IL MITO DEL “MURO”, DELL’1VS1 E LA REALTÀ AUTENTICA DEL GIOCO

Gianluigi Donnarumma: “Da bambino mi allenavo spesso da solo, contro un muro, a un tocco, a due tocchi.”

Paolo Maldini: “Oggi è tutto più difficile: se metti un ragazzino a fare il “muro”, i genitori ti denunciano …”

Il mito dell’1vs1 e la realtà autentica del gioco

Il calcio è nato in strada: ore di gioco libero, creatività e divertimento con un pallone tra i piedi. Quel contesto spontaneo ha formato generazioni di calciatori, capaci di sviluppare sensibilità tecnica, fantasia e adattamento continuo. È vero: il calcio di strada è stato una palestra naturale, un laboratorio di apprendimento situato e significativo.

La metodologia 1vs1: una riduzione forzata

Negli ultimi anni è emersa la tendenza a riproporre quell’esperienza originaria attraverso metodologie incentrate sull’1vs1. Si vuole far passare l’idea che così facendo si ricreano le condizioni del passato trascurando del tutto la riduzione della complessità del gioco a un semplice confronto individuale tradendo di fatto proprio quello spirito di autenticità che si vuole recuperare.

Il limite dell’1vs1

Il calcio non è solo scontro tra due giocatori. È cooperazione, comunicazione implicita, lettura delle situazioni, anticipazione e decisione condivisa. Nella realtà autentica del gioco, ogni azione è intreccio dinamico tra compagni, avversari, palla e spazi. L’1vs1 non rappresentando la totalità del gioco, non solo rischia di creare un’illusione metodologica ma, aspetto ancora più grave, di alimentare un “ mercato parallelo “

Oltre l’1vs1: recuperare la complessità

Il vero recupero del calcio di strada non sta nell’isolare il duello, ma nel ricostruire scenari aperti, ricchi di variabilità e di imprevisto. Giocare in piccoli spazi, affrontare transizioni continue, adattarsi a configurazioni di gioco mutevoli: è qui che nasce l’apprendimento autentico.

Solo dentro la globalità del gioco il calciatore cresce come soggetto attivo, capace di sviluppare tecnica, creatività e intelligenza calcistica. Infatti, il gioco del calcio è molto di più: è relazione, senso, significato condiviso. Essere esempio per i più piccoli significa offrire loro esperienze di gioco che rispecchino l’autenticità della partita, e non la sua riduzione a duello individuale.

La crescita dentro e fuori dal campo nasce solo dall’incontro con la complessità reale delgioco. Il gioco del calcio è molto di più: è relazione, senso, significato condiviso. Essere esempio per i più piccoli significa offrire loro esperienze di gioco che rispecchino l’autenticità della partita, e non la sua riduzione a duello individuale. La crescita dentro e fuori dal campo nasce solo dall’incontro con la complessità reale del gioco.

Muro o gioco?

Queste parole di Paolo Maldini mi hanno suscitato curiosità e riflessione. È stato davvero il muro a fare la differenza nella sua crescita da calciatore, o piuttosto le ore e ore di gioco libero, di sfide spontanee, di creatività condivisa con amici e compagni di quartiere? Allenarsi contro un muro è stato, per molti bambini degli anni passati, una palestra di tecnica. Il muro non mente: restituisce la palla subito, obbliga a precisione, ritmo e controllo. In assenza di compagni, poteva diventare un compagno fedele, sempre pronto a rimandare indietro il pallone. Per Maldini e altri campioni, è stato uno strumento utile per curare la sensibilità tecnica.

Eppure sarebbe riduttivo pensare che sia stato il muro a forgiare un calciatore come Maldini. La vera palestra è stata la strada, il campo dell’oratorio, gli spazi improvvisati. È lì che Maldini ha imparato a leggere il gioco, a relazionarsi con compagni e avversari, a sviluppare creatività e capacità decisionale: è il gioco che plasma l’intelligenza calcistica.

Oggi rischiamo di interpretare il ricordo del muro come una ricetta da applicare meccanicamente. Ma il calcio non si impara isolando gesti o ripetendo schemi in solitudine. Il calcio è relazione, complessità, immersione in situazioni sempre nuove. Il gioco libero, con le sue regole elastiche e i suoi imprevisti, resta l’esperienza più potente e formativa per ogni giovane calciatore. Il muro ha sicuramente aiutato Paolo, ma non è stato il vero segreto della sua grandezza. È stata la passione, la curiosità, le ore passate con il pallone tra i piedi insieme agli altri a dargli la sensibilità e l’intelligenza calcistica che lo hanno reso uno dei più grandi difensori della storia. Ed è proprio quel patrimonio di gioco libero e autentico che oggi dovremmo restituire ai bambini.

