UNA COMUNICAZIONE DIVERSA È POSSIBILE

La comunicazione nel mondo sportivo ha seguito negli anni un filone molto sensibile allo spunto a effetto, spingendo nella direzione del titolo a nove colonne, dell’annuncio urlato o del post “acchiappa-like” e privo di effettivo contenuto. Sono cambiati dunque i canali comunicativi, dalla carta stampata al tubo catodico per poi atterrare sulle piattaforme social, ma la modalità che punta a dare enfasi a toni esasperati (o esasperanti) ha da sempre avuto ampie praterie davanti a sé.

Ricordate il “rumore dei nemici” di Mourinho, mantenutosi negli anni dal 2010 fino all’ultima sua recente uscita in occasione del gol annullato del possibile 3 a 2 a favore del suo Benfica?

L’evoluzione di questo “modus comunicandi” si è poi configurata come prassi mirata alla costante e scientifica “punzecchiatura”: è quello che ha scelto di trasmettere Antonio Conte, abile a spostare ogni volta il focus su persone “terze” rispetto ai suoi calciatori. E questo anche a costo di riversare sui suoi stessi dirigenti, eventuali mancanze od omissioni in sede di campagna acquisti. Nell’immediato questa metodologia dialettica ha portato con costanza ai risultati sperati, a costo di avvelenare gli animi e far storcere il naso ai puristi del “politicamente corretto” e a tutti coloro che seguono il calcio per la bellezza del gesto tecnico in sé , o per l’ispirazione derivante da storie di successo e/o ancora per il processo di sviluppo generale, più che per il contorno “urlato” se non esasperato. 

Se invece si trattasse di una questione di confini? Se l’attenzione a non debordare all’esterno del proprio seminato, risultasse la chiave per sviluppare idee e identità? È quello che è emerso nell’intervista post Atalanta-Inter nelle parole di Mister Chivu, attento a non cadere nella trappola nascosta dietro ad una domanda di un giornalista, a proposito del “guardare in casa di altri” (proprio a quella di Conte, nella fattispecie). In questa occasione il tecnico rumeno ha sottolineato come il suo focus sia quello di sviluppare ogni giorno, e in ogni intervista, coerenza e senso di responsabilità, senza alzare il volume né esacerbare gli animi. 

C’è una nuova generazione di allenatori dunque che decide di invertire il trend e di scegliere una comunicazione positiva, basata su mentalità, innovazione e crescita. 

Si tratta del non – trash – talking dei Fabregas, dei De Rossi, dei Cuesta, dei Pisacane e del citato Chivu appunto (per limitarci alla serie A, ma senza guardare all’estero potremmo citare tanti coach emergenti, uno su tutti Chiappella della Virtus Entella), capace di offrire all’opinione pubblica un cambio comunicativo epocale. Limitarsi a dire che solo il tempo sarà l’arbitro dei risultati eventuali che questi signori porteranno ai rispettivi ovili è banale e limitativo. Ragionare più ad ampio respiro, e osservare in questo l’approdo di un’attenzione diversa a linguaggio e alla salubrità conseguente dell’ambiente, è un toccasana per chi ama alcuni dei valori più profondi che caratterizzano lo sport e di cui finalmente non ci si riempie più solo la bocca in salotti perbenisti. 

Bio: Francesco Borrelli

Francesco è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è continuare ad aiutare i giovani calciatori, anche rossoneri, dal suo ufficio a Milanello, di fianco alla “palestra delle leggende”.

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Una risposta

  1. In tutti i contesti parlare non è mai neutro. Nel calcio ogni parola contribuisce a modellare l’ambiente in cui una squadra vive e lavora. Il tema, quindi, non è lo stile comunicativo degli allenatori, ma il modo in cui linguaggio, contesto e azione costruiscono nel tempo una cultura condivisa, e come il tipo di comunicazione ne accompagni il processo, essendone componente essenziale. Il “trash talking” storico può funzionare nel breve periodo. Sposta l’attenzione all’esterno, crea tensione, compatta il gruppo. Ma genera adattamenti reattivi e rischia di rendere il sistema dipendente dal conflitto per trovare senso ed energia.
    In questi casi il baricentro si sposta fuori: avversari, media e polemiche diventano il riferimento principale.

    La postura comunicativa di molti allenatori emergenti indica invece un cambio di prospettiva. Non è solo moderazione dei toni, ma un diverso modo di abitare il contesto.Il “non trash-talking” è una scelta: proteggere i processi, il lavoro quotidiano, la coerenza del sistema.

    Qui il linguaggio non serve a caricare dall’esterno, ma a orientare.
    Non eccita, responsabilizza.
    Non cerca nemici, costruisce senso condiviso.
    Nel calcio la comunicazione non descrive la realtà: la fa accadere.
    E abbassare il volume per aumentare il senso non è debolezza, ma una precisa scelta culturale.

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