È TUTTO FINITO (?)

Alessandro Zauli è uno dei tanti bravi allenatori che da anni dedicano tempo, energie e competenze lavorando con i giovani calciatori. Il seguente articolo non è una resa ma un richiamo a tutti coloro che amano il calcio. (Filippo Galli)

Circa un anno fa scrissi un articolo intitolato: ” Cercasi calcio disperatamente”.

Sinteticamente dicevo che nel settore giovanile non vi era quasi più nulla, né di calcio, nè, ed è ancora più grave, di educativo.

Ricevetti diverse critiche, tra le tante, alcune dicevano che erano stufi di sentire denigrare il calcio giovanile.

A distanza di un anno mi rendo conto di essere stato troppo morbido, avrei dovuto scrivere di ben peggio.

Allenatori di settore giovanile già esonerati a fine settembre.

Squadre di giovanissimi provinciali(!) che riprendono le partite degli avversari per rubarne gli “schemi” e durante la settimana lavorano in tal senso.

Squadre di esordienti che tengono un attaccante a un metro dall’area di rigore, visto che il fuorigioco inizia da lì e, sistematicamente, lo servono scavalcando una volta entrati in possesso.

E potrei continuare.

Ogni fine settimana risse, violenza, prevaricazione.

Il “risultato” solo il “risultato” conta: o vinci o sei fuori.

Ma la cosa grave è che siamo assuefatti a questa “nuova normalità”, nessuno se ne stupisce e soprattutto si accetta di tutto ormai, le partite sono in mano ai più prepotenti e chi si comporta bene ci rimette sempre e deve subire in silenzio.

Gente che paga per allenare, per giocare, per tutto.

Rette sempre più salate.

Una volta il calcio era uno sport plebeo, ora è solo per ricchi.

Poi ci chiediamo perché sempre più ragazzi si allontanano dal calcio, perché per inseguire il “sogno”,  non sono importanti le loro capacità ma è ben altro che conta.

Offriamo selezioni sempre più precoci, nessun interesse per la loro persona e la loro età, incompetenza e benevolenza proporzionale ai risultati.

Diamo la colpa ai cellulari e ai videogiochi, come se all’ estero queste cose non esistessero e i ragazzi comunicassero ancora con il telegrafo.

Diciamo che i ragazzi non giocano più in cortile e quando lo fanno, come a Murano, vengono multati.

Il calcio giovanile italiano è un malato terminale tenuto in vita dalle macchine, in realtà è tutto finito.

Mi viene in mente un vecchio film comico degli anni ’80, un parente telefona in ospedale per sapere le condizioni di un familiare e conclude la telefonata dicendo: “informatemi se le sue condizioni dovessero migliorare”.

Posa la cornetta e la moglie gli chiede: ” allora come sta?”.

È morto.

BIO: Alessandro Zauli

Classe 1965. Allenatore UEFA A.

Collaboro con la rivista Il Nuovo Calcio dal 1993 per il quale ho scritto anche 4 libri.

Ho allenato e alleno in settori giovanili dilettantistici/professionistici dal 1985.

Lavoro anche come istruttore sportivo presso la Casa Circondariale di Ravenna e coi ragazzi della salute mentale.

Dal 2009 inoltre svolgo l’ attività di osservatore per i campionati di C e D

7 risposte

  1. Caro Alessandro, come non condividere le tue preoccupazioni.  Mi voglio soffermare solo su due aspetti che hai trattato: la cultura del risultato e la commercializzazione del processo formativo.

    Giustamente come da te sottolineato, negli ultimi anni il calcio giovanile sta vivendo una trasformazione profonda, caratterizzata da una crescente attenzione alla performance immediata e da una progressiva commercializzazione del percorso formativo. Questa dinamica rischia di compromettere la natura educativa e sociale dello sport, trasformandolo in un processo selettivo e competitivo fin dalle prime fasce d’età.

