GRAZIE AGLI SBAGLI: ALLENARE IL CORAGGIO DI CADERE

La prima volta che sono entrata in campo da allenatrice avevo tutto pronto: un fischietto al collo, un’agenda mentale con tempi e regole, una scaletta di esercizi pensata nei minimi dettagli. Mi sentivo preparata, quasi sicura che bastasse questo per avere tutto sotto controllo.

Ma sono bastati cinque minuti per capire che non funzionava così.
Il pallone è volato oltre la recinzione, lanciato con leggerezza da un ragazzo che voleva solo ridere. Un altro si è seduto a gambe incrociate in mezzo al campo, come se la mia attivazione fosse solo rumore di fondo. Un terzo mi ha guardata dritto negli occhi, senza abbassare lo sguardo, e con tono di sfida ha detto:
“Ma tu chi sei per dirci cosa fare?”.

In quell’istante ho sentito sgretolarsi tutte le mie certezze. Le regole, gli schemi, gli appunti preparati con tanta cura non valevano più nulla. Non ero io a guidare la situazione: erano loro a mostrarmi la verità. Io non sapevo niente. Non degli esercizi, ma delle persone che xavevo davanti.

L’errore non è un difetto
Da quel giorno ho smesso di credere che l’allenamento fosse esecuzione perfetta. Ho capito che l’errore non è un difetto da cancellare, ma una porta d’ingresso. Ogni volta che un ragazzo sbaglia, non sta dicendo “non so fare”: sta dicendo “sto cercando”.
E allora il mio compito non è correggere col pennarello rosso, ma restare lì, accanto, mentre cerca.
Ho visto troppi ragazzi mollare non perché non avessero talento, ma perché non reggevano il peso di un errore trasformato in giudizio. Se sbagliare diventa sinonimo di fallimento, allora il calcio non è più un gioco: è un tribunale.
Quando invece lo sguardo cambia, lo sbaglio diventa passaggio, occasione, respiro.

Dal gesto al contesto

Un passaggio perfetto nel momento sbagliato è un errore. Un dribbling spettacolare senza un obiettivo è solo un atto d’ego. Il gesto tecnico da solo non basta: prende senso solo dentro al gioco, dentro alla relazione.
Per questo credo che allenare signiNichi spostare lo sguardo dal gesto al contesto. Non “come fai”, ma “perché lo fai”. Non l’esecuzione, ma la scelta. Perché il calcio non è un copione da recitare, ma una lingua viva da imparare a parlare.

Nei settori giovanili si insiste tanto sulla forma: il tiro pulito, il passaggio preciso, la postura corretta. Tutto giusto, ma insufNiciente. Perché il gioco reale non è mai lineare. EP complesso, imprevedibile, vivo. Allenare fuori dal contesto rischia di creare esecutori bravi in allenamento ma fragili in partita.

Un gesto tecnico è davvero intelligente solo quando nasce da una lettura: del tempo, dello spazio, del compagno, dell’avversario. E questo si costruisce solo nel gioco.

Allenare al coraggio

Con i ragazzi della periferia di San Siro, in un campo che è molto più di un campo, ho capito che dietro tanti errori c’è una domanda silenziosa: “Mi vedi anche cosı?̀ ”. Ragazzi che lanciano via il pallone non stanno dicendo “non valgo”, ma “hai il coraggio di restare anche quando sbaglio?”.
Io ho scelto di restare.

Perché un allenatore non è un controllore che elimina incertezze: è qualcuno che ti insegna ad abitarle. Non addestra all’obbedienza, educa alla libertà.
E libertà signiNica che puoi anche sbagliare.

La fatica come verità

Poi c’è la fatica. Quella che annebbia la testa e fa tremare le gambe. Lı̀ l’errore aumenta, ma aumenta anche la verità: perché è solo stanchi che si capisce chi sei.
Un gruppo che sbaglia insieme, che cade e si rialza insieme, costruisce più appartenenza di cento vittorie facili. La fatica, se condivisa, diventa cemento.

Grazie agli sbagli

Gli errori non sono mai solo dei ragazzi. Appartengono anche a me. Ogni volta che loro sbagliano, io mi accorgo che sto imparando insieme a loro. E ogni volta che sbaglio io, li vedo crescere, perché capiscono che l’imperfezione è parte del gioco, parte della vita.

È come un patto silenzioso, che non si fonda sulla perfezione ma sulla fiducia. Fiducia nel fatto che possiamo sbagliare davanti all’altro senza paura di essere giudicati. Fiducia nel sapere che l’errore non chiude, ma apre.

Per questo oggi posso dirlo con chiarezza: grazie agli sbagli. Non perché li vada a cercare, ma perché senza di loro non sarei quella che sono. Ogni caduta mi ha costretto a guardarmi dentro, a ripensare il mio modo di stare in campo e nella vita.