CONCLUSIONI

Il calcio di strada non è un ricordo romantico e la nostalgia di un’epoca passata, ma rappresenta un riferimento fondamentale per comprendere la centralità del gioco nel processo formativo del giocatore.

Un tempo, le centinaia di ore di gioco libero e spontaneo erano integrate con altre attività, senza che ciò generasse contraddizioni: il gioco rimaneva comunque il cuore pulsante dell’esperienza calcistica.

La mutata realtà attuale

Oggi, questa realtà è profondamente cambiata. La centralità del gioco viene spesso sacrificata, relegata a una parte marginale dell’allenamento. A essa vengono preferite attività come il muro, la paretina, o l’1vs1 isolato dal contesto del gioco. Non si tratta di attività prive di valore in sé, ma del messaggio che veicolano quando vengono proposte come centrali nel percorso di crescita del giovane giocatore.

Non le attività in sé, ma il messaggio che veicolano

È importante chiarire un punto: non si mettono in discussione le attività in sé. Anzi, se inserite in un percorso complessivo che parte dalla realtà autentica del gioco, esse possono assumere un significato funzionale e persino arricchente. Il problema nasce quando il gioco viene ridotto a corollario, perdendo la sua funzione generativa di senso, significato e apprendimento. In questo modo, il rischio è di trasmettere implicitamente ai giocatori un’idea riduttiva del calcio: quella di un insieme di esercizi frammentati e scollegati dalla vera essenza del gioco.

Recuperare e innovare i principi del calcio di strada

I principi del calcio di strada – spontaneità, creatività, adattamento costante, immersione nel gioco autentico – vanno recuperati, arricchiti e innovati. Non significa rifiutare ogni forma di attività analitica o complementare, ma collocarla in un percorso coerente, in cui il gioco rimane la matrice originaria e il contesto formativo prioritario. L’allenatore ha il compito di selezionare in maniera pertinente tutte quelle proposte che, in integrazione con il gioco, completano il percorso del calciatore.

Il giocatore e il gioco  non crescono per giustapposizione di esercizi isolati, ma per coerenza di messaggio e di percorso. Il gioco deve tornare ad essere la bussola: solo partendo dalla sua realtà autentica si può dare senso e valore alle attività complementari. In questo modo, non si riproduce semplicemente il calcio di strada ma se ne recuperano i principi vitali adattandoli al presente e proiettandoli nel futuro della formazione calcistica.

12 risposte

  1. Bello! Credo che il punto sia, in sintesi, analogo a quello della musica. L’esercizio ad nauseam permette di acquisire la tecnica necessaria a padroneggiare gli spartiti. Essere capaci di suonare accordi e scale con naturale scioltezza e, se serve, la massima velocità permette di affrontare qualsiasi spartito e di contribuire ad alzare il livello di un gruppo o di un’intera orchestra, il cui direttore avrà un compito tanto più agevolato quanto più gli orchestrali saranno capaci e versatili. È ovvio che occorrano talento e passione per essere parte di un’élite. E se ci sono talento e passione, l’esercizio è un motivo di vita e non sarà mai nausea. Si dice che Mstislav Rostropovič, sublime violoncellista, anche una volta raggiunti status e fama mondiale, tenesse della carne secca appesa al soffitto per nutrirsi velocemente senza interrompere le lunghe sessioni di studio. Arthur Rubinstein, un Van Basten del pianoforte, spiegava che: ‘Se non mi esercito un giorno, lo so io. Se non mi esercito due giorni, lo sanno i critici. Se non mi esercito tre giorni, lo sa il pubblico.’ Il Milan di Sacchi nel suo ‘prime’ mi ricordava, per esempio, i Philarmoniker diretti da Karajan: un magico equilibrio di potenza, forza incontenibile, grazia e infinita eleganza.

