“Sempre più persone guardano il calcio, però è sempre meno attrattivo. Ne beneficia solo il business, perché per ‘loro’ conta solo il numero di spettatori.”
Questa frase di Marcelo Bielsa, che non cito a caso per ciò che rappresenta per la ‘coscienza’ dell’intero movimento, mi riporta al mio percorso professionale. Un avvincente viaggio partito, guarda caso, proprio dal Milan tanto caro a Filippo Galli – che per la prima volta mi ospita su questo blog e che ringrazio –, lungo il quale ho avuto l’onere e l’onore di vivere esperienze altamente competitive e stimolanti, e di poter osservare, da vicino e da dentro, ambienti aziendali di svariati settori e differenti livelli, sia in termini organizzativi che di ambizioni. Essendo specializzato in marketing e comunicazione sportiva, però, nonostante esperienze ‘trasversali’, posso dire che le parole e il pallone abbiano rappresentato il filo conduttore della mia di vita lavorativa e non solo. Portandomi oggi, nella tappa che sto percorrendo, ad essere ormai dedito, a tempo pieno, a insegnare, ma soprattutto a scrivere – che si tratti di informazione, comunicazione o narrativa – ed allenare. Proprio per questo, per il bagaglio che mi porto dietro – e soprattutto per aver agito e visto come si muovono i fili dietro le quinte –, ho unito i puntini e confrontato questi due ambienti – editoria e calcio – che, pur sembrando tanto distanti tra loro, per molti aspetti sono invece decisamente vicini, fino quasi a sovrapporsi.

Parto più o meno dalla fine: quando, nel 2019, ho pubblicato Sarrismo, il mio primo libro, sono entrato attraversando la porta principale in un settore, quello appunto dell’editoria, che conoscevo meno ed ho voluto analizzare nel profondo, amando studiare, come sempre faccio, il contesto in cui opero, per comprenderne al meglio le dinamiche e, di conseguenza, fare le scelte migliori per le mie esigenze e i miei obiettivi. Dopo quel primo saggio ne è arrivato un altro, Media House, e poi i romanzi Sinisa e Mia e Meltdown.
Sapevo fin dall’inizio che sarebbe stato difficile, ma, pur sentendomi fortunato perché l’ho realizzato, ho imparato sulla mia pelle quanto subdolo possa essere il sogno di scrivere per vivere: giornate al computer, notti insonni, tanto studio, chilometri e chilometri tra eventi, fiere e presentazioni, interviste da realizzare – che fai, ti invitano in radio e in TV e non ci vai? – augurandosi che inneschino articoli e recensioni, per poi faticare anche solo a farsi inviare i report di vendita regolarmente, aspettando il pagamento delle royalty. Dubbi assillanti. Quante copie vengono stampate? Sembra che non sia obbligatorio comunicarlo all’autore. Ma com’è possibile? E poi: quante copie sono state realmente vendute? Report basati sulla fiducia, oltre la quale, chiedere numeri davvero verificabili, viene percepito come una grande offesa, quando il semplice bollino della SIAE basterebbe a mettere tutti d’accordo.
Nel frattempo, spese su spese per andare in giro, per fare in modo che, dei propri libri, si scriva e si parli. Un bilancio che si fa fatica, di anno in anno, a chiudere in pari. Tanti doveri, pochi diritti, perché le case editrici sono diventate, ahimè molto spesso, troppo spesso, progetti di marketing che lucrano sui sogni degli aspiranti scrittori. Entità quasi eteree con le quali tanti autori, talentuosi o meno che siano, fanno fatica anche solo a entrare in contatto, come invece non succede agli influencer di turno – a proposito di parole, quella più inutile e vuota di quest’era paradossale – di Instagram e TikTok, che ormai, raggiunta una certa soglia di follower, non devono nemmeno scomodarsi, per quanto spesso vengono cercati e contattati per firmare – già, a volte nemmeno per scrivere – ‘libri’ col faccione in copertina, con l’obiettivo di attrarre masse deliranti pronte a mettersi in fila per comprarli e farseli autografare a favore di selfie, ma, in molti casi, non a leggerli. Mentre le storie buone, le parole scritte col sangue dei sacrifici, rimangono ad ammuffire nei cassetti. E la cultura, quella che proprio le case editrici, ma anche gli editor e gli agenti editoriali, avrebbero il dovere morale di tutelare, di custodire e promuovere, muore insieme ai classici.
E qui, a proposito di cassetti e di sogni complessi, nasce il paragone col calcio, che non è da meno, e non solo per i ragazzi che sognano di diventare calciatori. La situazione, infatti, è avvilente pure per gli allenatori, i preparatori e per ognuna delle figure che annualmente investono soldi su sé stesse per formarsi e alimentare le proprie ambizioni. Anche in questo caso ho osservato, dialogato, mi sono confrontato, ho analizzato e ‘parlo’ con cognizione di causa. Fare un punto è semplice, partendo dai ‘conti facili’ che, come gli aspiranti scrittori per l’editoria, rende tanti aspiranti mister, prof e quant’altro, clienti del settore nel quale vorrebbero lavorare per vivere (che paradosso, eh?): le società professionistiche sono poche, quelle che investono realmente nei settori giovanili, in Italia, sono ancora meno.
La maggior parte degli allenatori – e più in generale dei profili che compongono gli staff a bassi livelli –, a parte poche realtà, sono dopolavoristi (e questo, si badi bene, non significa che non siano preparati, anzi), e fanno enormi sacrifici con l’ambizione di entrare in un circuito spesso chiuso nel quale girano di frequente gli stessi nomi, e altrettanto spesso non per meriti ma per relazioni.
Le scuole calcio, poi, la vera base della piramide, esattamente come le case editrici, sono diventate in larga parte – non tutte, ma troppe – progetti di marketing. E visto che il marketing – fidatevi, un po’ ne capisco –, grazie alla tecnologia e al digitale (leggasi Media House per andare nei dettagli delle dinamiche che si sono innescate), oggi fa rima con comunicazione, quelle più brave a comunicare, ad apparire, a promettere test match (non importa se finiscono tanto a poco, quello non si dice), tornei importanti e provini (non importa se la prova dura un giorno, basta la foto sui social), finiscono per agglomerare ragazzini sognanti, e, tra essi, per statistica anche quelli più bravi, coi quali vincere coppette e sentirsi grandi dirigenti (che non di rado tengono per sé i gruppi ritenuti più pronti per sentirsi grandi istruttori), ma soprattutto, peggio, per alimentare ancora e ancora i sogni di bambini e di genitori complici (a volte così tanto complici da diventarne sponsor), nel circolo vizioso di cui sopra, crescendo e guadagnando pur continuando a pagare quattro soldi gli allenatori, che si trovano di fronte a un bivio: rifiutare certe dinamiche e rimanere fuori dal circuito, o accettare cifre improponibili – i famosi rimborsi – che, nel migliore dei casi, per usare un termine tecnico, sono buoni al massimo per pareggiare i conti, tra spostamenti, trasferte, viaggi, parcheggi e materiali vari, senza dimenticare il tempo tolto all’altro lavoro, qualunque esso sia, che non si può lasciare, e quello sottratto alla famiglia e a sé stessi (ora vi è chiaro il paragone che innesca l’articolo?).
Vuoi mettere, però, le foto sui social con gli aforismi motivazionali? Sacrifici enormi, traguardi fittizi, talenti sprecati a rincorrere illusioni sulla ruota panoramica che è diventata la vita di tanti, di troppi. Attrazioni perfette per godersi l’orizzonte dall’alto e per i selfie fintamente felici. Postazioni privilegiate per osservare, sentendosi grandi, le esistenze degli altri. Ma non per vivere davvero le proprie, visto che poi, dopo qualche giro, si torna giù e si scende, e i sogni restano tali, mentre al botteghino contano i soldi.
Però nulla è perduto, basterà comprare un altro biglietto. Altro giro, altra corsa, c’è posto per tutti. Preparazione e talento non sono indispensabili. E per questo mortificati. Basta che i telefoni siano carichi.
“Io dico sempre ai ragazzi che il calcio per noi è movimento, spostamento. Bisogna sempre correre. Ogni giocatore, in ogni circostanza, ha sempre una buona ragione per correre. Nel calcio non esiste una sola circostanza in cui un giocatore possa permettersi di stare fermo in campo.”
Forse sarebbe il caso, come sostiene Bielsa, per chiudere il cerchio usando ancora una metafora calcistica, per chi il proprio talento voglia coltivarlo davvero, di cominciare a correre tutti nella stessa direzione. Di agire da categoria e da squadra. Di dire no. Di incrociare le braccia pretendendo contratti chiari e dignitosi. In cui i diritti bilancino realmente i doveri. Mettendo il sistema, qualsiasi esso sia, che si tratti di parole o pallone (ma mi sa che non sono gli unici), di fronte alle proprie responsabilità – e meschinità – una volta per tutte.
Diversamente che nessuno si lamenti, perché col silenzio si è complici.
E i sogni resteranno illusioni, buone solo per arricchire ‘loro’, i mercanti.

