Il mondo del business è costellato di numerosi casi di aziende che non sono riuscite a dimostrare l’agilità e lo spirito di adattamento necessari a cambiare, anche radicalmente, il proprio modello al fine di affrontare con successo le sfide, sia tecnologiche che non, richieste dal mercato di fronte a minacce e opportunità.
A titolo di esempio, basti pensare a chi fosse di fatto monopolista nel mercato delle macchine fotografiche su pellicola che, con il passaggio al digitale, ha perso totalmente il proprio posizionamento, rischiando di scomparire del tutto; a chi, con l’avvento del digitale, non aveva colto le opportunità legate alle innovazioni vedendo completamente svanire il mercato del noleggio di videocassette; oppure, a chi era leader indiscusso nel mercato della telefonia con i cellulari tascabili a tastiera, finito quasi nel dimenticatoio con l’arrivo degli smartphone.
La lista dei casi è lunga e si potrebbero spendere fiumi d’inchiostro a riguardo, ma in tutti questi esempi, analizzando ciò che è avvenuto, si arriva alla conclusione che si è trattato di scelte strategiche errate causate da un distaccamento dalla realtà e da una scarsa visione.
All’opposto, le storie di successo sono riconducibili a realtà aziendali che hanno avuto una visione chiara e ispiratrice, avendo effettuato un’autovalutazione realistica per comprendere i propri punti di forza e debolezza, identificato i mercati da conquistare e sviluppato piani d’azione per superare la concorrenza nel raggiungimento degli obiettivi di lungo termine. Questi piani includono partnership strategiche (in caso di prodotti complementari) e l’uso dello storytelling aziendale per comunicare efficacemente il proprio valore al pubblico, come nel caso di un noto brand di abbigliamento sportivo che racconta storie di atleti famosi per legarsi emotivamente ai propri clienti; o i casi di chi è passato dal servizio di noleggio DVD a una piattaforma di streaming globale. In tutti i casi, la strategia parte dall’analisi del proprio prodotto o servizio, cercando di differenziarlo, rendendolo non facilmente sostituibile da quello degli altri, attribuendogli tratti di unicità.
Il calcio è a tutti gli effetti un mercato, ma anche un prodotto, e le società calcistiche, che lo si voglia o meno, sono delle aziende che non sono di certo immuni a queste regole del gioco. Infatti, la mancanza di pensiero strategico può compromettere i risultati sportivi che, a loro volta, possono avere un impatto negativo sui risultati finanziari, sino a determinarne la completa deriva. È chiaro che per ogni strategia devono essere implementate anche delle azioni tattiche che dovranno essere allineate rispetto alla visione e alla direzione che si intende intraprendere.
Non vorrei dare l’impressione di chi voglia semplificare troppo – e non me ne vogliano gli esperti di economia e strategia aziendale – ma personalmente ritengo che ciò che determina l’esistenza di valore attorno all’industria del calcio sia in gran parte l’esistenza diffusa delle emozioni. Possiamo chiaramente discutere di contratti di sponsorizzazione, di stadi di proprietà, di merchandising e vendita di magliette, ma riducendo ai minimi termini ricondurremo tutto alle emozioni che una squadra di calcio è o non è in grado di trasmettere ai tifosi. Ne consegue, seguendo il ragionamento, che l’emozione è l’aspetto primario che deve essere necessariamente tenuto in considerazione da uno stratega del calcio. Questa premessa è doverosa e, unitamente alle storie dei personaggi che seguono, mi aiuta a definire il contesto dell’argomento e, altresì, a sostenere il relativo pensiero.
Differenza tra Strategia e Tattica
Nei paragrafi seguenti mi permetterò di utilizzare dei casi calcistici in cui la visione strategica e la tattica hanno contribuito, a mio avviso, a fare sì che il prodotto realizzato dalla società calcistica, nonché le relative emozioni suscitate (come sopra menzionato), creasse innovazione e, conseguentemente, valore.
Prima di far ciò, visto che spesso sussiste ancora confusione e sovrapposizione nell’utilizzo dei termini, preferirei impiegare qualche riga nel definire che cosa è strategia e che cosa è tattica.
Partendo dalla prima, guardando alla storia, la strategia degli antichi romani era di regola decisamente offensiva. Essa si basava sulla superiorità di forze che Roma, da tempo molto antico, ebbe sui suoi avversari e sulla sicura fiducia nelle virtù dei suoi soldati e nella bontà dei suoi ordinamenti militari. Nel calcio, la strategia può essere inquadrata nell’obiettivo di alto livello e nel piano generale che definisce come la squadra raggiungerà il successo. È legata da un filo invisibile alla visione a lungo termine.