  2. Vi ringrazio dei contributi.
    L’articolo pone al centro la necessità di costruire un processo dell’allenamento pertinente, specie nella prima formazione, periodo a cui sto dedicando le mie riflessioni, che sappia valorizzare la relazione bambino-realtà autentica del gioco con la quale promuovere, sedimentare tutte le condotte intenzionali soggettive e collettive necessarie. E non è un problema di poco conto.
    Ho scritto molto su questo argomento. Quando evochiamo il calcio di strada ci riferiamo essenzialmente alla centralità del gioco nel processo formativo. Prima, le centinaia di ore di gioco venivano integrate con altre attività e ciò non creava alcun problema. Oggi, si trascura questa mutata realtà, dando priorità ad attività che poco hanno a che vedere con il gioco, relegandolo a una parte trascurabile nel processo dell’allenamento. Sono i principi che sostengono il calcio di strada che vanno recuperati, arricchendoli e innovandoli. E assieme a essi, in maniera integrata e soprattutto pertinente, selezionare tutte quelle proposte e attività che completano il percorso. Non si mettono in discussione le cose in sé, ma il messaggio che veicolano. E per lavorare in questo modo occorrono notevoli competenze. Rispetto alle quali si pone il problema della formazione, che è ancora legata a un modello riduzionistico-deduttivo, piuttosto che sistemica, e della selezione delle società

  3. Articolo interessante e che in qualche modo mi coinvolge. Sono cresciuto in strada, negli anni ’70, nella zona est di Milano, con il parco Lambro a meno di 2 chilometri, ma prevalentemente si giocava in strada e li ho imparato molto.
    Non si giocava solo a calcio, ma si facevano tanti altri giochi e questi ha consentito a gente della mia generazione (la stessa grosso modo di Paolo Maldini), di sviluppare le capacità atletiche e nel caso del calcio anche quelle tecniche; eh si, perché oltre alle partite in strada (si, proprio in mezzo alla strada), c’erano le partite sui marciapiedi, con regole particolari: le porticine per esempio, sfruttando le finestrelle delle cantine che affiorano dai condomini: quelle erano le porte per fare gol e non era per nulla facile, come non era facile effettuare un dribbling sul marciapiede od un anticipo secco “sull’avversario”.
    Si giocava anche a muretto, col pallone che si tirava contro il muro per far sbagliare il giocatore successivo, che poteva far rimbalzare il pallone due volte, se si utilizzava anche la strada, mentre poteva rimbalzare solo una volta se il pallone doveva restare all’interno del marciapiede: in quest’ultimo caso se il giocatore che aveva tirato mandava il pallone in strada, si prendeva il punto di penalità. Ai 5 si veniva eliminati e l’ultimo che restava, vinceva. Pii c’erano le partite dove sul marciapiede si poteva segnare al volo ma solo di testa. Poi c’erano le gare di palleggi destro/sinistro: è inutile dire che tutto questo allenamento portava tutti noi ragazzi ad arrivare tranquillamente a palleggi da tre cifre, per cui, seppur con qualche difetto, l’ambidestrismo era una cosa naturale. Ovviamente tutti i giorni. Questo faceva si che almeno fino ai 15 anni, eravamo tutti dei “brasiliani”, per cui quando andavi a giocare in una squadra, l’allenatore aveva il compito molto facilitato, perché sicuramente aveva molto da insegnarti, ma non doveva partire da zero. Poi tanti di noi tra i 15 e i 18 anni andavano a lavorare…

  4. ..PER FORTUNA ..NON TUTTI HANNO PERSO LA MEMORIA..“Oggi i ragazzi non conoscono più la libertà del pallone per strada.
    Le piazze sono vuote, i cortili silenziosi, i campetti abbandonati. Restano le console, i telefoni e la paura dei genitori, che non osano più lasciarli andare da soli. Una volta, invece, la scuola era l’asfalto: scendevi dopo pranzo e tornavi a casa solo quando faceva buio. Quella palestra improvvisata ha forgiato me, ma anche Baggio, Del Piero, Vialli, Mancini.

    Io e Totti ci siamo cresciuti così: a colpi di pallonate contro le serrande dei negozi chiusi, trasformando ogni strada in uno stadio, ogni muro in una porta.

    Quando entrai a Trigoria per allenare i ragazzini, feci giocare una partitella senza casacche. Mi dissero che sbagliavo, che i ragazzi non si sarebbero riconosciuti. Ma io sapevo la verità: da bambini bastava un maglione blu, una maglietta rossa o una gialla per capire con chi eri. Così imparavi ad alzare lo sguardo, a leggere il campo, a vivere il calcio.”

