“INFORTUNICI”- PARTE 2^ – DALLA COMPLESSITÀ ALLA PRATICA: L’APPLICAZIONE METODOLOGICA

Abstract

Partendo dalle conclusioni del precedente contributo “Infortunici – Il racconto generale”, dove è emerso che “lavorare per protocolli standardizzati per la prevenzione degli infortuni o per il recupero del soggetto infortunato sia probabilmente un grave errore metodologico”, questo articolo presenta la traduzione operativa di tali principi teorici in strumenti pratici concreti. Questo lavoro, pero’ vuole nel medesimo tempo, farsi ispirare profondamente di, dal recente contributo “L’allenamento. Secondo me” Alberto Andorlini, che ha illuminato la strada verso un superamento delle logiche riduzioniste in favore di un approccio che riconosca la natura complessa e intrinsecamente individuale degli esseri umani. Seguendo questa linea di pensiero, il presente lavoro propone un superamento definitivo dell’approccio riduzionista attraverso tre pilastri metodologici: la valutazione multisistemica che considera le interazioni della “rete di determinanti”; il sistema di progettazione dell’allenamento ADAPT che personalizza gli interventi rispettando l’unicità di ogni evento infortunio; l’implementazione del differential learning e dell’interferenza contestuale come preparazione all’imprevedibilità. Le riflessioni di Andorlini sulla natura sfuggente e complessa dell’allenamento coniugate con quanto gia’ scritto in “infortunici” trovano qui una risonanza metodologica nella gestione degli infortuni, dove ogni evento rappresenta una storia unica che non può essere ridotta a protocolli standardizzati. Particolare attenzione viene dedicata ai protocolli di return-to-play sistemici che ricostruiscono la capacità di gestire la complessità. Scenari applicativi illustrativi dimostrano l’implementabilità dell’approccio in diversi contesti calcistici.


Introduzione: Dall’Analisi Teorica alla Realtà Operativa

Come analizzato nel precedente contributo “Infortunici – Il racconto generale”, la natura degli infortuni è complessa e multifattoriale ed è inevitabilmente individuale e personale. Il generalizzare, anche nel caso degli infortuni e della loro prevenzione, è un approccio profondamente sbagliato dal punto di vista metodologico. La letteratura scientifica suggerisce numerosi spunti che indicano come l’unica strada di senso percorribile si fondi sull’unicità dell’evento infortunio e, conseguentemente, su una umanizzazione dell’approccio metodologico.

La ricerca più recente continua a confermare quanto teorizzato: studi recenti sui sistemi complessi applicati alla riabilitazione sportiva evidenziano come vi sia crescente consapevolezza che la maggior parte degli ambienti sportivi sono sistemi adattativi complessi si estende agli infortuni e si riflette nelle risposte individuali degli atleti. Come già evidenziato, “la natura peculiare e differente di ciascun soggetto e di ciascun evento infortunio, rende qualsiasi analisi piena di un’infinità di BIAS e conseguentemente, deduzioni e considerazioni casuali e confondenti”.

Ma se nell’analisi generale è emerso che “lavorare per protocolli standardizzati per la prevenzione degli infortuni o per il recupero del soggetto infortunato sia probabilmente una pazzia metodologica”, come si traduce concretamente questa consapevolezza in strumenti operativi? Come si passa dal riconoscimento teorico della complessità alla sua gestione pratica quotidiana?

Riconoscere questa unicità non significa rinunciare al rigore scientifico, ma abbracciare una metodologia che sappia essere allo stesso tempo rigorosa e flessibile, evidence-based e umanizzata.

“Tutte le regole, spesso piene di buon senso oltre che di sapere, restano l’arredo di una casa disabitata, perché costruiscono – come dire – una trama in assenza di una storia: non sono le conseguenze di una vita, ma la sua sostituzione.” (Andorlini, 2024)

Come evidenziato dalle ricerche recenti, la prevenzione degli infortuni sportivi è complessa e necessita di investire in processi migliori, non in soluzioni singolari. L’influenza dei fattori contestuali locali sui risultati degli infortuni è sempre più riconosciuta, ponendo la ricerca sulla prevenzione degli infortuni a un bivio.


