Vederlo nei panni del tedoforo nell’imponente sfilata di inaugurazione delle Olimpiadi Milano-Cortina, è stato toccante e ricco di emozioni. Franco Baresi aveva il volto segnato, ma sorridente. Sembrava alzare con orgoglio un’altra delle sue mille coppe, solo l’ultima in ordine di tempo: quella che celebrava l’ennesima vittoria stavolta contro un nemico subdolo, feroce, invisibile.
Dopo aver subìto 6 mesi fa un intervento per asportare una nodulazione polmonare, è tornato. In silenzio. Sempre stato uno di poche parole, bastava un’occhiata, una battuta, uno sbuffo: anche nelle interviste è sempre andata in questo modo, in tv o per la carta stampata centellinando i pensieri e le parole che ha regalato a profusione, invece, in alcuni libri autobiografici dopo che ha smesso di giocare. L’ultimo, “Ancora in gioco”, è stato uno dei regali più belli della mia carriera: una telefonata, una richiesta, “Vorrei che lo presentassi tu con me”. Così mi fece vivere due anni fa una mattinata che porto nel cuore: seduti a fianco nella sala stampa di “Casa Milan”, una bella chiacchierata davanti ai colleghi incuriositi. A parlare della sua vita.
Qualche mese fa un timido ritorno in ufficio, poi a San Siro, si era riaccesa la luce: “In quei momenti si capiscono tante cose, finché non capita qualcosa di brutto uno pensa di essere immortale. Ho pensato tanto alla mia famiglia. L’affetto della gente è stato fondamentale, mi è arrivata addosso un’ondata di solidarietà e quel calore mi ha aiutato a superare i momenti più difficili. Come fondamentale è stato il Milan, perché dal primo giorno mi ha messo a disposizione le migliori strutture. Il peggio è passato, pian piano sto recuperando la mia quotidianità. Faccio tante passeggiate, qualche volta vado in sede, cercherò di essere progressivamente più presente. L’insegnamento più grande che mi ha lasciato la malattia è stato che l’orizzonte diventa improvvisamente limitato e bisogna iniziare a pensare giorno dopo giorno. La vita non mi ha mai regalato niente, sono abituato a lottare. L’ho sempre fatto e non mi fermo ora”.
Stavolta una bella telefonata è arrivata a lui, a Franco Baresi, il capitano: “Sono Luciano Buonfiglio, il presidente del Coni. Vorrebbe fare il tedoforo durante la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi invernali? Sarebbe in coppia con Beppe Bergomi”. Franco è incredulo, molto più che sorpreso. Risponde umile: ” Ma è sicuro? Non sono esattamente al top…”. Ha accettato, non poteva sottrarsi: “Rappresentare il proprio Paese per un’Olimpiade è un’occasione unica. Farlo a Milano e a San Siro ha reso ancora più particolare l’esperienza: San Siro è stata casa mia per decenni. Che batticuore quando sono uscito sul campo e ho visto lo stadio pieno! Lo voce di Bocelli ha reso tutto più magico. In carriera non avevo mai provato un’emozione del genere. Avevo già fatto il tedoforo a Park Avenue in occasione delle Olimpiadi di Atlanta, quelle che nell’immaginario sono indimenticabili per l’accensione del braciere da parte di Cassius Clay. In quell’occasione avevo portato la fiaccola per un chilometro, ma farlo per Milano-Cortina ha avuto ben altro significato”.
I medici adesso sono ottimisti, il peggio sembrerebbe alle spalle. Highlander è stato uno dei tanti soprannomi che gli hanno affibbiato quando giocava: forte, indomabile, immortale appunto, come le figure mitologiche, qualche volta umane, che entrano nella leggenda dopo aver scritto pagine epiche, anche se solo di sport. Franco Baresi è qui, è tornato, è ancora in gioco, come quando più di 40 anni fa (nella stagione 81-82) una malattia del sangue lo bloccò per molti mesi. Come quando lui e i suoi fratelli Angelo e Giuseppe, ancora bambini, rimasero orfani dei genitori. Come quando per 2 volte è andato in Serie B con il Milan. Come quando finì in una burrasca privata. Come quando il tempo gli disse che era arrivato il momento di dire basta.
Bentornato, Franco. Bentornato capitano. Ti aspettavamo, e rivederti correre con una torcia in mano è stato come vivere una magia, facendoci capire una volta di più quanto ti vogliamo bene.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di Sportitalia e direttore della Fiera digitale dello sport . Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.










5 risposte
Bellissimo pezzo, Serafini una garanzia. Sintetizzata al meglio limmensa tempra umana del nostro Capitano, sempre nei nostri cuori.
Bellissimo articolo, nel contenuto e nella forma.
Il protagonista di questo articolo poi, merita tutto l’affetto, per quanto ha fatto come sportivo, con la sua umiltà.
Tanti auguri a Franco Baresi, che possa stare sempre meglio.
L’aver portato quella fiamma olimpica equivale a mio avviso, per il nostro eterno capitano Franco Baresi, all’assegnazione del Pallone d’Oro che avrebbe ampiamente meritato nella sua lunga e luminosa carriera.
Grazie di cuore vera nostra e unica bandiera Rossonera!
Massimo 48 ❤️🖤
E’ così… leggo e mi emoziono.. quando si parla di Franco Baresi, il mio idolo da giovane, il mio “Capitano”, dopo averlo visto in tv con la fiaccola in mano..
Forza “Capitano”, forza Franco Baresi!
Luca, mi hai fatto inumidire gli occhi, non ti nascondo che sto scrivendo a fatica… Per noi vecchi tifosi milanisti Baresi rappresenta davvero una figura mitologica, ma rappresenta anche la serietà, il rispetto e la compostezza di un uomo straordinario, prima ancora che un calciatore immenso. Grazie delle tue splendide parole, grazie…