MILAN LEGENDS – WALTER DE VECCHI: LE BORDATE DELL’AVVOCATO

Sì può immaginare la scena, quella di una piccola tragedia domenicale, nella quale il Milan sta perdendo per 2 a 0 contro l’Inter (a segno Oriali e Altobelli), un derby che sembra compromesso. La massa dei tifosi casciavit è visibilmente contrariata e teme anche per gli esiti di una stagione fin qui perfetta, che potrebbe regalare l’agognato Scudetto della Stella, sfuggito in una domenica ancora più drammatica sei anni prima. Si sa, nel calcio i fantasmi possono sempre tornare e la storia si ripeterà diciassette anni dopo. Alcuni stanno sfollando, altri si stanno già torturando per gli sfottò del giorno dopo che dovranno sopportare a scuola, a lavoro, persino per strada. Posso immaginare la scena, tifosi che nel guadagnare l’uscita danno le spalle al terreno di gioco e che all’improvviso vengono richiamate dal boato della Curva Sud e di coloro che, imperterriti fideisti delle cose calcistiche, non hanno perso la speranza e hanno spinto i propri beniamini nei minuti di sofferenza. Ha segnato il Milan, è stato De Vecchi a scagliare un bolide su calcio di punizione. La fiumna di cuori rossoneri che sta facendo mestamente ritorno nelle proprie case torna precipitosamente sugli spalti. Quel ritorno è un segnale ed è come se l’undici di Liedholm lo avvertisse.

C’è ancora vita, nulla è perduto.

Nell’assalto finale vengono fiondati palloni dalla trequarti nell’area nerazzurra. Uno di questi viene respinto dalla difesa schierata dell’Inter, la palla viene rimessa dal Milan al limite dei sedici metri, Bigon la appoggia per l’Avvocato Walter, controllo, destro e tiro preciso nell’angolino che batte Bordon.

È l’apoteosi.

Un pareggio che vale quanto una vittoria.

Walter De Vecchi è l’uomo partita, mediano che quel giorno ha avuto una sorta di ispirazione divina e che, insieme a un Ricky Albertosi miracoloso, rovina i piani dell’Inter. Aveva già segnato De Vecchi in campionato, al Napoli su punizione e al Torino con un tiro dalla distanza. Gran belle castagne le sue, bordate decisive per le sorti del Diavolo nel cammino astrale verso la Stella.

Prima del derby aveva anche messo il suo sigillo nella trasferta di Verona, campo che per il Milan rievoca sempre fantasmi e paure ancestrali.

È omonimo di cognome di Renzo, Il Figlio di Dio, il primo fuoriclasse del calcio italiano che ha vestito la maglia del Milan negli anni 10 del secolo scorso.

Lo chiamano l’Avvocato ma lui, che ha iniziato gli studi universitari, non si laurea in giurisprudenza e quel derby gli chiarisce le idee su cosa vorrà fare…da grande: “Forse, questa grande giornata può significare l’addio all’università, anche se mi mancano una decina di esami e finirà che deciderò comunque e pian piano di continuare. In fondo, il calcio mi dà la gloria ma la laurea può offrirmi quel completamento sul piano umano che serve molto, ripeto, all’equilibrio di un atleta.”

Per chi ha vissuto quel calcio prima di me e può raccontarmi le sue imprese, come nel caso dell’amico Stefano Salerno, De Vecchi è stato un centrocampista essenziale e fisico (182 cm per 71 kg) che ha occupato quella mattonella di campo che è stata più avanti di Pirlo o forse, meglio dire, di Mark van Bommel, che più si avvicina per caratteristiche tecniche e fisiche al giocatore milanese.

Inizia a calciare palloni nell’oratorio di Bresso dove si fa un sacco di amici, quelli veri, che ti accompagnano nel cammino della vita. In un’intervista alla Gazzetta dello Sport ha ricordato l’importanza di quell’ambiente, nel quale si praticavano anche tanti altri sport che davano vita a delle vere e proprie olimpiadi oratoriali. È in quel contesto che Walter si mette in mostra e gli osservatori si accorgono subito del suo talento: “Io e il mio amico Raffaele Pugliese eravamo stati notati da un osservatore del Milan. E il nostro allenatore, il mitico Ladislao Villa, ci portò a fare il provino. Erano gli anni del boom economico e demografico: c’erano tantissimi ragazzi, giocammo sei partite, ogni volta con un undici diverso. Alla fine, tra tutti i partecipanti scelsero proprio noi due (GAZZETTA DELLO SPORT).”

Nella stagione 1973/1974 fa il suo esordio con il Milan e in Serie A, il 21 aprile contro la Lazio.

Il ragazzo, allora, viene mandato a farsi le ossa in prestito al Varese nel quale è poco impiegato.

Si resta in zona e veste la maglia del Monza, dove in tre anni gioca 97 partite e mette a segno 11 gol. Sarà un numero ricorrente a livello realizzativo: al Milan e all’Ascoli metterà insieme lo stesso bottino.

Il ritorno alla base coincide con la stagione benedetta del decimo Scudetto.

Gioca 28 partite e segna 5 gol, quelli che abbiamo citato nel nostro incipit, fondamentali per il conseguimento dell’obiettivo finale. Di quell’annata l’Avvocato ha così parlato alla Gazzetta dello Sport: “Fu inaspettato. Non eravamo tra i favoriti, ma partimmo subito fortissimo, dopo poche giornate eravamo già primi e non ci siamo più mossi da lì. Liedholm aveva uno humour molto british, amava scherzare nello spogliatoio. Prima di un Milan-Juve importantissimo per la classifica, siccome eravamo troppo tesi ci lesse la formazione e poi ci disse: “Chi tira punizioni di loro?”. Scoppiammo a ridere.”

