettative. Il ragazzo è consapevole che le sue prestazioni deludenti rappresentano anche un onere economico per la società e sembra pronto a cambiare aria. Nessuno meglio di Sabadini può raccontare quel momento cruciale della sua carriera: “Andai dunque a provare ad Ancona e già mi ero accordato perché mi davano uno stipendio e poi un lavoro, proprio nel ramo dell’ebanisteria che era la mia passione. Ma quando tornai a Genova trovai un Bernardini infuriatissimo che mi ingiunse di mettermi a disposizione di Poggi. E siccome una settimana dopo i dirigenti volevano mandarmi ad Ancona per definire il contratto, fu Poggi che mi insegui alla stazione e mi fece…scendere dal treno ..”
Bernardini tratta il friulano come un diamante grezzo, come un artista di fronte a quel marmo che il Tato operaio sa lavorare.
Ha l’intuizione di cambiargli la posizione.
Come dicono i rotocalchi d’epoca, da mediocre ala diventa un fortissimo terzino che si concede anche dei gol. Il più importante nella sua carriera in blucerchiato lo segna contro il Vicenza al novantesimo minuto. Una rete che vale la salvezza per la Sampdoria.
Questo marmo pregiato talvolta presenta anche rudezza e irruenza. In Foggia – Sampdoria colpisce in modo scorretto Alberto Bigon: “Bigon me l’aveva combinata bella quel giorno: lui giocava nel Foggia e io dovevo marcarlo. In uno scontro, lui si buttò a terra come l’avessi ammazzato e l’arbitro mi espulse. Ebbi una domenica di squalifica ma ero convinto di non essermela meritata. Infatti Bigon mi ha confessato poi che aveva fatto la scena.” Per una sorta di legge del contrappasso, i due arrivano al Milan nella stagione successiva e diventano persino buoni compagni.
Con il Milan esordisce in Coppa Italia a Monza, mentre gioca la prima in campionato a Varese. All’inizio della sua avventura rossonera prova una sorta di timore riverenziale nei confronti del Paron Rocco. Lui lo vuole come un martello, che picchi costantemente sulla fascia. Ma il ragazzo ha bisogno di un periodo di ambientamento e la presenza di sua moglie diventa importante. Ricorre nelle sue notti un incubo: “Sognavo anche di notte Rocco che mi diceva di andare in panchina o in tribuna.”
Rocco gli preferisce Zignoli, ma Tato non demorde. Le critiche diventano uno stimolo per migliorarsi e finisce la prima stagione in crescendo. Nel derby di andata di Coppa Italia sblocca il risultato e regala la vittoria contro i cugini nerazzurri, allenati da Invernizzi. Già, proprio quello che sei anni prima l’aveva bocciato nel provino di Rogoredo. È la sua prima rete in assoluto con il Milan che vince la sua seconda Coppa Italia, anche per merito del forte terzino friulano. Le prestazioni diventano sempre più convincenti e Sabadini viene convocato da Valcareggi in Nazionale. Nella stagione 1972/1973 è un elemento fondamentale della formazione rossonera, durante la quale segna quattro reti. La più importante ancora all’Inter, nel 2 a 0 della partita di ritorno del campionato: su lancio di Rivera, Sabadini svetta su Burgnich e porta in vantaggio il Diavolo.
Il finale di stagione non è per i deboli di cuore.
Il Milan vince la Coppa delle Coppe contro il Leeds nella battaglia di Salonicco, ma perde malamente lo Scudetto nella trasferta di Verona. La vittoria della Coppa Italia contro la Juventus attenua la ferita per la perdita del campionato.
Ma il dolore resta.
Secondo Sabadini, oltre a negargli la gioia per un titolo italiano che avrebbe meritato, la Fatal Verona lo avrebbe escluso dal giro della Nazionale.
Qualche volta lo limita la pubalgia, ma lui è sempre sul pezzo e il suo apporto offensivo, prima ancora che difensivo, è lampante. Capita spesso che le ali siano sacrificate per frenare l’impeto agonistico del friulano. Dal punto di vista fisico è un vero portento: “Sotto sforzo — ci ha detto il clinico rossonero le pulsazioni di Sabadini non arrivano a 95 ed è una cosa eccezionale. Considerando che la media si aggira sulle 140 pulsazioni. Come muscolatura, è simile a Benetti e a Liedholm, che io ho conosciuto quando aveva già trent’anni (FONTE Corriere della Sera)” .
