Dopo le recenti polemiche, perlopiù pretestuose e alimentate dal solito pregiudizio atavico verso tutto ciò che profuma di novità e di accento straniero, mi tocca indossare i panni dell’avvocato difensore di Cesc Fàbregas e Carlos Cuesta. Due tecnici spagnoli, entrambi provenienti da quella macro-regione nota come “Paesi catalani” – Catalogna, Baleari, Comunità Valenciana – e che in Italia vengono spesso trattati come un monolite ideologico, quando invece rappresentano mondi diversi e idee diverse.
Li accomuna una predilezione per il possesso palla e per il calcio posizionale. Ma fermarsi a questo è come dire che Rivera e Pirlo giocavano allo stesso modo perché passavano bene la palla. Fàbregas ha avuto solo contatti trasversali con Guardiola. I due tecnici in esame non ne sono né cloni né discepoli in linea diretta, come certa narrazione pigra vorrebbe far credere. Anzi, entrambi hanno fatto una parte sostanziosa del loro apprendistato in Italia, terra che ama insegnare ma non sempre ricorda. Pochi rammentano, ad esempio, che un giovanissimo Carlos Cuesta lavorò alla Juventus tra il 2018 e il 2020 come vice di Francesco Pedone, ben prima di diventare il “segugio” tattico di Mikel Arteta a Londra.
Qui si innesta il solito vizio italico, vecchio quanto il catenaccio (capo di accusa nei confronti di Cuesta, tra l’altro): etichettare subito, giudicare al primo inciampo, bollare un tecnico dopo due conferenze stampa e una partita storta. È un riflesso condizionato. Ricordo bene i dibattiti con un giornalista di professione, tifosissimo dell’Arsenal, che nei primi due anni di Arteta inondava i social di #ArtetaOut, salvo poi scoprire che la pazienza è spesso una virtù tattica.
Ricordo anche come, fino a non molto tempo fa, Fàbregas venisse accusato di essere esaltato oltre misura, mentre Paolo Zanetti al Verona veniva portato ad esempio di sobrietà e concretezza, forte di una rosa dal valore nettamente inferiore. Argomentazione legittima, per carità. Ma oggi basta guardare la classifica: Como sesto, Verona ultimo. Come diceva saggiamente il celeberrimo Nonno Libero: “una parola è troppa e due sono poche”. E nel calcio la complessità la fa da padrona ben più delle parole.
Sparare sentenze anzitempo, difendere a oltranza le proprie convinzioni e diffidare di ciò che è nuovo resta una prerogativa tutta nostra, marchio di fabbrica tipicamente italico. Un tratto nazionale. Giorgio Faletti scriveva che “un luogo comune diventa tale per la dose di verità che contiene”. È vero: il Como ha perso 3-1 contro il Milan pur dominando per tratti; il Parma ha fatto 0-0 col Napoli chiudendosi come un riccio. Ma sono dosi minime di verità, frammenti. Il calcio va osservato con sguardo più largo, meno emotivo e più onesto. Altrimenti si finisce per giudicare il mare guardando uno stagno.
Il Parma di Carlos Cuesta, osservandolo senza preconcetti, racconta una storia molto precisa. È una squadra che sa chi è e cosa vuole essere. Una squadra che difende, che si abbassa quando serve, che non si vergogna di sporcare la partita. E quando ha il pallone lo accompagna, lo insegue. Va a caccia della seconda palla con uno stile bollato troppo frettolosamente come provinciale. Calci d’angolo, punizioni, rimesse laterali: zone di confine del gioco, dove il calcio diventa quasi geometria applicata. Cosa c’è di più italiano di così? E infatti nello staff di Cuesta c’è un uomo che sui piazzati ragiona come uno scacchista, uno che sa che una partita, spesso, si decide lì.
Il Parma, oggi, è a più sei dalla zona salvezza. Nonostante gli infortuni, nonostante una rosa giovane e low cost, nonostante un allenatore che ha l’età di un veterano di spogliatoio. E se ti soffermi sul centrocampo, capisci che lì c’è la firma più interessante di Cuesta. Al centro non c’è il classico metronomo all’italiana. C’è Mandela Keita, 23enne belga, in crescita verticale, uno di quelli che sembrano sempre arrivare mezzo secondo prima. Non ha i piedi di un regista, ma riesce a tenere insieme la squadra. Ricorda, per certi versi, Flávio Conceição nel Real dei Galácticos: non la stella ma colui che faceva funzionare tutto l’impianto.
Il cervello tecnico è spostato in posizione meno centrale. Bernabé detta i tempi da mezzala, una scelta che dice molto della capacità di adattamento dell’allenatore. Non lo piazza davanti alla difesa, alla Lobotka, perché non ne ha la struttura, perché il calcio non è un dogma. Ultimamente abbiamo visto in campo anche El Tractorcito Ordoñez, argentino classe 2004, utile nelle transizioni, prezioso quando c’è da spezzare il ritmo.
