GLI HOOLIGANS, LA LADY DI FERRO, IL RAPPORTO TAYLOR

Il 16 settembre, con il ritorno della Champions League torneranno anche le serate più attese da tifosi del vecchio continente. Sì, perché è soprattutto nelle notti in cui risuonano le note dell’inno composto da Tony Britten che il calcio europeo assume i contorni di un rito collettivo, dove ogni gesto diventa liturgia e ogni coro una preghiera laica. Che con gli amici ci si ritrovi sulle tribune di uno stadio o davanti a un televisore, le sfide per aggiudicarsi la coppa dalle grandi orecchie — dai calciatori sognata quanto un Mondiale e dai tifosi perfino più ambita (perché nell’era della globalizzazione nessuna patria può essere amata più della squadra del cuore) — rappresentano il non plus ultra del gioco che, come scrisse Gianni Brera, “è di gran lunga il più bello di tutti i giochi”.

Come accade ormai da anni, tra le favorite della manifestazione non possono non essere considerate le migliori squadre della Premier League, rappresentata in questa edizione dai campioni d’Inghilterra del Liverpool, dall’Arsenal del “cannibale” Viktor Gyökeres, dal Manchester City — da tempo lontana parente della squadra “ingiocabile” della stagione 2022-2023, ma comunque tra le contendenti più credibili per il successo finale —, dal Chelsea di Enzo Maresca — fresco vincitore della Conference League e del Mondiale per club —, e dal Newcastle di Sandro Tonali.

Immaginare una Champions League senza squadre inglesi è alquanto improbabile. Sarebbe come una Serie A senza Juve, Inter o Milan, un’estate senza un tormentone di Annalisa o la serie “The Big Bang Theory” senza Sheldon Cooper. Eppure c’è stato un quinquennio nel quale nessuna squadra inglese poté partecipare alle coppe europee. Accadde nella seconda metà degli anni ’80, a seguito del drammatico prepartita della finale di Coppa dei Campioni tra Liverpool e Juventus, durante il quale — lo ricordiamo — trentanove spettatori persero la vita e altri seicento rimasero feriti.

I principali responsabili della tragedia dell’Heysel furono le autorità e le forze dell’ordine belghe. I primi sottovalutarono la pericolosità dei supporters inglesi, mentre i secondi si dimostrarono incapaci di controllarli e contenerli, lasciando loro campo libero per scatenare tutta la propria ferocia. Ma quella violenza non era affatto inattesa! Da anni, infatti, si sapeva che, a differenza dei tifosi italiani, i fans inglesi non erano semplici appassionati di calcio, ma Hooligans.

La loro brutalità era già racchiusa nel nome stesso, la cui origine suscita diverse ipotesi, da quelle che riportano a Patrick Hooligan, un malvivente irlandese residente a Londra, o alla Hooley’s Gang, banda criminale del quartiere di Islington, fino a chi riconduce il termine al cognome Houlihan, appartenente a una famiglia dalla pessima reputazione.

Qualunque sia l’etimo, è certo che il termine comparve ufficialmente nell’aprile del 1894, negli atti di un processo contro il diciannovenne Charles Clarke, imputato per aver aggredito un agente di polizia. È da allora che “Hooligan” è sinonimo di violenza, teppismo e distruzione.

Per comprendere la portata del fenomeno, basti pensare che tra gli Hooligans presenti quella sera a Bruxelles non vi erano soltanto sostenitori del Liverpool; alcune fonti, infatti, sono certe che sulle gradinate dello stadio Heysel ci fossero infiltrati degli Headhunters, una famigerata firm legata al Chelsea. Questo dettaglio rivela un aspetto inquietante e non del tutto compreso, ovvero che l’hooliganismo non è tifo né amore per lo sport, ma una subcultura deviata, espressione di una filosofia di vita nichilista, in cui il culto della violenza costituisce la principale fonte di gratificazione personale e di senso di appartenenza, spesso accompagnato dall’abuso di alcol e di sostanze stupefacenti.

Nei giorni successivi alla strage, l’UEFA — su proposta del governo britannico e alla luce di altriepisodi analoghi, come il rogo di Bradford avvenuto appena diciotto giorni prima, in cui persero lavita cinquantasei spettatori in uno stadio privo di estintori per timore che venissero usati come armi — decise di escludere a tempo indeterminato le squadre inglesi dalle competizioni europee (al Liverpool, ritenuto direttamente coinvolto, fu inflitta una sanzione ulteriore).

Le squadre inglesi poterono tornare a giocare le coppe europee solo il 19 settembre 1990, con il Manchester United impegnato in Coppa delle Coppe (competizione che si concluse proprio con il trionfo dei Red Devils, che così segnarono il primo successo internazionale di un club inglese dopo la sospensione) e l’Aston Villa in Coppa UEFA.