Metodologia: I Pilastri dell’Approccio Umanizzato

L’approccio metodologico si fonda sui principi di umanizzazione dell’intervento, multisistematicità operativa, personalizzazione metodologica e preparazione all’imprevedibilità. L’umanizzazione significa riconoscere ogni individuo come sistema complesso unico, con la propria storia, le proprie caratteristiche e le proprie modalità di adattamento.

Come evidenziato nell’analisi generale del fenomeno, “molto spesso, infatti, le indagini sulla dinamica degli infortuni sportivi assumono una visione riduzionista in cui un fenomeno viene semplificato in unità e analizzato come la somma delle sue parti fondamentali e la causalità è vista in modo lineare ed unidirezionale”. Questo riduzionismo ha caratterizzato per troppo tempo anche l’approccio applicativo, con la ricerca di “ricette semplici” per sistemi intrinsecamente complessi.

“Il sistema con cui gli Umani producono Adattamento e Adattabilità è assai più complesso e libero di quanto Teoria, Metodo e Evidenza non riconoscano.” (Andorlini, 2024)

La multisistematicità traduce l’analisi della “rete di determinanti” in strumenti pratici che catturino le interazioni complesse tra sistemi biologici, psicologici e sociali. L’obiettivo operativo diventa quindi quello di “spostare la ricerca da fattori di rischio isolati al riconoscimento del modello di lesione, mediante l’identificazione del complesso modello di interazioni tra la rete di determinanti”.


Valutazione Multisistemica: Comprendere l’Individuo nella sua Totalità

La valutazione multisistemica rappresenta il superamento dell’approccio riduzionista dei tradizionali screening standardizzati. Come emerso dall’analisi generale, “un singolo fattore di rischio non garantisce il verificarsi della lesione”, pertanto l’approccio operativo deve catturare “le interazioni tra la rete di determinanti e non i determinanti stessi”. La valutazione deve integrare tre dimensioni fondamentali che si influenzano reciprocamente.

La dimensione biomeccanica deve osservare il movimento in situazioni ecologiche, durante gesti tecnici specifici, in condizioni di affaticamento variabile. La dimensione neurocognitiva deve valutare come l’atleta elabora le informazioni, prende decisioni sotto pressione e gestisce compiti multipli simultanei. La dimensione psicosociale deve considerare le dinamiche relazionali, la qualità del sonno, i livelli di stress percepito e il contesto familiare sociale.

Il punto cruciale non è la raccolta di più dati, ma l’identificazione dei modelli di interazione tra i diversi sistemi. Ogni atleta presenta un proprio “profilo di vulnerabilità” che include vulnerabilità strutturali, funzionali, cognitive e psicosociali specifiche del suo ruolo, storia e contesto.


Il Sistema di Progettazione dell’Allenamento ADAPT

Il sistema ADAPT (Adaptive Dynamic Assessment and Prevention Training) rappresenta una metodologia operativa per la personalizzazione degli interventi che integra assessment continuo della evoluzione dell’atleta, design personalizzato di interventi specifici per il singolo individuo, action adattiva che si modifica in base alle risposte, progression individuale basata sui tempi e modalità specifiche di ogni atleta, e transfer ecologico che integra gli interventi nel contesto specifico di gioco.

Ogni infortunio è unico, e questa affermazione, già evidenziata nell’analisi generale, nasconde la complessità metodologica più grande: come personalizzare un intervento mantenendo rigore scientifico ed efficienza operativa? Come operare quando “la differente natura dei fenomeni infortunio, le differenti caratteristiche dei soggetti infortunati e la sostanziale scarsità dei casi di infortunio” rendono “impossibile definire alcuna descrizione generale e conseguentemente, alcuna strategia generale di prevenzione”? La risposta sta nel rispetto dei tempi biologici individuali, nell’adattamento ai pattern di movimento specifici e nell’integrazione del contesto psicosociale.