Se prendiamo la strategia della società Milan di fine anni ’80 e inizio anni ’90 allenata da Arrigo Sacchi, essa consisteva nel voler rivoluzionare il gioco italiano trasformando il club non solo in una squadra vincente, ma anche nell’acquisizione di un’icona globale e moderna, per via di una mentalità innovativa e manageriale. Quel Milan credette alle idee rivoluzionarie dell’allenatore di Fusignano, il quale aveva compreso che questo tipo di calcio avrebbe dato la possibilità alla società e alla squadra di ottenere il successo a livello europeo e planetario. Non a caso si creò un ciclo che durò diversi anni e portò il Milan ad essere riconosciuta da tutti come una squadra prestigiosa e di successo. Addirittura, Borghi, calciatore oggetto dei desideri della presidenza del Milan di quegli anni ma non rientrante nei piani di Sacchi, una volta rientrato in Argentina e diventato allenatore decise di applicare un calcio propositivo e offensivo. Parafrasando Filippo Galli e ciò che ha scritto nel suo fantastico libro “Il mio calcio eretico” (che mi permetto vivamente di consigliare per chiarezza espositiva e qualità dei contenuti), Sacchi «ti entra dentro anche quando non lo vuoi».
Oppure la strategia impiegata dal Barcelona quando affidò la panchina a una persona che poi si sarebbe dimostrata come uno dei migliori allenatori della storia del calcio: Pep Guardiola. Il Barça, con una visione e degli obiettivi chiari in programma, si prese dei rischi perché, sposando la filosofia rivoluzionaria del giovane tecnico, aveva avuto il coraggio di introdurre un calcio di dominio integrandolo con i valori fondamentali del club, nonché basandosi sulla promozione della propria cantera (La Masia), sulla creazione di una filosofia di gioco unica nel suo genere, sulla gestione del capitale umano del club basata sulla responsabilità e la fiducia reciproca, e su una visione a lungo termine affinché il successo non restasse isolato ma divenisse sostenibile nel tempo.
In entrambi i casi, le società arrivarono al successo introducendo una strategia efficace basata sulla:
• Definizione chiara di visione e valori.
• Valutazione onesta della propria realtà, identificando punti di forza e debolezza.
• Studio e analisi del mercato.
• Stabilire obiettivi chiari e un piano con traguardi misurabili e le azioni necessarie per raggiungerli.
• Assicurarsi di avere le competenze e uno staff all’altezza che sposasse completamente il piano.
Se possiamo quindi sintetizzare sostenendo che la strategia identifica il “che cosa”, invece, la tattica è il “come”, il modo in cui si raggiungono gli obiettivi della strategia sul campo.
Per quanto riguarda la tattica, sempre analizzando questi due “extraterrestri” della panchina, ecco in estrema sintesi i tratti relativi al loro stile tattico.
Arrigo Sacchi basava il proprio gioco sul mantenere la linea della difesa alta con un approccio aggressivo. Questo consentiva di giocare in uno spazio di campo accorciato, mantenendo la squadra compatta, con distanze ridotte tra i reparti, mettendo in fuorigioco gli avversari per interrompere il gioco. Sacchi preferiva controllare gli spazi, non gli avversari, e applicava un pressing immediato e collettivo volto al recupero della palla il più velocemente possibile. Per Sacchi non bastava vincere se non si era dominato il gioco, partendo da questa assunzione voleva che si iniziasse a giocare dal basso. In fase offensiva il gioco si sviluppava con movimenti coordinati e rapidissime verticalizzazioni. Anche i terzini partecipavano attivamente crossando dal fondo. Il modulo impiegato era un 4-4-2 che in fase offensiva si trasformava.
I principi tattici del Barcellona di Guardiola si basavano su un continuo possesso palla di qualità, il Tiki Taka, cambiando l’orientamento del gioco per sfruttare gli spazi e muoversi in campo in una struttura flessibile, come il 2-3-2-3 o il 2-1-4-3, nonché l’effettuazione di giocate volte a creare continuamente superiorità numerica. Un po’ come nel caso di Sacchi, Guardiola pretendeva dalla propria squadra il recupero immediato del pallone, la frammentazione del gioco avversario e la superiorità tecnica. Alcuni sostengono che il Tiki Taka di Guardiola sia stato ispirato al Futsal, considerando la condivisione di principi tattici e di fluidità, dove i movimenti dei giocatori negli spazi stretti vengono effettuati per garantire due o tre soluzioni di passaggio.