BIO: Michele Bosco, specializzato in management e marketing, si occupa in particolare di comunicazione digitale, media house e brand journalism. È autore, sempre per Dario Flaccovio editore, dei saggi Sarrismo. Fede e Disintermediazione (2019) e Media House. La trasformazione digitale dei modelli di business (2020) oltre che dei romanzi Sinisa e Mia. La guerra e la pace (2021), con cui ha iniziato il proprio percorso nella narrativa, e Meltdown (2025).
Presa consapevolezza della sua neurodivergenza, si è allontanato dall’attività manageriale, dedicando sempre più tempo alla divulgazione sull’autismo e sulla plusdotazione, alla scrittura e al calcio, come allenatore di settore giovanile, sia sul campo sia in termini di studio, ricerca e condivisione.










Una risposta
Il calcio oggi non è più uno sport: è un’industria.Un business globale che usa il pallone come pretesto.Conta solo quanto rende, non cosa trasmette.Diritti TV, sponsorizzazioni, plusvalenze, mercati aperti tutto l’anno. Le squadre non sono più squadre: sono brand. I giocatori non sono atleti: sono asset. I tifosi? Clienti ricorrenti.Le partite vengono spezzate, svuotate, sterilizzate.Orari assurdi, campionati infiniti, competizioni inventate dal nulla. Non per migliorare il gioco, ma per vendere più slot pubblicitari.La passione è diventata un fastidio.Meglio uno spettatore che paga e tace, che un tifoso che vive e pretende. Le curve danno “problemi”, il dissenso disturba il prodotto.Il risultato è un calcio ricco, potentissimo… e vuoto.Stadi pieni, emozioni scarse. Numeri che crescono, anima che scompare.Non è evoluzione.È sostituzione: al posto del calcio c’è il business che gioca a fare calcio.E finché sarà così, potrà anche fatturare miliardi.Ma non potrà mai più dire di appartenere a chi lo ama davvero.