Questo Parma vive di equilibrio: centrocampisti che schermano, linee compatte, recupero palla e via, cercando gli avanti senza fronzoli, in particolare la “boa” Pellegrino. Cuesta ha capito presto che l’idea va piegata alla materia, non il contrario. Si è “italianizzato” per sopravvivenza, per praticità e per intelligenza. Per questo appare molto più camaleontico di quanto venga raccontato. Non è un dogmatico, non è un talebano del possesso, ma uno che legge il contesto.
Ed è qui che nasce il confronto, spesso superficiale, con Cesc Fàbregas. Due giovani spagnoli, stesso passaporto narrativo, ma storie diverse. Fàbregas ha avuto budget, tempo e potere decisionale. Ha potuto costruire una squadra a sua immagine. Cuesta no: ha preso ciò che c’era e lo ha fatto rendere. A trent’anni, alla prima esperienza su una panchina vera, adattarsi è segno di maturità, non di conformismo, a differenza di quanto narrato nei salotti e sui social.
Al buon Cesc vengono imputati altri capi d’accusa, come accade sempre quando uno entra dalla porta di servizio. Ha appeso gli scarpini al chiodo mentre ancora respirava l’aria di quel ramo del lago di Como, e pochi mesi dopo – apriti cielo – si è seduto sulla panchina della prima squadra, dopo un fugace passaggio dalla Primavera. Troppo presto, dicono. Troppo comodo, insinuano. Guardiola è stato la sua ispirazione, certo. Ci ha lavorato da calciatore, lo ha osservato da vicino, ma non ne è mai stato il vice né il replicante. Fàbregas ha un altro grande padre putativo, non meno importante: Arsène Wenger, quello che cercava non i giocatori migliori, ma quelli giusti. Una distinzione che oggi pare sottigliezza filosofica, ma che spiega molto del Como attuale. Basta guardare i nomi: fino a un anno e mezzo fa ignoti o quasi. Douvikas, in Spagna, sembrava avere il mirino fuori registro; messo dentro un sistema che lo serve e lo protegge, ha ricominciato a segnare. Paz, oggi raccontato come fenomeno generazionale, nell’estate 2024 era una scommessa per addetti ai lavori.
Alla base del lavoro di Fàbregas c’è un’attenzione quasi ossessiva allo studio dell’avversario. Un collaboratore dedicato, un’analisi sartoriale, cucita addosso ai suoi uomini. L’obiettivo non è palleggiare per il gusto di farlo, ma capire dove colpire. Calcio moderno, calcio 3.0, che guarda avanti senza dimenticare che le partite si vincono nei dettagli. Eppure i detrattori prosperano. C’è chi si è divertito a schernire Fàbregas per la rimonta subita dal Milan, dall’1-0 all’1-3, ironizzando perfino su quella frase – sacrosanta – sull’allargare il campo del Sinigaglia per scardinare il pressing. Come se l’idea fosse sbagliata solo perché l’avversario, più forte e più esperto, ha vinto. Il Milan ha qualità superiore, ha Maignan, che ha parato anche l’aria, e ha portato a casa gli episodi. Dire che Allegri abbia “annichilito” Fàbregas è esercizio di fantasia e, direi, anche malafede: basta guardare gli xG, che raccontano un’altra partita. Ma i numeri non fanno rumore quanto i luoghi comuni.
Nel frattempo Cuesta viene criticato per essersi “italianizzato”, per aver fatto troppo catenaccio. Fàbregas, all’opposto, viene bastonato perché troppo guardiolista e perché perde prendendo rispettivamente 4 e 3 palloni dalle milanesi. Insomma: se difendi sei un traditore dell’estetica, se attacchi sei un visionario perdente. I detrattori decidano, almeno, da che parte stare tra risultatisti ed esteti. E magari lo facciano con un briciolo di coerenza, che non guasta mai.
Il sospetto, neppure troppo velato, è che queste critiche siano meno calcistiche di quanto si voglia far credere. C’entrano la provenienza, la scuola, dimenticando che ambo gli allenatori hanno avuto nell’Italia una base chiave per lo sviluppo delle proprie idee. Ma si sa, è l’eterno fastidio per chi arriva da fuori e non recita il copione previsto. L’obiettivo del Parma è salvarsi, quello del Como è stare tra le prime otto. E tutto lascia pensare che a inizio primavera il Como avrà già superato il bottino dell’anno scorso e il Parma sarà fuori dalla zona rossa.
