VAR, DA SOLUZIONE A PROBLEMA

Negli ultimi anni, e negli ultimi mesi in modo quasi brutale, il calcio sembra essersi trasformato in un’arena permanente. Non tanto per quello che succede in campo, che già basterebbe, ma per tutto ciò che gli gira attorno, polemiche, discussioni infinite, proteste, analisi e controanalisi, moviole e contro-moviole, interpretazioni e contro-interpretazioni. Allenatori, giocatori, dirigenti, ex arbitri, opinionisti… e poi loro, sempre loro, i tifosi.

I tifosi sono diventati un bersaglio facile. Per molti sono i più faziosi, i più beceri, i più antisportivi, quelli che non capiscono niente, quelli che urlano, quelli che vedono complotti ovunque.

Io invece continuo a pensare una cosa semplice, forse persino banale, i tifosi sono gli ultimi veri romantici rimasti, quelli che amano questo sport con la pancia, con il cuore, con la memoria. Quelli che si portano dietro le domeniche della loro vita come fotografie stropicciate, un gol, un’ingiustizia, un rigore sbagliato, un’esultanza con tuo padre, un abbraccio con un amico che oggi magari non c’è più.

I tifosi sono quelli che tengono in vita il calcio, perché senza quella passione viscerale, quella che ti fa perdere la voce la domenica, che ti rovina la settimana, che ti fa spendere soldi guadagnati con fatica, spesso più con il cuore che con la testa, il calcio diventerebbe quello che, lentamente, sta già diventando, un prodotto. Una confezione. Un contenuto da consumare distrattamente, mentre scorri il telefono. E quando finisce, non ti resta niente. Solo il silenzio.

Sulla tecnologia in sé, diciamolo, siamo quasi tutti d’accordo. Il VAR, come concetto, non è un’idea sbagliata. Anzi, in teoria è una di quelle invenzioni nate per migliorare il gioco, ridurre i grandi errori, aiutare l’arbitro, rendere più giuste le decisioni.

Il problema è che il calcio non è un esperimento di laboratorio. È un gioco vivo, sporco, rapido, emotivo. E quando provi a giudicarlo come se fosse una materia da esame universitario, rischi di farlo a pezzi.

Perché oggi una partita non è più solo una partita. È un processo, ogni episodio è una sospensione, ogni contatto è una domanda. Ogni gol non è più un gol, è un “aspettiamo”.

E la cosa più triste è proprio questa, la gioia immediata, quella che una volta era la benzina del calcio, si è trasformata in un’attesa nervosa. Esulti e poi ti blocchi. Ti guardi intorno, come se stessi aspettando un verdetto. E intanto il cuore, che dovrebbe esplodere, rimane lì a metà. Sospeso. Come se qualcuno gli avesse tirato il freno a mano.

Io sono cresciuto con il calcio degli anni ’80. Un calcio pieno di difetti, certo, ma con una qualità che oggi sembra scomparsa, la chiarezza. Guardavi una partita e capivi. Capivi quando era fallo, quando era ammonizione, quando era espulsione.

Non perché gli arbitri fossero infallibili, sbagliavano eccome, ma perché il calcio veniva letto per quello che era, un gioco di contatti, di contrasti, di coraggio.

E anche i giocatori erano di un’altra pasta. Non dico che fossero santi. I calcioni volavano, e volavano sul serio. Era sport duro, a tratti spietato, ma chi scendeva in campo sapeva cosa andava a fare.

C’era Maradona, e potrei citarne cento, ma lui è l’emblema, il fuoriclasse. Mi ricordo i falli che subiva, falli veri, da far paura. Maradona veniva steso, rialzato, risteso. Eppure si rialzava. Sempre. Senza tragedie. Senza mani sulla faccia. Senza rotolarsi per dieci metri come se gli avessero sparato. Si rialzava, guardava l’arbitro con quell’aria da “vabbè, tanto non serve”, si aggiustava i calzettoni e ripartiva.