Sull’asse Sabadini – Rivera il Milan costruisce le sue fortune, insidia le difese avversarie e consegue importanti successi. Capita, addirittura, di doversi sobbarcare tutto il peso di un attacco che latita, come avviene nella trasferta di Vicenza del 18 novembre 1973, dove pareggia i conti dopo il gol di Longoni: “Gioco sempre così quando mi trovo in forma. In questo momento lo sono, per cui mi riesce facile inserirmi in avanti. Avevo come avversario diretto Vendrame, un giocatore imprevedibile per i suoi scatti, le sue improvvise giravolte. Con tutto questo sul centro di Bergamaschi l’ho lasciato in surplace e non è stato difficile fare gol (FONTE Corriere della Sera).”
Arriva un’altra Coppa Italia nel 1977, poi passa al Catanzaro nel 1978. È titolare con la maglia giallorossa nella partita vinta dal Milan per 3 a 1 che praticamente spiana le porte del successo del Tricolore, che per poco ha sfiorato e che avrebbe tanto meritato per attaccamento e amore verso i nostri colori.
Con l’Italia, Sabadini ha collezionato quattro presenze (più una con la Nazionale di Lega) ed è stato tra i convocati del Mondiale del 1974, senza disputare nessun incontro. Con il Milan ha giocato 244 partite e segnato 17 gol vincendo una Coppa delle Coppe(1972/1973) e tre Coppe Italia (1971/1972; 1972/1973; 1976/197). A “Tato” piace anche ricordare la vittoria del Campionato “De Martino” con la casacca blucerchiata.

BIO: VINCENZO PASTORE
Pugliese di nascita, belgradese d’adozione, mi sento cittadino di un’Europa senza confini e senza trattati.
Ho due grandi passioni: il Milan, da quando ero bambino, e la scrittura, che ho scoperto da pochi anni.
Seguire lo sport in generale mi ha insegnato tante cose e ho sperimentato ciò che Nick Hornby riferisce in Febbre a 90°: ”Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte delle mie conoscenze dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive[…]”
Insegno nella scuola primaria, nel tempo libero leggo e scrivo.











7 risposte
Bellissima storia!
Altro articolo monumentale Vincenzo!…..e poi semplicemente fantastica la locuzione “interite” !!
….ne sto ancora ridendo mentre sorseggio un buon caffè!
Buona giornata!
Massimo 48
Grazie, carissimo Massimo! I sintomi dell’Interite sono stati ben noti al carissimo Tato, monumento di un Milan tribolato, che viveva gli anni della carestia biblica prima delle grandi abbuffate degli anni 80 e 90. Gli è mancata la Stella, agognata e tanto anelata.
Vincenzo
Forza Milan ❤️🖤
Bravo Vincenzo bel ritratto di Tato uomo meraviglioso di un Milan che inizio a soffrire, ma farsi amare ancora di più. Lo ricordo velocissimo e combattente con grande tempismo nel colpo di testa figura storica e romantica
Grazie, carissimo Stefano! Lo conosci meglio di me, l’hai vissuto. Io mi sono nutrito dei racconti di mio padre, che è più giovane di lui di qualche anno. Come ho scritto sopra, è stato un monumento, un grandissimo, che è cresciuto alla distanza…maestoso terzino
Buongiorno Vincenzo, ottimo articolo, per un ottimo calciatore che ha giocato tanti anni (e non solo nel Milan) in serie A, con oltre 400 presenze.
Avrebbe meritato di vincere la Stella, lui come altri compagni tipo Anquilletti e Biasiolo.
Come diceva un mio amico interista (pronipote di Meazza), Sabadini, sulle figurine Panini, aveva la faccia da diavolo Rossonero.
Buongiorno Gian Paolo, grazie! Avrebbe meritato la Stella, l’ha solo sfiorata. Fa parte di quei calciatori che avresti voluto vedere gioire per una vittoria, uno scudetto o una Champions (mi viene da pensare a Crespo ad esempio). È stato un milanista vero, un vero diavolo. Rossonero