Il calcio, come la vita, non premia chi non cade mai. Premia chi trova la forza di rialzarsi ogni volta, con uno sguardo più largo e un cuore più sveglio.

BIO; ANNA RECALCATI

Anna nasce a Monza il 31 marzo 2000. Fin da giovanissima coltiva due passioni che l’accompagneranno nel suo percorso: l’arte e lo sport. Dopo il diploma al Liceo Artistico, sceglie la strada dell’Economia Aziendale, laureandosi all’Università degli Studi di Bergamo e proseguendo con un Master in Sport Business Management e un Executive Course in Management del Calcio presso l’Università Bocconi.

La sua carriera si sviluppa nell’intreccio tra calcio e progettazione sociale: oggi lavora insieme alla realtà di ASD Kayros Sport, realtà che unisce giovani e sport come strumento educativo e di riscatto, lì, allena la categoria Allievi CSI e collabora con Kayros Onlus come responsabile del fundraising e dell’organizzazione eventi. Parallelamente, è vice-allenatrice della Prima Squadra Femminile di Serie C dell’FC Lesmo.

Nel suo percorso ha maturato esperienze come dirigente nell’FC Internazionale, social media manager per Como Women e allenatrice nei settori giovanili.

Il filo rosso che lega le sue esperienze è la convinzione che il calcio non sia solo competizione, ma un linguaggio universale di crescita, inclusione e coraggio.

10 risposte

  1. Gentile dottoressa, grazie per la condivisione della sua esperienza. Un bravo e famoso pedagogista dice che gli errori “non sono errori, sono ipotesi”. Ipotesi che l’altro sta facendo, su come rispondere a quella situazione. E allora la domanda che ci pone chi abbiamo davanti è: ti interessa? Ti interessa come penso e ciò che penso?…ti interesso? La sua risposta è molto chiara, è fortunato il ragazzo che la incontra! Grazie ancora del contributo condiviso

    1. Buongiorno, grazie di cuore per le sue parole. Trovo molto bella l’idea degli errori come ipotesi: è un approccio che restituisce fiducia e possibilità di crescita. Credo davvero che l’ascolto reciproco sia il punto di partenza di ogni incontro. Grazie ancora per il suo contributo, che arricchisce e motiva anche me.

  2. Dottoressa Anna, vedi abbiamo in comune “l’amore per l’errore”, nel senso che l’errore non è una minaccia ma una occasione per migliorarsi. Ma innanzitutto l’errore va rilevato.

    A chi mi diceva che ero molto esperto, replicavo si è vero ho sbagliato tantissimo nella vita.

    Ovviamente, non tutto è correggibile ma sicuramente migliorabile. Se uno fa uno stop errato, non è un errore mentale, ma se ripetuto è evidentemente un problema tecnico individuale. Quello lo si risolve con l’allenamento individuale sullo stop.

    Ma credo che tu ti riferisci agli errori “mentali”, quelli si che si possono correggere.
    Alla fine del tuo articolo ho apprezzato il filo logico che lega i vari passaggi. Se si vuole migliorare non solo si deve sbagliare (se uno non sbaglia mai è perfetto e non può migliorare), ma si deve anche individuare l’errore e correggerlo in modo proattivo, non solo per correggere l’errore ma anche per individuare, se esiste, una nuova strada più efficace.

    Infine, un brava per essere sempre stata te stessa in questo articolo. Infatti, sei passata dalla logica dl “fischietto e del timing degli esercizi” a quella dell’importanza dei “rapporti umani con i mini calciatori”, materiale mentalmente grezzo da plasmare con delicatezza.

    1. Buongiorno Sig. Giuseppe,
      la ringrazio sinceramente per il suo commento. Condivido pienamente ciò che scrive: la tecnica nasce dal lavoro quotidiano, lo stop lo si prova mille volte e con l’allenamento lo si perfeziona.

      Nella mia tesi ho provato a sottolineare un aspetto complementare: credo che il vero motore resti sempre l’errore. Se l’errore tecnico si corregge con l’esercizio, è il coraggio di attraversarlo senza scoraggiarsi che permette di ripetere anche 999 volte lo stesso gesto, con la spensieratezza necessaria per arrivare al millesimo nel modo giusto.

      Nei settori giovanili questo diventa, a mio avviso, centrale: più che la perfezione del gesto, conta imparare a vivere l’errore come possibilità. Poi, crescendo, saranno tecnica e talento a stabilire la categoria in cui giocare. Ma sarà sempre il coraggio, coltivato proprio attraverso gli sbagli, a consentire di vivere il calcio per tutta la vita, senza che nessuno possa definire dall’esterno il valore del proprio percorso.

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