“L’allenamento che propongo è secondo me, secondo una mia maniera di leggere e di cogliere il particolare momento dell’atleta… Una lettura dell’altro, sempre. Una verifica di sé, anche.” (Andorlini, 2024)

Ogni organismo ha propri tempi di adattamento che non possono essere forzati o standardizzati. I tempi di recupero variano in base a età, esperienza e stato psicofisico; la velocità di apprendimento richiede rispetto delle modalità cognitive individuali; le soglie di carico devono essere personalizzate in base alla storia individuale e alle caratteristiche fisiche; i cicli di adattamento richiedono riconoscimento dei pattern individuali di risposta all’allenamento.

Anziché imporre modelli teorici “corretti”, è necessario lavorare a partire dai pattern naturali dell’individuo. Questo significa ottimizzare l’efficienza dei pattern esistenti piuttosto che stravolgerli, riconoscere quali compensi sono adattivi e quali disfunzionali, rispettare e incrementare la variabilità naturale del movimento. L’intervento non può prescindere dal contesto in cui l’atleta vive e si allena, considerando come le dinamiche di squadra influenzano la disponibilità ad apprendere e cambiare, come gestire le pressioni ambientali e le aspettative esterne, come allineare gli interventi con le motivazioni personali dell’atleta, e come coinvolgere l’ambiente di supporto.


Differential Learning e Interferenza Contestuale: Preparazione all’Imprevedibilità

Come evidenziato dall’analisi teorica iniziale, “la natura dei fenomeni viventi è complessa e la loro descrizione passa da una comprensione non lineare della causalità, dove piccole cause possono portare a grandi effetti e viceversa”. Negli infortuni sportivi “un elemento imprevisto ed imprevedibile cambia un progetto motorio più o meno ripetibile o ripetuto in modo non lineare ed il soggetto si infortuna”.

Due metodologie di allenamento risultano particolarmente coerenti con l’approccio sistemico e individualizzato: il differential learning e l’interferenza contestuale. Sebbene spesso confuse o sovrapposte, rappresentano approcci distinti ma complementari nella preparazione del sistema alla gestione dell’imprevedibilità.


Differential Learning: Variabilità per l’Adattamento

Il differential learning si basa sul principio che l’apprendimento e l’adattamento avvengono più efficacemente quando il sistema è esposto a variazioni continue piuttosto che a ripetizioni identiche. Questa metodologia risulta grandemente coerente con quanto argomentato nell’intero articolo per diverse ragioni fondamentali.

Innanzitutto, il differential learning riconosce e valorizza l’unicità di ogni esecuzione motoria, principio centrale dell’approccio individualizzato. Anziché cercare la ripetizione perfetta del gesto tecnico secondo un modello standardizzato, questa metodologia introduce variabilità controllata che rispetta e potenzia i pattern naturali individuali. Ogni atleta sviluppa il proprio repertorio di soluzioni motorie attraverso l’esplorazione di variazioni, senza imposizione di modelli esterni rigidi.

In secondo luogo, l’approccio rispecchia la natura complessa e non-lineare dei sistemi biologici. Le variazioni introdotte durante l’allenamento preparano l’organismo a gestire l’imprevisto, caratteristica intrinseca del fenomeno infortunio. Il sistema impara ad auto- organizzarsi e ad adattarsi a condizioni mutevoli, sviluppando resilienza e capacità di risposta rapida.

Nel differential learning, l’errore non è un fallimento ma un’informazione preziosa che permette al sistema di trovare soluzioni autonome. Questo approccio è coerente con la filosofia dell’umanizzazione metodologica, poiché rispetta i tempi e le modalità individuali di apprendimento, permettendo a ciascun atleta di sviluppare strategie motorie personalizzate.

Interferenza Contestuale: Adattamento attraverso la Variabilità delle Condizioni

L’interferenza contestuale rappresenta un approccio complementare che si focalizza sulla variazione delle condizioni di pratica piuttosto che sull’esecuzione del gesto stesso. Questa metodologia crea situazioni che richiedono adattamenti continui attraverso la modifica sistematica del contesto in cui avviene l’apprendimento.