    Oggi di quella scuola resta poco, quasi nulla.
    E la colpa non è dei ragazzi: siamo noi adulti ad aver chiuso gli oratori, cancellato gli spazi, tolto loro la possibilità di sbagliare, sudare, sognare”.
    Roberto Muzzi
    È tutta qui la sfida degli allenatori del terzo millennio: ricercare un processo dell’allenamento pertinente partendo dai principi del gioco autentico.
    Non è nostalgia di tempi passati che non ritorneranno più, ma la necessità di recuperare quei principi, adeguandoli alle moderne metodologie e ponendo al centro del processo formativo la relazione bambino-realtà autentica del gioco. È proprio da questa relazione viva e situata che devono emergere tutti gli apprendimenti, non come nozioni astratte da trasmettere, ma come esperienze incarnate, significative e radicate nel vissuto del giovane calciatore.
    Il calcio di strada, la spontaneità del gioco libero e le dinamiche imprevedibili del contesto, che hanno formato intere generazioni, non devono essere visti come un modello da riproporre in maniera identica, ma come una fonte da cui attingere principi pedagogici universali. La creatività, la capacità di adattamento, l’intelligenza situata e la lettura intuitiva delle situazioni di gioco sono abilità che possono e devono essere coltivate anche all’interno di percorsi strutturati e scientificamente fondati.
    La sfida degli allenatori di settore giovanile, specie della prima formazione, è quella di costruire ambienti che non reprimano l’autenticità del gioco ma la valorizzino, affinché ogni bambino possa sviluppare competenze tecniche, motorie, cognitive ed emotive in maniera integrata. Non si tratta di insegnare movimenti predefiniti, ma di generare contesti nei quali il giovane calciatore possa esplorare, provare, fallire e trovare soluzioni proprie, trasformando il gioco stesso in una palestra di vita e di crescita.
    Nel terzo millennio, l’allenatore non è più un semplice trasmettitore di esercizi, ma un facilitatore di esperienze. Il suo compito è accompagnare il bambino nell’incontro con la complessità del gioco autentico, stimolando l’autonomia decisionale, la collaborazione con i compagni, la gestione delle emozioni e la capacità di leggere il contesto in maniera sempre più profonda. Solo così il calcio giovanile potrà rispondere alla sua vera missione educativa: formare non soltanto calciatori, ma persone consapevoli, creative e responsabili.

  5. Mister la leggo sempre con tanto interesse e ogni volta trovo nuovi spunti di riflessione. E’ vero, manca la strada, manca il gioco libero, manca la possibilità di sprigionare la creatività e di dare corpo alle idee. Il gioco vive di complessità, di non linearità. Il gioco è un centro di interazioni caotiche, spesso disordinate, dentro il quale i ragazzi devono vedere, percepire, anticipare, interagire con ambiente e compagni. Non si tratta di metodo, come lei giustamente fa intendere, ma i tempi del gioco puro e reale si sono notevolmente ridotti, di solito a un’ora e mezza più partita tre/quattro volte settimana, e spesso impegniamo quel poco tempo con esercitazioni monotone, che abituano il cervello alla noia, all’abulia. Spesso organizziamo inutili circuiti che impegnano gli allievi in attività lontane da quella complessità che troveranno, poi, nella realtà. E’ chiaro che bisogna puntare sulla tecnica, ma soprattutto sulla creatività, sulla percezione, sull’aspetto cognitivo e sull’aspetto emozionale, sull’intelligenza, sulla personalità. Non si possono separare le parti, sperando che poi l’allievo metta tutto insieme durante la partita. Le varie componenti fanno parte del tutto. Mi piace citare Beau Lotto, autore di un interessante lavoro su come il cervello costruisce e interagisce: “Se offriamo al nostro plastico cervello un contesto monotono, apatico, privo di sfide, si adatterà a questa carenza e lascerà crescere il suo lato abulico”. Grazie, continuerò a seguirla con interesse.