    Il calcio giovanile, per sua natura, dovrebbe rappresentare un contesto di crescita, apprendimento e scoperta di sé stessi attraverso il gioco. Tuttavia, sempre più spesso, la logica del risultato immediato prende il sopravvento. L’ansia di vincere, le pressioni di genitori e società sportive e la ricerca precoce di talenti trasformano l’attività formativa in un’arena competitiva dove ciò che conta non è il percorso, ma il traguardo.

    Questa mentalità porta inevitabilmente a una selezione precoce dei ragazzi, privilegiando chi dimostra qualità fisiche e tecniche immediate, a scapito di chi potrebbe svilupparle in maniera più graduale. Così, invece di favorire inclusione e crescita diffusa, si crea una divisione tra “promesse” e “scartati” già in età infantile.

    Parallelamente alla cultura del risultato, si assiste a un fenomeno sempre più evidente: la commercializzazione del calcio giovanile. Scuole calcio, accademie private e camp estivi, maestri di tecnica, esperti dell’1×1, sono diventati veri e propri mercati dove le famiglie investono cifre considerevoli nella speranza di vedere i propri figli emergere. L’accesso al percorso formativo diventa quindi anche una questione economica, alimentando diseguaglianze sociali e riducendo le opportunità per chi non può permettersi determinati costi.

    In questo scenario, il rischio è che il calcio giovanile perda la sua funzione originaria: essere uno spazio di educazione, socializzazione e crescita personale, accessibile a tutti.

    Il combinarsi di cultura del risultato e logiche commerciali porta a conseguenze preoccupanti: abbandono precoce dello sport da parte di molti ragazzi, aumento dell’ansia da prestazione, riduzione della creatività e della libertà di espressione nel gioco, trasformazione dell’esperienza sportiva in una corsa selettiva e competitiva.

    Per invertire questa tendenza, è fondamentale recuperare una visione educativa del calcio giovanile, che metta al centro la persona e non il risultato. Un approccio che valorizzi l’apprendimento situato, il gioco autentico, l’inclusione e la crescita globale del ragazzo, senza bruciare le tappe in nome di un successo immediato. Il calcio, in quanto fenomeno sociale e culturale, deve tornare a essere uno spazio aperto, formativo e accessibile, dove il valore non è determinato solo da vittorie e sconfitte, ma dall’esperienza vissuta e dalle competenze umane acquisite.

    Il calcio è innanzitutto gioco è la sua vocazione deve essere  educativa e sociale. Solo così sarà possibile costruire un ambiente realmente inclusivo, formativo e capace di valorizzare ogni giovane giocatore nel rispetto dei suoi tempi e delle sue potenzialità.

  2. Grazie Alessandro per questa puntuale analisi. Il rispetto della persona e soprattutto dei nostri giovani carichi di speranze e aspettative viene prima di ogni altra cosa
    Complimenti per il tuo grande lavoro!

  3. Disamina tristemente vera. Esiste qualche eccezioni ma le tanto temute generalizzazioni qui sono abbastanza allineate alla realtà

  4. Buongiorno Alessandro e buongiorno a tutti, purtroppo sono d’accordo e trovo molto interessante e corretta anche l’analisi fatta da Raffaele, soprattutto per quanto riguarda il discorso economico, ma anche prestazionale. Giorni addietro si è affrontato anche l’argomento legato alla libertà di esprimere il proprio talento in strada: purtroppo buona parte della crisi del nostro calcio passa da tutte queste cose.
    Io non mi reputo particolarmente esperto, ma i risultati sono sotto gli occhi di tutti, solo chi comanda non li vede; andremo ai mondiali?. Forse, ma allo stato attuale difficilmente da protagonisti e anche se per caso dovessimo essere protagonisti, sarà un fuoco di paglia, come lo è stato per gli europei. Quanti di questi calciatori giocherebbe nella Nazionale di Bearzot o di Lippi, ma anche in quella di Zoff o Vicini?. Forse il portiere, ma non come titolare….