Poi, certo, i detrattori potranno appellarsi alla “fortuna”. O sminuire questi tecnici parlando di moda passeggera. E, puntuali, come orologi svizzeri, non mancano e sono sempre onnipresenti i mammasantissima che declamano, ore rotundo, che Guardiola che ha rovinato il calcio. Intanto, però, loro lavorano e ottengono risultati. Agli altri resta il piacere amaro della sentenza affrettata, che in Italia non manca mai. Il vecchio saggio direbbe che è un vizio antico: sparare prima di guardare il bersaglio. E magari lamentarsi dopo, quando il colpo va a vuoto.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.











2 risposte
Caro Vincenzo, il tuo articolo centra il bersaglio perché non difende due allenatori, ma smaschera un metodo di giudizio. Fàbregas e Cuesta diventano casi di studio utili per raccontare un riflesso culturale italiano: la fretta di etichettare, l’allergia alla complessità, il sospetto verso chi non rientra nel canone narrativo già pronto.Il merito principale del testo è duplice.
Da un lato rompe l’equazione pigra “spagnolo = guardiolista”, mostrando come entrambi abbiano costruito la propria identità più per contaminazione che per filiazione diretta. Dall’altro ribalta il luogo comune secondo cui l’adattamento sia una forma di tradimento: Cuesta che si “italianizza” non rinnega un’idea, la rende praticabile; Fàbregas che persiste nella propria visione non è un talebano, ma uno che ha il contesto per farlo.
Molto efficace il parallelo implicito tra dogma e contesto: il calcio non viene raccontato come ideologia, ma come materia viva, che obbliga l’allenatore a scegliere, piegarsi, talvolta contraddirsi. In questo senso, la lettura del Parma come squadra di confine — sporca, geometrica sui piazzati, concreta — è forse la parte più sottovalutata del discorso pubblico, ed è giusto che venga rivendicata come profondamente “italiana”, senza complessi di inferiorità.Anche il confronto con il Como è centrato perché evita la trappola del dualismo estetico/risultato. Qui non c’è un vincitore morale: ci sono due processi diversi, legittimi perché coerenti con obiettivi, risorse e tempi. Chi li giudica con lo stesso metro dimostra di non aver capito né l’uno né l’altro.
In filigrana emerge un tema più ampio, forse il vero cuore dell’articolo:
in Italia non si giudica ciò che accade in campo, ma ciò che conferma un’opinione preesistente. Il contesto, la crescita dei giocatori, la traiettoria stagionale contano meno della battuta pronta o del frame comodo. È qui che il tuo articolo diventa interessante, perché costringe a guardare il mare invece dello stagno.
In definitiva, non è una difesa d’ufficio.
È un invito — raro — a esercitare lo sguardo prima del giudizio.
E nel calcio italiano, oggi, è già una forma di controcultura.
Sono felicissimo che abbia scritto questo articolo; perché rappresenta appieno anche il mio pensiero. Tante; troppe volte, facciamo le pulci agli altri; li prendiamo in giro-magari accusandoli di essere troppo nazionalisti, come facciamo coi francesi-ma in realtà, il popolo più nazionalista e provinciale(lo dico con la morte nel cuore)è proprio il nostro. Trattiamo malissimo qualsiasi straniero che venga a cimentarsi nel nostro campionato; li balliamo come “flop” o nella migliore ipotesi, come “oggetti misteriosi”, salvo poi adontarci se Domenech critica un tecnico italiano in Ligue 1 e l’unica spiegazione che diamo alle sue parole è:”ancora rosica per la finale del 2006″ , quando non:”ce l’ha con gli italiani”. Invece i nostri baldi opinionisti, quelli no; quelli sanno tutto. Dovremmo essere fieri ed orgogliosi di avere Fabregas in Serie A; tra l’altro uno dei pochi a mostrare una proposta calcistica di reale valore e di ampio respiro; per non dire “internazionale” ed invece lo attaccano. Gli danno dell’arrogante. Gli dicono di prendere ispirazione da Grosso e Nicola, con tutto il rispetto per questi professionisti. Addirittura; come ricordato nel pezzo; lo paragonavano a Paolo Zanetti. Cuesta poi è un paradosso. Viene accusato di iperdifensivismo. Se un tecnico italiano mostra un atteggiamento molto guardingo, va tutto bene; se lo fa Cuesta no. Anzi. Se però si prova a proporre calcio offensivo, si è presuntuosi e spocchiosi. Sinceramente; credo che una delle ragioni della crisi totale che avvolge il nostro movimento agonizzante, per non dire già defunto; sia proprio questo ostracismo che abbiamo verso gli altri approcci metodologici. Altrove si cresce; si aiutano tanti giovani calciatori ad emergere e noi stiamo qui; arroccati sulle nostre posizioni; ad invidiare segretamente ciò che diciamo di non dover invidiare. Convinti di essere sempre i migliori; non si bene su quale base. Ancora complimenti per la lucidità e l’onestà di queste parole.