Rinus Michels, il Calcio Totale
Se Arrigo Sacchi e Pep Guardiola sono allenatori dotati di impressionanti abilità tattiche, e sono anche gli emblemi di società dotate di una visione strategica unica nel suo genere, andando ancora più indietro nel tempo, troviamo un’ulteriore figura da considerarsi rivoluzionaria: colui che ha inventato il Calcio Totale: Rinus Michels. Egli è il suo architetto e ideatore, ed ha gettato le basi di questa tipologia di calcio. È considerato da tutti il padre di questa filosofia pratica calcistica, avendola lanciata e attuata con successo all’Ajax, al Barça e alla nazionale olandese. Se è vero che oggi giorno si sostiene esista un calcio prima e dopo Sacchi, altrettanto si può dire a mio avviso di Rinus Michels.
Dopo una carriera da calciatore, nella stagione 1965/1966 l’Ajax gli affida l’arduo compito di ricostruire la squadra. Il progetto è ambizioso e rivoluzionario per l’epoca e prevede l’applicazione di grande disciplina, sessioni di allenamento molto dure, una preparazione atletica tosta e schemi di gioco nuovi da imparare. Michels deve tuttavia scontrarsi con la realtà: il grosso problema è che gli atleti di quegli anni non erano professionisti, molti lavoravano, e quindi l’impegno richiesto risultava enorme rispetto al tempo che avevano a disposizione. Quindi Michels, fedele alla propria idea di calcio, chiede alla società di stipulare dei contratti professionistici con tutti i giocatori affinché dedichino l’intero loro tempo alla squadra, concentrandosi e impegnandosi maggiormente.
Da qui nasce una vera e propria rivoluzione. L’Ajax diventa una squadra moderna, dove i giocatori sono focalizzati sull’apprendimento e la messa in pratica di ciò che il loro allenatore intende trasmettere. In quella squadra, assunse un ruolo fondamentale Johan Cruijff (il numero 14), interpretando un ruolo versatile che si adattava a molteplici posizioni. Cruijff fu il calciatore simbolo di questo stile di gioco e in seguito perfezionò questa filosofia calcistica anche come allenatore, prima all’Ajax e poi al Barcellona. Con Michels i giocatori si mettevano letteralmente a disposizione della squadra; infatti, il suo sistema di gioco prevedeva che tutti i giocatori dovessero essere in grado di giocare in qualsiasi posizione, un’eresia per l’epoca, rendendo la squadra e la manovra estremamente fluida e imprevedibile. Oggi giorno si direbbe che tutti fossero pronti a “sacrificarsi” per la squadra e l’intercambiabilità dei ruoli aiutava a mantenere la compattezza della squadra.
Si tratta di una svolta epocale: in passato i calciatori lavoravano su loro stessi e seguivano una tattica situazionale. L’Ajax torna a essere campione d’Olanda. La squadra gioca all’unisono e dopo una sconfitta in Coppa dei Campioni con il Milan, nel 1971 a Wembley supera i greci del Panathinaikos per 2 reti a 0 salendo sul tetto d’Europa. È così che Michels lascia da vincente l’Ajax per approdare al Barcelona e anche qui il suo tocco si vede: vince una Coppa del Re e una Liga.
Rinus però non si contraddistingue solo per ciò che realizza con l’Ajax ma anche con la nazionale Olandese. Essere un selezionatore non equivale di certo a essere un allenatore di club, ma egli cerca comunque di modellare la selezione olandese sulla base del modello del club di Amsterdam. Si gioca il Calcio Totale (Totaalvoetbal): ogni giocatore deve essere in grado di ricoprire più posizioni, di sostituire i compagni, coprendo il campo attraverso la mobilità, occupando gli spazi e sfiancando gli avversari, chiaramente avendo un’importante condizione fisico-atletica. È interessante constatare come i più grandi allenatori del calcio, come Guardiola, Sacchi, Ancelotti, Michels, Zidane e altri, siano accomunati da un’idea di dominio qualitativo del gioco.
Tornando alla sua esperienza con la Nazionale Olandese, ai mondiali del 1974, Rinus Michels porta la sua Olanda in finale. Ma soccombe alla Germania Ovest. Un epilogo analogo si ha con i mondiali in Argentina del 1978: la sua Olanda gioca un calcio fantastico ma viene sconfitta in finale dai padroni di casa.
La nostra cultura del mito ci porta a ricordare solo le gesta di chi vince e a far passare nel dimenticatoio i secondi, ma credo che questa sia una grande limitazione di attitudine e pensiero. Finché non si ammetterà questa cosa, così come le sconfitte, non si avrà modo di migliorarsi realmente. Alle volte le finali si giocano su episodi, anche fortuiti, e chi è arrivato in fondo, in termini di bravura, spesso non è da meno rispetto a chi alza poi la coppa. Il secondo posto è e deve essere comunque motivo di soddisfazione e orgoglio; se si arriva in fondo si è comunque dato dimostrazione di essere tra i migliori e tutti – giocatori, dirigenti, tifosi – devono esserne fieri.