Oggi invece basta una spinta leggera e parte la tragedia greca, urla, rotolamenti fino ai parcheggi esterni dello stadio, mani sul volto, sguardo al cielo.

E il pubblico non sa più se deve preoccuparsi o ridere.

Il paradosso è che spesso il colpo arriva sulla spalla e il giocatore si tiene la tibia. Oppure il contatto è minimo e la scena è massima. E io, da casa, mi faccio sempre la stessa domanda, ma come fate? C’è un corso specifico? Una scuola di recitazione inclusa nel contratto?

E secondo me una parte di responsabilità ce l’ha proprio il VAR. Perché quando sai che tutto può essere rivisto, rallentato, zoomato, analizzato come un fotogramma di un’indagine, allora ti conviene “costruire” l’episodio. Ti conviene cadere bene. Ti conviene farlo vedere bene. Ti conviene gridare. Ti conviene convincere.

E così il calcio, lentamente, ha iniziato a spostarsi dal campo alla telecamera. Dal gioco al dettaglio, dall’azione alla scena. Dal contatto reale alla sua interpretazione.

E qui nasce la confusione più grande. Perché oggi ogni episodio è un “speriamo”.

Speriamo sia rigore. Speriamo non sia rigore. Speriamo intervenga il VAR. Speriamo non intervenga, e intanto si discute di “chiaro ed evidente errore” come se fosse una formula magica, quando poi nella realtà ogni domenica scopriamo che “chiaro ed evidente” può significare qualsiasi cosa.

È diventata una lotteria. Due episodi simili, due decisioni diverse. E alla fine non sai più se stai guardando una partita o una puntata di un reality dove la regola cambia a seconda della puntata.

Ed è qui che nasce la mia domanda, che rivolgo in primis a Filippo Galli, che gestisce questo blog, e poi idealmente a tutti gli ex calciatori, perché in sala VAR non si possono mettere dei giocatori? O meglio, perché non si possono mettere degli ex giocatori a supportare gli arbitri?

Non dico di sostituire gli arbitri. Non dico di trasformare il VAR in un bar sport.

Dico una cosa molto più semplice, affiancare all’arbitro un uomo di campo. Uno che certe dinamiche le ha vissute davvero. Uno che sa distinguere il contatto vero dalla simulazione. Uno che sa riconoscere quando un giocatore cade perché è stato colpito e quando cade per convenienza. Uno che sa cosa significa correre a cento all’ora e prendere una spinta mentre sei in equilibrio precario.

Uno che possiede una cosa che oggi sembra sparita, il buonsenso del campo.

Perché il calcio non è geometria, non è un righello, non è un fermo immagine.

Il calcio è movimento, istinto, velocità, dinamica.

E quando lo fermi e lo analizzi come se fosse una fotografia, lo stai già tradendo. Lo stai trasformando in qualcosa che non è.

E la seconda domanda, per me, è ancora più interessante, gli ex giocatori sarebbero disposti a fare questa “carriera”? A sedersi in sala VAR, a prendersi responsabilità, a mettere la faccia su una decisione che può cambiare una partita?

Io credo di sì. E credo anche che sarebbe un modo intelligente per restituire al calcio una parte di quella competenza che oggi si è persa. Perché in questo momento sembra che il calcio venga giudicato solo da chi il campo lo guarda da fuori, con un monitor davanti e una serie di protocolli da seguire.

Ma il calcio, quello vero, lo capisci solo se lo hai vissuto. Se hai respirato l’ansia di un’area di rigore. Se hai sentito il rumore di un contatto. Se sai cosa significa perdere l’equilibrio per un soffio e non per un fallo.

Poi certo, anche noi tifosi dobbiamo fare la nostra parte. Io sono un tifoso viscerale, lo ammetto senza vergogna, ma dobbiamo anche alzare la nostra cultura sportiva, imparare a non vedere complotti ovunque, a non pensare sempre che ci sia una regia oscura dietro ogni episodio.

Non sempre c’è malafede. Spesso c’è solo confusione e incompetenza.

