“Prestate attenzione a quello che sto per dire: sono convinto di avere ragione, Roberto De Zerbi è uno degli allenatori più influenti degli ultimi 20 anni“.
Parole chiare, nette e decise.
Parole che non vengono da un allenatore qualunque, ma dal tecnico più influente del Nuovo Millennio, quello che ha cambiato il pensiero e trovato strade alternative per spingere il calcio a un altro livello, sportivo e culturale, di pensiero e di forma.
Parole che – come sottolinea benissimo Ilaria Mainardi (insieme abbiamo affrontato parte del discorso sul calcio bello e vincente nel libro Van Basten – Il Cigno di Utrecht) – non sono suggestioni basate su quello che dicono alcuni volti noti del web, ma frutto di un pensiero. Maturato nel tempo, durante le stagioni, con uno sguardo lucido e attento sul metodo. E non solo sui risultati.
Parole che dice Pep Guardiola, che ha saputo inventare e inventarsi, soprattutto quando vinceva e subito dopo le vittorie, togliendo prevedibilità al suo calcio per creare sorpresa e imprevisto, trovando sempre una via omologata al suo credo. Dal Barca al Bayern Monaco, fino ad arrivare al Manchester City, in cui le tracce del primo Guardiola sono quasi minime.
Un po’ come ha fatto Jannik Sinner dopo le finali perse al Roland Garros e agli US Open nel 2025. L’azzurro non si è adagiato, ma ha migliorato il suo gioco, senza snaturarlo, ma ritoccando gli aspetti che dovevano essere ritoccati, per avere più varietà e non essere leggibile. Due cadute per due trionfi. Perché senza Parigi e New York non ci sarebbero stati i successi a Wimbledon e alle ATP Finals. Tutto nasce da un’ossessione, che è la stessa di Guardiola, De Zerbi e di tanti altri professionisti come Raffaele Palladino e Cesc Fabregas.
Questo non significa essere tutti allo stesso livello, ma lavorare per raggiungere quel livello, per provare a salire in alto e vincere. Sinner e Guardiola ci sono già riusciti, De Zerbi sta continuando a lavorare per arrivarci. Ma non è quello il punto. I trofei sono soltanto la ciliegina sulla torta, come la Supercoppa d’Ucraina vinta con lo Shakhtar Donetsk. O per allargare il discorso, come l’Europa League conquistata da Giampiero Gasperini all’Atalanta, dopo le qualificazioni in Champions e un progetto a lungo termine. Dove idee e identità hanno tenuto fede al progetto nel tempo. Con pazienza e senza fretta, con regolare continuità e predisposizione al cambiamento.
Lo ha fatto Max Allegri al Milan, dopo la travagliata stagione 2024/25. Lo sta facendo Palladino con la Dea, risollevandola dopo la gestione Juric. E lo sta facendo anche Spalletti alla Juventus, con visione e determinazione.
L’ARTE DI ALLENARE

Gianni Massari, imperatore dell’hockey italiano, non a caso sostiene che “il bravo allenatore è colui che migliora al massimo le potenzialità del singolo giocatore e del gruppo”.
E non sbaglia. Perché un vero coach non insegna solo a vincere, ma aiuta a conoscere ogni giocatore ampliando le sue competenze e potenziandone il talento. Lo avvolge nel metodo, instaura un feeling, crea i presupposti per crescere. Ma soprattutto: fa credere in se stessi, sfoderando il coraggio e le motivazioni per rendere al massimo, liberi da ostacoli e paure.
È questa l’arte dei grandi allenatori: convincere singoli e squadra che si può fare. Perché prima della leva tattica e del tema tecnico, ci sono la fiducia e la voglia di riuscire.
Quelle che Roberto De Zerbi ha da sempre nel suo bagaglio umano e calcistico. Ma tutto questo, nel mare dello storytelling fugace, non ha governo nell’oggi. Perché è più facile sparare che caricare la pistola, sputare verdetti e ridurre tutto a valutazioni sommarie. Del tipo: “Ah De Zerbi, ecco il fenomeno del calcio che non ha vinto nulla”. Frasi così, purtroppo, si leggono in quantità industriale.