L’interferenza contestuale risulta coerente con l’approccio multisistemico poiché integra simultaneamente sfide biomeccaniche, cognitive e psicosociali. I compiti duali richiedono di eseguire gesti tecnici mentre si gestiscono informazioni cognitive aggiuntive, preparando l’atleta a gestire la complessità delle situazioni di gara. La pressione temporale variabile abitua il sistema a decidere e agire in tempi diversi, sviluppando flessibilità decisionale. I disturbi propriocettivi attraverso superfici instabili, occlusioni visive parziali o suoni distraenti, potenziano la capacità di adattamento sensoriale.

Questa metodologia è particolarmente coerente con il concetto di “rete di determinanti” poiché allena specificamente le interazioni tra diversi sistemi. L’atleta impara a gestire simultaneously input multipli e a mantenere l’efficacia motoria anche quando il contesto si modifica improvvisamente, situazione tipica che precede molti eventi infortunio.

L’interferenza contestuale supporta inoltre lo sviluppo del “profilo di vulnerabilità” individuale, poiché espone l’atleta a situazioni che rivelano le proprie aree di maggiore sensibilità e permette di sviluppare strategie compensatorie specifiche.

Integrazione Metodologica

Entrambi gli approcci condividono il rifiuto della standardizzazione e l’enfasi sull’individualizzazione. Mentre il differential learning agisce principalmente sulla variabilità dell’esecuzione motoria, l’interferenza contestuale modifica le condizioni ambientali e cognitive. L’integrazione di entrambe le metodologie crea un sistema di allenamento che prepara l’atleta sia dal punto di vista dell’adattabilità motoria che della gestione contestuale.

Il percorso di apprendimento/ri-allenamento deve integrare entrambi gli approcci per creare situazioni che richiedano adattamenti rapidi e gestione dell’imprevisto, preparando il sistema a quella non-linearità causale che caratterizza il fenomeno infortunio.

Esempi di Applicazione Pratica: Scenari Operativi Illustrativi

Un club di Serie B ha implementato l’approccio multisistemico e individualizzato all’unicità della persona e dell’evento infortunio, sostituendo i test standardizzati con valutazioni personalizzate basate sui profili individuali di vulnerabilità. Ogni giocatore ha sviluppato un proprio piano di navigazione che si modifica in base alle risposte individuali, integrando parametri numerici con osservazione esperta del comportamento. L’implementazione ha mostrato una riduzione significativa degli infortuni muscolari e delle recidive, con miglioramento notevole della soddisfazione di staff medico e giocatori.

Un centro di formazione giovanile ha applicato i principi del differential learning creando riscaldamenti variabili con modalità diverse di attivazione, esercitazioni tecniche perturbate con elementi di disturbo controllato, e situazioni di gioco imprevedibili con modifiche continue delle regole e degli spazi. L’approccio ha evidenziato un miglioramento considerevole nella capacità dei giovani calciatori di gestire situazioni impreviste e una riduzione apprezzabile degli infortuni da crescita.

Un centrocampista dilettantistico di 25 anni con storia di infortuni ricorrenti al flessore ha seguito un programma personalizzato basato sui suoi pattern individuali di movimento e adattato ai suoi orari di lavoro. L’approccio flessibile ha permesso di integrare gli interventi nella sua routine quotidiana limitata, ottenendo un recupero completo e l’assenza di recidive nella stagione successiva, dimostrando come l’individualizzazione sia applicabile anche in contesti con risorse limitate.

Un giocatore professionista di 28 anni con rottura del legamento crociato anteriore e marcata ansia da rientro ha seguito un percorso personalizzato che integrava recupero funzionale con variabilità motoria, lavoro psicologico sulla gestione dell’ansia e utilizzo del differential learning per preparare all’imprevedibilità. Il risultato è stato un rientro completo senza recidive e performance superiori ai livelli pre-infortunio, con maggiore consapevolezza corporea e capacità di gestione dello stress.