1988. Ma come in tutte le favole, quantomeno per chi non ha considerato Michels un vincente per via delle finali perse, anche con la nazionale si ha un lieto fine. Gli Orange stavolta non sbagliano: giocando un calcio spettacolare arrivano in finale agli Europei e, anche per merito di un grandissimo Marco Van Basten, che realizza uno dei goal più belli della storia del calcio mondiale, trionfano diventando campioni d’Europa. Il Calcio Totale ha ulteriormente dimostrato di essere efficace, soprattutto a livello internazionale.
Una Riflessione
Ho cercato di trattare i temi della Strategia e della Tattica utilizzando esempi virtuosi di società e tecnici in ambito calcistico. Il primo tema, la Strategia, è legato al piano strategico, alla visione, agli obiettivi di lungo termine. Il secondo, la Tattica, è più legato al come, alle azioni concrete necessarie nel quotidiano, per orientarsi al raggiungimento degli obiettivi strategici.
Avevo premesso che spesso esiste un po’ di confusione sull’utilizzo dei termini; credo che la genesi di detta confusione sia dovuta al fatto che entrambe devono coesistere se si vuole tendere al successo. La tattica è inefficace se non vi è strategia e viceversa, ove, chiaramente, la strategia deve essere il faro guida delle azioni della tattica.
In aggiunta, mi sento di asserire che sia chi è in carico alla definizione della strategia, sia chi implementi azioni tattiche, debba applicare il pensiero strategico, e quest’ultimo non si improvvisa. Nessuno dei manager delle società o degli allenatori sopra descritti avrebbe raggiunto il successo senza aver riflettuto e pianificato il futuro, prioritizzando i compiti e focalizzandosi su risorse e priorità. Ciascuno di essi aveva in mente un piano, legato al dove si vuole andare, e delle azioni sul come agire.
Sono tutti tratti caratterizzanti chi possiede un pensiero strategico, e quest’ultimo può essere applicato anche ben oltre il mero mondo calcistico.
Poi vi è sempre il tema della comunicazione: gli antichi Romani erano degli strateghi strepitosi e avevano capito benissimo che si può aver studiato a tavolino la strategia più complessa di questo mondo, ma se non si è in grado di semplificarla, comunicarla in modo efficace rendendola comprensibile da tutti i ranghi, essa diventa priva di alcuna efficacia.
Concludo con un’ulteriore riflessione. La filosofia del Calcio Totale, di mister Rinus Michels, che è stata lasciata in eredità ai suoi colleghi che gli sono succeduti nel corso degli anni e che hanno saputo farla propria, ridisegnandola, personalizzandola, adattandola alla loro filosofia di calcio, dimostra quanto alle volte il tratto della “sana ribellione” rispetto allo status quo possa aiutare a generare qualcosa di unico, utile alla progressione, senza farsi influenzare da situazioni assodate, dogmi o preconcetti. Inoltre, questa sana ribellione, trovando fondamento nell’amor della sapienza (in questo caso calcistica) e nella forte convinzione circa la bontà del proprio approccio, affascina chi la comprende, contribuendo a dare uno slancio al circuito delle emozioni, tanto importanti nel calcio.
A mio avviso il Calcio Totale, oltre agli aspetti meramente tecnici, è tale anche perché ha “totalmente” rimesso in discussione mentalità, prassi e approcci che il tempo e un allenatore visionario avevano sancito essere superati. In estrema sintesi, è un bell’esempio di come, al contrario, l’assenza di pensiero strategico e la frase “è così perché si è sempre fatto così” siano di grande inattualità e inutilità.

BIO: LUCA INNOCENTI
Manager, Coach e Mentor. Ex giocatore di Calcio a 5 in campionati nazionali. Da ragazzo, nella stagione 2002/2003, ha vinto insieme al Seregno calcio a 5 uno storico scudetto Juniores, laureandosi Campione d’Italia. Ha collezionato alcune presenze con la Nazionale Italiana di calcio a 5 (Under 18 ed Under 21).
Istruttore qualificato di scuola calcio, é ideatore da diversi anni di progetti calcistici (aventi un taglio “Futsal”) giovanili, anche collaborando con professionisti provenienti da altre nazioni europee. Tra le esperienze sportive, allenatore dell’attività di base dei Saints Milano (Serie A2 Élite Calcio a 5). Attualmente allenatore dei Primi Calci e Piccoli Amici della società Tubo Rosso.
Ha scritto il libro “L’allenatore di Futsal nelle categorie giovanili”, è autore nel blog betterfutsalcoaching.wordpress.com e scrive per il blog “La complessità del calcio”, di Filippo Galli.
Da decenni è attivo nel sostenere l’importanza dell’insegnamento del Futsal anche nei settori giovanili delle società calcistiche.










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