La cosa migliore la dice sempre Ilaria: “Coloro che non si limitano alla legittima critica […] e si spingono fino a un godimento quasi estatico, di fronte all’addio al Marsiglia, dovrebbero sapere che questo atteggiamento dice molto più di loro che di De Zerbi. Gioverebbe, in generale, un ripassino di Tomasi di Lampedusa”.
Ormai la narrazione distorta e il proselitismo annesso – che hanno generato uno stuolo esiziale di naviganti e discepoli – non funzionano più. Hanno fatto troppi danni, tra preconcetti, pregiudizi, visioni alterate e prevenute. A distruggere il dibattito è la logica del sentito dire, dell’infotainment cosmetico, dell’influencer journalism che ha persuaso le masse spostando il baricentro dell’analisi alla superficie. Ovvero dal calcio reale al contorno senza piatto.
IDEE E VISIONE NON SONO IN DISCUSSIONE
Si può dire e fare tutto, purché si abbia il buon senso, la coscienza a posto e i modi (che sono quelli che definiscono l’uomo). Senza mancare di rispetto. Mai.
Si può dire che De Zerbi non piace? Sì, ci può stare: ognuno ha la propria opinione e il suo punto di vista.
Ma si può dire che De Zerbi ha fatto un buon lavoro e, attraverso la sua conoscenza calcistica, ha sviluppato un’idea che prevede il bel gioco come mezzo per raggiungere il risultato? Sì, anche se i risultati non generano trofei.
Si può dire che c’è accanimento nei confronti di De Zerbi? Sì. Anche perché, ad esempio, Mikel Arteta, da 6 stagioni sulla panchina dell’Arsenal, non ha vinto nulla, ma è considerato il deus ex machina del calcio moderno post guardiolista.
Si può dire che certe sentenze smilze hanno stancato? Sì. E anche parecchio.
E si può anche dire che Roberto De Zerbi è molto più di un bravo allenatore, che non ha mai avuto squadroni o top team come Guardiola o Arteta (negli ultimi anni City e Arsenal hanno speso un patrimonio enorme da far impallidire l’intera Serie A, ma entrambi i club hanno creduto nel progetto tecnico, confermando i due allenatori nel tempo a prescindere dai risultati), ma ha sempre cercato di portare le sue squadre a uno step superiore. Non con i milioni, ma con le idee. E ci è sempre riuscito: con Sassuolo, Brighton, Shakhtar Donetsk e Olympique Marsiglia (con cui è arrivato 2° in Ligue 1 nella stagione 2024/25, centrando la qualificazione alla Champions League).
Il resto sono chiacchiere e distintivo.
L’importante è essere sereni con se stessi e fare il proprio lavoro con passione, come ha fatto in tutti questi anni il tecnico bresciano, tenendo fede alle sue idee:
“Se proprio devo affogare preferisco affogare nell’oceano e non nella vasca da bagno o nella pozzanghera. È una frase che mi rappresenta al 100%. Che è la stessa cosa di voler cercare di essere protagonista sempre, anche se sulla carta non ci sarebbero i presupposti. Perché partire per essere sempre protagonista, per determinare le cose e non subirle, per andare oltre le aspettative, per scrivere qualcosa di importante che rimanga impresso per tutti, è un mio cavallo di battaglia”.

BIO: Andrea Rurali
Brianzolo Doc, classe 1988. Nato lo stesso giorno di Bobby Charlton, cresciuto con il mito di Johan Cruijff e le magie di Alessandro Del Piero. Da sempre appassionato di cinema, tv, calcio, sport e viaggi.
- Lavoro a Mediaset dal 2008 e attualmente mi occupo del palinsesto editoriale di Cine34.
- Sono autore del programma di approfondimento cinematografico “Vi racconto” con Enrico Vanzina e co-regista dei documentari “Noi siamo Cinema”; “Vanzina: una famiglia per il cinema”; “Noi che…le vacanze di Natale” e “Cult in campo: L’allenatore nel pallone…40 anni dopo”.