E la confusione è pericolosa, perché genera rabbia. E la rabbia diventa veleno. Un veleno che si sparge ovunque, nelle curve, nei social, nei bar, nelle famiglie, tra amici che non riescono più a parlare di calcio senza litigare come se stessero discutendo di politica internazionale.

La paura più grande, però, è un’altra.

La paura più grande è che si sta rovinando il calcio, forse sono catastrofico ma è il mio pensiero, e lo vedo soprattutto nelle giovani generazioni. Novanta minuti sono lunghi. Troppo lunghi. Si annoiano. Non reggono. E non li biasimo, perché oggi una partita è spezzettata, interrotta, rallentata. Spesso non capisci nemmeno più cosa stai guardando.

La partita va avanti, ma tu sei lì che aspetti. Aspetti il controllo. Aspetti il verdetto. Aspetti l’inquadratura giusta. Aspetti il replay. Aspetti le linee. Aspetti la spiegazione.

Lo dico con sincerità, anche io, ultimamente, faccio fatica a guardare una partita completa senza concedermi un “giro” sul cellulare. Una volta non succedeva.

Una volta la partita ti prendeva e non ti mollava. Era un rito. Era un appuntamento. Era una cosa che ti costringeva a stare lì, fermo, con gli occhi incollati, perché poteva succedere qualcosa in qualsiasi momento e tu dovevi esserci.

Oggi invece la partita sembra una cosa che puoi guardare mentre fai altro.

E questa, per il calcio, è una condanna.

Io non chiedo di abolire il VAR, anche se non mi dispiacerebbe, chiedo di renderlo più umano.

Io non voglio un calcio perfetto. Voglio un calcio vero.

Voglio tornare a esultare senza aspettare il verdetto di una stanza lontana. Voglio tornare a capire una partita senza bisogno di un manuale. Voglio tornare a vedere giocatori che giocano, non attori che recitano.

Perché se continuiamo così, un giorno ci sveglieremo e ci accorgeremo che il calcio è ancora lì…ma non ci importerà più.

BIO: Franco Morabito

Nato a Milano nel 1970, vive in provincia di Milano e, oltre ad essere milanista da sempre, è amante della lettura, dei viaggi e dello sport in generale e del calcio in particolare.

‘’Ogni libro che leggo, ogni luogo che visito e ogni sfida sportiva che affronto mi regalano nuove emozioni, che cerco di trasformare in storie da condividere con chi ama lasciarsi trasportare dalla fantasia e dall’avventura’’.

E’ l’autore del romanzo ‘’Il sogno di Moleque’’ e lavora come impiegato in una struttura ospedaliera di Milano.

4 risposte

  1. Articolo veritiero ed ineccepibile Franco, complimenti! Condivido tutto sottolineando quanto hai già ampiamente rimarcato, il calcio è sport, divertimento e non arte scenica teatrale! Tu sei cresciuto negli anni 80 quando, grazie a campioni quali Maradona il pallone, quello vero, era prepotentemente al centro dell’attenzione, ora per una sommatoria di concause, velocità, outside millimetrici, applicazione modifiche regole di carattere randomico, ed infine tecnologia esasperata ci porta gioco forza a disinnamorarci del gusto di giocare a calcio….tu rimpiangi gli anni 80….io quello dei 50 e 60 quando ancora il pallone era in cuoio!..altro mondo…altra vita…altre sensazioni ..ma anche e purtroppo …altri uomini!
    Buona giornata!

    Massimo Baldoni

  2. articolo bellissimo, che mi ha fatto rivivere il modo nel quale guardo le partite di questi anni ed ha aumentato la nostalgia del calcio anni 80

  3. Buonasera Franco, sono d’accordo sul contenuto dell’articolo.
    Anche io spesso ho l’impressione di vivere delle partite di plastica.
    In più questi giocatori che fanno sceneggiate incredibili: punire le simulazioni con il var, con pugno di ferro (tipo 5 giornate e 100mila euro di multa), dovrebbero essere sufficienti…per cominciare.

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