  5. Nel 2002 ero già un giovane pensionato, socio fondatore di una squadra d’eccellenza, avevamo abbandonato il settore giovanile, per dare il campo in affitto anche alle squadre giovanili del posto. Però avevamo una buona Juniores che veniva alimentata da alcune società amiche.
    In una di queste l’allenatore degli allievi regionali si ammalò e dovette abbandonare la squadra.
    Mi chiesero se volevo continuare fino alla fine del campionato.
    Non avevo il patentino ed ero dirigente di un’altra società, per cui presi in mano la squadra e quando mi riusciva sedevo in panchina, altrimenti dirigevo la squadra da dieto la rete di protezione.

    Non era malvagia quella squadra (la presi ultima in classifica con 2 punti), ma c’erano alcuni ottimi giocatori. Il problema era che avevo due grossi punti di debolezza: le fasce e le palle alte.
    Debolezza che ho pagato cara contro due corazzate: la Puteolana e la Promotion. Nel primo caso 10-0 massacrati sulle fasce e nel secondo 6-0 presi tutti su palle alte in area di rigore.

    Però centralmente era difficile perforarci e comunque siamo arrivati terzultimi anche giocando discretamente bene.

    Tutto questo per raccontare di un episodio. Contro la Puteolana al 6-0 io continuava a dare suggerimenti ai ragazzi; sulla panchina avversaria un ragazzo dice al suo allenatore, ma stanno perdendo di brutto perchè il loro allenatore continua a sostenerli e consigliarli. L’allenatore avversario rispose, perchè anche in una sconfitta pesante si può crescere, dando giusti suggerimenti.

    Quell’episodio mi è rimasto impresso come momento positivo di rapporto calcistico. A fine partita mi chiesero informazioni su tre dei miei ragazzi. Anche nella sconfitta pesante si legge del buono.
    Sono passati 23 anni, anche allora si perseguiva solo e soltanto la vittoria.

    Anche a me dava fastidio perdere, ma il mio obiettivo era sempre e solo migliorare i ragazzi facendoli crescere e aiutandoli a ragionare con la loro testa.

    Per non parlare di molti genitori che sulle tribune parlavano male (non ad alta voce) dei compagni si squadra che giocavano al posto dei loro figli.

    Sto parlandi di 23 anni fa.
    Quindi, Alessandro seguendo mio nipote dai 6 ai 10 anni ho potuto constatare le cose che dici tu. Mio nipote un discreto calciatore ha chiesto di passare al tennis, perchè non sopportava alcuni suoi compagni di squadra bravi ma presuntuosi e prepotenti.

    Devo dire che in quella società i proprietari e gli allenatori era brave persone o buoni istruttori.

  6. E’ pressoche’ improbabile che un giorno si arrivi a capire come un adulto deve relazionarsi a un bambino, a un ragazzo, a un adolescente.
    Da decenni siamo di fronte a cio’ che lo psicoterapeuta di livello mondiale Giorgio Nardone definisce ” sbornia cognitiva ” e cioe’ l’eccesso di cognitivizzazione, l’eccesso di insegnamento che l’adulto riversa e spesso anche maldestramente sul discente, come a voler affannosamente e prematuramente riempire il suo cervello di conoscenze, nozioni, insegnamenti; senza minimamente curarsi di uno straordinario principio delle neuroscienze in virtu’ del quale, il bambino, il ragazzo, l’adolescente e’ gia’ dotato di innatismi, ha gia’ una sapienza innata che non va violentata con l’eccesso di insegnamento ma accarezzara e fatta fiorire con l’autonoma esplorazione delle cose della vita.
    Nel calcio questo anomalo fenomeno e’ amplificato dall’idea di chi se ne occupa, che tutto si debba o si possa insegnare.
    In realta’, per la sua essenza, ben poco del calcio, puo’ transitare dall’insegnamento.
    Ed ecco, in sintesi, che la sbornia di insegnamento si presenta come perniciosa per l’affermazione del talento, fino a decretarne la definitiva e irreversibile inibizione.

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