Lo Scudetto, che vive da protagonista, è il punto più alto della sua carriera in rossonero.

Le annate che seguono sono complicate perchè il Milan scende negli inferi della B a causa del calcioscommesse, ma De Vecchi decide di restare per aiutare la squadra a risalire nella massima serie, consapevole delle difficoltà e delle insidie di un campionato duro come quello cadetto: “ Dovremo abituarci a questa idea, scenderemo nei campi di provincia, dove non siamo abituati a giocare e troveremo squadre disposte a dare l’anima pur di strappare un risultato utile contro di noi. Quello del Milan sarà un torneo in un certo senso avulso dalla serie B, perché tutti giocheranno contro di noi.”

Il Milan è promosso in A e Walter De Vecchi segna gol “pugliesi”contro Bari e Lecce. Gioca la sua ultima partita con il Milan il 21 giugno 1981, al termine di una stagione per lui non positiva a causa delle contestazioni (ingiuste) che riceve, dimentiche dell’apporto importante che ha offerto alla causa proprio qualche anno prima, nella cavalcata verso il vittorioso campionato.

Diventa inevitabile cambiare aria, andare altrove.

Va all’Ascoli prima, dove gioca stagioni di assoluto livello sotto la guida di Mazzone, poi al Napoli, al primo anno di Maradona, e a Bologna ancora con il sanguigno Carletto, prima di firmare con la Reggina, con la quale chiude la carriera.

Dopo la carriera da calciatore allena in B Venezia, Cosenza e Cesena;  Como e SPAL in Serie C1.

Dal 2002/2003 è un allenatore delle giovanili del Milan.

Con i rossoneri ha vinto lo storico Scudetto della Stella (1978/1979) e un campionato di Serie B (1980/1981).

BIO: VINCENZO PASTORE

Pugliese di nascita, belgradese d’adozione, mi sento cittadino di un’Europa senza confini e senza trattati.

Ho due grandi passioni: il Milan, da quando ero bambino, e la scrittura, che ho scoperto da pochi anni.

Seguire lo sport in generale mi ha insegnato tante cose e ho sperimentato ciò che Nick Hornby riferisce in Febbre a 90°: ”Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte delle mie conoscenze dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive[…]”

Insegno nella scuola primaria, nel tempo libero leggo e scrivo.

8 risposte

  1. Bel racconto, Vincenzo.
    De Vecchi era un mediano molto presente, tecnicamente di buon livello e con un ottimo fisico.
    Quella domenica del derby, ricordo la voce di Enrico Ameri che “usciva” dalla radiolina di mio papà e ricordo perfettamente la mia esplosione di gioia quando fu annunciato il gol del pareggio; io tra l’altro, inizialmente capii Boldini e mi chiedevo come il buon Simone potesse aver segnato con una legata che non aveva.
    Invece era il nostro avvocato capace già di gelare Castellini e due domeniche dopo, Terraneo in una eroica partita, finita in 9, per gli infortuni di Buriani e, credo, Novellino e con Rivera che atleticamente, fece il canto del cigno.
    Nel derby di De Vecchi però, bisogna riconoscere la superiorità dei cugini e la firma del “vecchiaccio” che paro’ un calcio di rigore.
    Che Milan e che bei ricordi….

    1. Ciao Gian Paolo, grazie! Ho riportato il ricordo di mio padre che mi raccontò a più riprese l’emozione per quel derby, un pareggio decisivo. Ho trovato su alcuni giornali la classifica “in diretta” a seguito dei gol della partita. Insomma, per l’Inter significò dover rinunciare allo scudetto, per noi invece fu un passaggio importante verso la Stella

  2. Una legnata non “legata”.
    Resta comunque “il derby di De Vecchi” sia per noi che per loro, come il derby di Minaudo.
    Certo, De Vecchi anche in altre squadre è stato un signor giocatore e noi ce ne siamo liberati con troppa sufficienza.
    Un vero peccato.

  3. Bell’articolo Vincenzo! Walter De Vecchi è stato un centrocampista silenzioso ma efficace nel nostro Milan, alternando, come hai ben scritto, momenti di euforia come quel mitico derby, a feroci contestazioni da parte dei tifosi specie nel periodo in cui il Diavolo sconfino’ in Serie cadetta. Lo vidi una volta giocare all’Olimpico, era elegante e preciso e personalmente l’ho sempre stimato.
    Buona serata e, mai come ora, Forza Milan!❤️🖤

    Massimo 48

    1. Carissimo Massimo, grazie! Che dire sei la memoria storica del nostro Milan! Fu un passaggio importante per noi nel cammino verso gli astri… peccato che Walter avesse poi dovuto sorbirsi queste critiche. La sua storica personale ha mostrato il suo amore per questi colori. Forza Milan, a pochi minuti da una sfida importante contro una bestia nera ♥️🖤

      Vincenzo

  4. La mia prima volta a San Siro, il mio primo derby. Il mio destino di milanista era ormai segnato definitivamente. Di quella partita ricordo piu’ di tutti Albertosi, che para il rigore a Altobelli e corre a abbracciare De Vecchi dopo il gol del pareggio

    1. Hai ragione, chi, al termine di quella partita non avrebbe visto segnato il proprio destino di rosso e nero?
      Albertosi fu eccellente, come De Vecchi.

      1. Complimenti per l’articolo e grazie per avermi sbloccato il ricordo, decisamente nella top ten dei miei ricordi in rossonero (che non son pochi)

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