  6. Grazie Rino, hai colto compiutamente il senso del mio ragionamento.
    Circa Beau Lotto, è un libro che consiglio anche io di leggere: Percezioni, come il cervello costruisce il mondo.
    “Dopotutto, i neuroni sono costosi, quindi si tratta di una strategia utile per conservare l’energia.
    D’altro canto, se offriamo al cervello un contesto complesso, risponderà a questa complessità e si adatterà di conseguenza. Marian ed altri ricercatori hanno scoperto che questa facoltà di conformarsi arricchisce la struttura fisica del cervello attraverso il rilascio di fattori di crescita, che portano allo sviluppo di cellule nervose e delle connessioni fra di loro.”
    ” Per non fare emergere il lato abulico del cervello dei bambini, per giocare serve creatività, fantasia, velocità cognitiva e, soprattutto, saper abitare le emozioni insite nel gioco”
    E siccome ritengo la prima formazione, compresa tra i 6 e i 10 anni, il momento più importante di tutto il processo di allenamento del giovane giocatore, è in questo periodo che il bambino dovrebbe essere immerso continuamente nella realtà autentica del gioco, perché è lì che trova senso il suo modo naturale di essere e di apprendere.
    Il bambino, infatti, possiede una predisposizione innata a esplorare, a fare, a creare.
    Il gioco, nella sua autenticità, è lo spazio privilegiato in cui può sviluppare condotte motorie, tecniche e funzioni cognitive, senza forzature e senza schemi imposti. Purtuttavia, troppo spesso, si assiste a una vera e propria violenza nei confronti sia del gioco sia del bambino stesso: questi ultimi vengono sottoposti ad attività che inibiscono la loro naturale curiosità e la loro spinta a sperimentare.
    Si vedono giovani giocatori bravissimi a palleggiare o a dribblare tra i paletti, ma incapaci di conoscere veramente il gioco. E quando dimostrano di conoscerlo, spesso non è frutto di un apprendimento situato e significativo, bensì il risultato di un condizionamento. Alla domanda: «Perché hai agito in quel modo?», la risposta ricorrente è: «Il mister mi dice di fare così». Nulla di più sbagliato.
    Il vero obiettivo della formazione nei 6-10 anni non è produrre esecutori perfetti, ma accompagnare i bambini dentro l’esperienza viva del gioco. Solo così potranno sviluppare autonomia decisionale, intelligenza calcistica e creatività, diventando giocatori capaci di interpretare la complessità del calcio e non semplici riproduttori di schemi preconfezionati.
    Il calcio dei bambini deve quindi recuperare la sua autenticità: un gioco vissuto con gioia, libertà ed esplorazione, in cui il gesto tecnico non è fine a sé stesso, ma nasce e si sviluppa dentro la relazione con compagni, avversari, palla e contesto.

  7. Articolo molto interessante e condivisibile, come tutti i commenti scritti con cognizione. Siamo in un momento in cui i bambini hanno pochissimo tempo per lo svago a favore delle troppe, per me, ore di scuola e sono rapiti da telefonini e videogiochi. Riuscire a formarli in modo idoneo nelle poche ore di calcio nelle squadre, due/tre allenamenti a settimana, è compito arduo. Aggiungiamo che molti confondono il ruolo di allenatore e quello di formatore insegnando ai bambini inutili schemi limitando sia la formazione tecnica sia il gioco. Il muro lo trovo uno strumento meraviglioso ed io ne ho creato una versione 2,0 in cui la tecnologia mi consente di lavorare sulla tecnica abbinata alla capacità cognitiva rendendolo ancora più efficace, motivante e misurabile. Ovviamente tale lavoro è solo di accompagnamento della attività di formazione che deve, a mio parere, avere il gioco come tema centrale e portare a sviluppare la capacità dei bambini di risolvere tutte le situazioni di gioco in modo autonomo senza essere telecomandati, e credo che in tutti i commenti precedenti sia emerso come ci fosse un gran piacere nei vari giochi che si facevano negli oratori e nelle strade mentre vedo che molti allenamenti siano vissuti dai bambini come qualcosa di noioso o poco piacevole.

  8. Salve Mister,condivido in pieno il suo pensiero,che è lo stesso del creatore di questo Blog.A dal periodo del COVID che seguo Webinar su questo pensiero Metodologico( F.Galli,E Zanolo ,A Pasini ,D Gualtieri, R D Pasquale) E dall’ ora che fa parte della mia metrologica di allenamento,ma a tutt’ora faccio ancora fatica nelle Scuole calcio che ho callobarato a farlo adottare,in alcuni casi ho dovuto rinunciare a collaborare perché mi veniva imposto di fare altro,ma ora che la mia natura di allenatori appartiene a questa metelologia,non mi snaturo per piacere ad altri . ( L’unica cosa che non cambia in una partita e che cambia sempre tutto). CON STIMA MR LAMBERTI. PS Se può mi inserisca in un suo Gruppo Grazie

  9. Ciao Mister,
    Ci tengo a raccontare una storia curiosa.
    Mi è tornato in mente quando all’età di 10 anni, più o meno, scendevo nel cortile ( 10×4 m.) e, mentre aspettavo gli altri amici del quartiere, sfidavo il mio cane; un agilissimo Collie, che impazziva per la palla e cercava di portarmela via così imparavo, senza rendermene conto, a fintare con movimenti rapidi veloci, ad usare dx e sx., a scattare, a difendere palla, etc.
    Sono poi diventato bravino a calcio e ancora oggi gioco con la mia squadra Over 60. Questi momenti sono rimasti impressi nella mia memoria e mi rendo conto che ancora oggi quando entro in un campo verde per giocare, a 66 anni, mi sento sempre bambino. È questo aspetto che per me conta di più, e vorrei augurare delle simili sensazioni a tutti i ragazzi che amano “giocare a pallone” come dicevamo allora.
    Ti saluto cordialmente e ti ringrazio per la tua continua attività.

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