Sono semplici scenari che illustrano le potenzialità applicative dell’approccio sistemico e individualizzato, evidenziando come i principi teorici discussi possano tradursi in metodologie operative concrete adattabili a diversi contesti e livelli di pratica calcistica.

Nella traduzione in pratica di quanto proposto in “Infortunici” non sarebbe mai stato possible proporre esercizi, progressioni, scorciatoie, finzioni.  L’unica possibilita’ e’ restata questa: proporre uno stile (Come direbbe Alberto) o almeno  un idea di “stile” e l’esemplificazione in alcuni scenari (la vita).

Verso il futuro? (Evidence based + machine learning + l’arte di essere uomini)

Un ambito di particolare interesse per gli sviluppi futuri riguarda l’integrazione delle tecnologie di machine learning e intelligenza artificiale come strumenti di supporto al processo decisionale clinico nell’implementazione di approcci personalizzati. È importante sottolineare che queste tecnologie non dovrebbero mai sostituire il giudizio clinico umano e l’osservazione esperta, ma piuttosto arricchire e supportare il processo decisionale mantenendo sempre al centro l’individualità del soggetto.

Le potenzialità dell’intelligenza artificiale risiedono nella capacità di analizzare pattern complessi all’interno di dataset multidimensionali, identificando relazioni non lineari tra variabili che potrebbero sfuggire all’analisi tradizionale. Nel contesto dell’approccio sistemico agli infortuni, l’AI potrebbe supportare l’identificazione di configurazioni di rischio specifiche per ciascun individuo, integrando dati biomeccanici, fisiologici, psicologici e contestuali in modelli predittivi personalizzati.

Tuttavia, l’implementazione di tali tecnologie deve essere guidata dai principi fondamentali dell’umanizzazione e dell’individualizzazione. L’AI dovrebbe essere utilizzata per amplificare la capacità di osservazione e comprensione del clinico, non per standardizzare ulteriormente gli interventi. In questo senso, gli algoritmi dovrebbero essere progettati per rispettare e valorizzare l’unicità di ogni individuo, suggerendo percorsi personalizzati piuttosto che protocolli rigidi.

Un aspetto cruciale riguarda la necessità di mantenere la trasparenza interpretativa: gli operatori devono sempre comprendere come l’AI arriva alle sue conclusioni, per poter integrare queste informazioni con la propria esperienza clinica e la conoscenza specifica del singolo atleta. L’obiettivo non è creare sistemi automatizzati di gestione degli infortuni, ma sviluppare strumenti intelligenti che supportino la personalizzazione degli interventi nel rispetto della complessità sistemica.

Questo tema meriterebbe un approfondimento specifico in un eventuale terzo contributo di questa serie, che potrebbe esplorare come progettare e implementare sistemi di AI che rispettino i principi dell’approccio umanizzato, fornendo esempi concreti di integrazione tecnologia-clinica nel rispetto dell’individualità dell’atleta.

Conclusioni: Dagli “Infortunici” all’Umanizzazione dell’Approccio Metodologico

L’applicazione pratica dei principi dei sistemi complessi nella prevenzione e recupero degli infortuni calcistici richiede un cambio di paradigma che va oltre l’aspetto puramente metodologico. Si tratta di abbracciare quella “umanizzazione dell’approccio metodologico” già identificata come unica strada percorribile nell’analisi generale del fenomeno. Come evidenziato, “la letteratura scientifica suggerisce numerosi spunti che indicano come l’unica strada di senso percorribile si fondi sull’unicità dell’evento infortunio e, conseguentemente, su questa umanizzazione dell’approccio metodologico”.

L’umanizzazione della prevenzione degli infortuni e del return-to-play non significa rinunciare al rigore scientifico, ma applicare la scienza in modo più intelligente e specifico. Ogni infortunio racconta una storia unica, che emerge dall’interazione complessa di fattori biologici, psicologici e sociali specifici di quel particolare individuo in quel particolare momento. Riconoscere questa unicità è il primo passo verso interventi realmente efficaci, superando definitivamente quello che è stato definito come “riduzionismo”nell’approccio tradizionale agli infortuni.