L’hooliganismo e gli episodi di violenza a esso collegati iniziarono a placarsi proprio allora, a cavallo tra il Mondiale delle “notti magiche” — durante il quale gli Hooligans vennero confinati in Sardegna e lasciati alla mercé di ronde di volontari che non si fecero scrupoli a ributtare in mare ipiù facinorosi — e il ritorno del calcio inglese nelle coppe europee.

Ma il fenomeno, capace di irretire giovani e frustrati di una Gran Bretagna ancora segnata dalla crisi e dal malcontento dei primi anni ’80, e di contaminare anche frange di altri paesi — dagli Het Legioen del Feyenoord ai Wisla Sharks del Wisła Cracovia, fino a numerosi gruppi ultrà italiani —, non fu estirpato facilmente. Servivano provvedimenti decisi, decreti che solo una Lady di Ferro come Margaret Thatcher, primo ministro del Regno Unito in quegli anni, poteva concepire e applicare.

Nonostante fosse già impegnata su fronti ben più urgenti, come la lotta ai sindacati e la questione separatista dell’Irlanda del Nord, la Thatcher affrontò l’hooliganismo con la stessa determinazione che aveva mostrato in ogni battaglia politica. Per dirla tutta, i primi provvedimenti per contrastare l’hooliganismo iniziarono a prendere forma già dopo gli scontri che il 13 marzo 1985 al Kenilworth Road di Luton videro i tifosi degli Hatters entrare in contatto con quelli del Millwall.

Gli incidenti, trasmessi in diretta nazionale, portarono al danneggiamento dell’impianto e alla sospensione della partita. Da lì, il dibattito si fece urgente. Le misure adottate furono drastiche. Si partì col vietare il consumo di alcolici, considerati una delle cause principali della deriva hooligan. Fu dichiarata illegale la vendita e il possesso di alcol negli stadi, nelle aree limitrofe, sui treni e sugli autobus.

A tutto ciò si aggiunse un piano basato su misure di prevenzione e repressione, il quale prevedeva la militarizzazione degli impianti, l’installazione di telecamere a circuito chiuso, l’impiego intensivo di agenti di polizia con poteri rafforzati, l’introduzione di sistemi di schedatura per identificare i sostenitori ospiti — ritenuti più inclini ai disordini — e l’innalzamento delle recinzioni.

Con questo approccio liberticida e con una politica di tolleranza zero nei confronti dei più facinorosi, il cosiddetto “modello Thatcher” prese forma. A esso, dopo la strage di Hillsborough del 1989 — episodio in cui però la responsabilità non fu dei tifosi ma della polizia del South Yorkshire —, seguì il celebre Rapporto Taylor, che introdusse l’obbligo per tutti gli stadi di prevedere esclusivamente posti a sedere riservati a spettatori muniti di biglietto.

Nel giro di pochi anni, quel fenomeno che sembrava un male incurabile venne ridimensionato. Certo, i detrattori del modello sostengono che la Thatcher non risolse il problema ma lo esasperò, promuovendo un sistema che finì per danneggiare anche i tifosi per bene. A questi si accodano coloro che ricordano che l’hooliganismo, pur attenuato, ha continuato ad avere rigurgiti preoccupanti, come agli Europei del 2016, quando Marsiglia fu devastata dagli scontri tra Hooligans inglesi, Ultras russi e supporters francesi.

Ma al netto delle critiche, nessuno può negare che certi provvedimenti — per quanto draconiani — furono necessari, e che grazie a quelle misure gli Hooligans sono pressoché scomparsi.

Chi ha più di quarantacinque anni e ricorda i Bushwackers del Millwall (forse gli Hooligans più violenti in assoluto), gli Zulu Warriors del Birmingham, la Subway Army del Wolverhampton, la Suicide Squad del Burnley e la 6.57 Crew del Portsmouth — oltre, ovviamente, ai tifosi del Liverpool di cui si è già parlato —, non ravvisa motivo alcuno per sollevare critiche nei confronti della Lady di Ferro.

A chi invece non c’era, o non ricorda, suggerisco il film The Firm (uscito in Italia con il titolo Ultimo Stadio), che vede uno straordinario Gary Oldman nei panni di un padre di famiglia a capo della frangia più violenta dei tifosi del West Ham. Questo ritratto, tanto crudo quanto realistico, permette di capire perché Margaret Thatcher prese le decisioni che prese.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977.

Fin da giovanissimo manifesta un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura.

Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali.

Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi.

Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”.

Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.

Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.

Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello.

Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’.

Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”.

Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti.

Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo.

Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive anche per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport.

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