- Dal 2014 dirigo la rivista web CineAvatar.it (http://cineavatar.it/)
- Nell’autunno 2022 ho fondato la community Pagine Mondiali e nell’estate 2023 la piattaforma sportiva Monza Cuore Biancorosso.
- Da agosto 2023 collaboro con la testata giornalistica Monza-News: cuore le analisi delle partite del Monza e conduco la trasmissione Binario Sport.
- Dal 2019 collaboro con la casa editrice Bietti, in particolare per la realizzazione di saggi sul cinema inseriti nelle monografie di William Lustig, Manetti Bros, Dario Argento e Mike Flanagan.
- Tra le mie pubblicazioni, il saggio “Il mio nome è western italiano” nel volume Quando cantavano le Colt. Enciclopedia cine-musicale del western all’italiana (F. Biella-M. Privitera, Casa Musicale Eco, 2017) e il saggio “Nel segno del doppio” nel libro “Mediaset e il cinema italiano. Film, personaggi, avventure” di Gianni Canova e Rocco Moccagatta.
- Ho scritto insieme a Ilaria Mainardi il libro Van Basten: Il Cigno di Utrecht per Garrincha Edizioni, con intervista e post-fazione di Filippo Galli.
- Sono autore del libro “Il gol di Del Piero: destro a giro e poesia”, pubblicato a il 25 novembre 2025 da Garrincha Edizioni per la collana “Cineteca del Gol”










5 risposte
Sì ma un allenatore deve essere intelligente e capire il contesto in cui si trova… un allenatore bravo non è solo uno che migliora i giocatori, ma è anche un gestore di spogliatoi! Una società come il Marsiglia deve PROVARE a lottare per le prime posizioni, non basta la fisiologia di gioco e come in tutte le cose nella vita bisogna anche essere concreti.
Nulla da eccepire nel tuo pensiero Stefano, quello che dimostra la pochezza del pensiero calcistico generale è l’accanimento mediatico nei suoi confronti.
Penso che il miglior allenatore è colui che si adatta a ciò che ha a disposizione… Ancelotti non segue schemi ma conosce e sfrutta al meglio i giocatori ed è visionarlo nel far capire a giocatori che sono già campioni, vedi Ronaldo o Pirlo, che è più giusto cambiare ruolo e modo di giocare.. non in società secondarie ma al Milan, al Real ecc.
Scusatemi ma parlare di visionari, che giocano sempre e solo allo stesso modo,non mi scalda il cuore da appassionato.. Lui, come Guardiola, faticano a cambiare le proprie idee e, secondo me, è un limite nelle proprie carriere… saranno visionari e precursori, ma troppo legati al proprio pensiero di calcio, che non sempre è la bellezza e la novità che tutti dicono… Ancelotti e luis enrique una spanna sopra per capacità e gestione secondo me. Non fermatevi per piacere al mio giudizio prima di rispondere, sembra folle,soprattutto su Guardiola, ma se analizzate bene le rose o l’uso di tutti i giocatori a disposizione, entrambi sacrificano le caratteristiche dei giocatori per le loro idee di calcio. Buona serata
Ciao Simone concordo su Ancelotti ma che tu dica che Guardiola fatica a cambiare le proprie idee disconosci l’evoluzione di Guardiola nel tempo, i cambiamenti tattici, il continuo adattarsi alle contrapposizioni degli avversari. Grazie comunque per il tuo apprezzato intervento. A presto.
Secondo me la scelta di uscire dalla Premier per andare all’OM è stata un po’ “cervellotica” ma è solo il mio pensiero senza essere a conoscenza di tutte le sfumature visto che io non sono ne De Zerbi e tantomeno il suo procuratore.
Domandarsi quanto a vinto mi pare banale visto che vanno considerate rose a disposizioni e momenti in cui le hai.
Lo vedremo in altre panchine con la solita schiera di persone pro e contro ma sempre con le sue idee e questo alla fine è quello che conta per lui e le sue squadre.