“A definire l’allenamento non è quello che c’è ma quello che non c’è. Non è quello che si vede ma quello di cui non ci accorgiamo… nel non-programmato, nel non-ripetibile in quella par te di vita che ciascuno deve costruire per non esserne distrutto, in quei luoghi comuni – accessibili a tutti – che la vita lascia liberi perché ogni uomo li abiti e li animi a piacimento. Muovendoli ed essendone mosso. Ognuno come interprete unico. Ognuno a modo suo.” (Andorlini, 2024)

Il successo dipende dalla capacità di integrare competenze diverse, di formare operatoricompetenti e di sviluppare una cultura professionale che valorizzi l’unicità invece di temerla. Non si tratta di abbandonare completamente i protocolli, ma di renderli sufficientemente flessibili da adattarsi alle caratteristiche individuali senza perdere rigore metodologico.

“Soltanto così il gesto dorato di Allenare e di Allenarsi potrà tramandarsi di generazione in generazione senza perdere nulla di ciò che gli Umani sanno fare. In precario equilibrio. Su una fitball enorme. Chiamata Terra.” (Andorlini, 2024)

L’alternativa è continuare a trattare gli atleti come macchine standardizzate, applicando protocolli rigidi a sistemi complessi, aspettandosi risultati che non arriveranno mai. E questo, come ben sappiamo, è la definizione stessa di insensatezza metodologica applicata alla realtà operativa del calcio moderno.

PS. Un grazie particolare ad Alberto: amico, collega, ispiratore. (Domenico)

Bibliografia

Alberto Andorlini “L’allenamento secondo me” Strength & Conditioning Luglio-Dicembre 2024 p.87-92.

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BIO: DOMENICO GUALTIERI
Nato a Firenze il 17 dicembre 1969

13 anni: Director of Performance & Sport Science – AC Milan e Parma Calcio

11 anni: Fitness Coach – AC Milan e Squadre Italiane Nazionali Giovanili

19 anni: Professore presso l’Università Statale di Milano – Scienze Motorie

9 anni: Docente presso Settore Tecnico FIGC

25 pubblicazioni scientifiche

3 pubblicazioni di libri originali

Vincitore menzione d’onore premio CONI per la letteratura sportiva 2007

Vincitore premio CONI per la letteratura sportiva 2008

Una risposta

  1. Ho dedicato buona parte di questo caldo pomeriggio di autunno per leggere e riflettere sul presente contributo e sul precedente che sono andata a ripescare. Ringrazio il mentore Domenico Gualtieri per questo ed anche l’anima bella di Alberto Andorlini nel ruolo a lui consueto di ispiratore. Una gioia leggere come ogni riga di ogni frase riporti ad un approccio ecologico e ad una filosofia della complessità con i quali il training check dovrà sempre più e sempre meglio fare i conti. Come anche con l’idea di anticipazione di futuro che un gioco di invasione come il calcio reclama in quanto sistema e di cui gli infortuni sono necessariamente, direi purtroppo, parte integrante. Da ogni domanda opportunamente posta nell’articolo scaturisce materia da romanzo. E debbo dire che dopo ogni punto interrogativo ho impiegato parecchio tempo per stare dietro a svariati scomposti pensieri che si generavano nella mia testa. Un articolo di grande rilievo capace di perturbare e modulare una quantità adeguata di rumore. Che poi credo sia la chiave per prevenire e preservare in salute ed efficacia il sistema giocatore nel sistema allenamento. Insomma ADEGUATO RUMORE PER QUESTO GIOCATORE nella sinfonia del gioco di squadra. Per la quale prevedere DIFFERENTIAL LEARNING e INTERFERENZA CONTESTUALE: musica per le mie orecchie.
    “Se non vi piace attraversare confini, camminare sui crinali e stare sui margini” Wu Ming….un verso che avevo sottolineato nel 2016 a Milano quando ebbi la fortuna di ascoltare “Oltre l’allenamento”

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