Come si fa a concedere appena 1.7 expected goals in due partite e a incassare comunque sei reti? È una domanda che sembra uscita da un quiz, e invece è cronaca recente di Serie A. La risposta sta tutta in una moda che credevamo passata, e che invece è tornata con prepotenza: il tiro da fuori.
C’è Atta dell’Udinese che pesca il jolly dal limite, un destro che Sommer può solo guardare. Ci sono Yildiz e Adzic che approfittano delle mani svizzere non proprio irreprensibili. C’è De Gregorio, che sui tiri di Calhanoglu non brilla in reattività, ma deve pur sempre inchinarsi a traiettorie precise. E poi c’è il Cholito Simeone, che con un golazo regala al Torino un colpo da tre punti all’Olimpico.
E dire che c’è stato un tempo in cui il tiro da lontano era quasi un reperto archeologico. Quando qualcuno ci provava, spesso la palla finiva in curva, tra lo sbadiglio dei tifosi. “Non si allenano più”, dicevano in tanti. “È colpa del guardiolismo”, replicavano altri, convinti che quell’ossessione per il fraseggio corto avesse inibito il coraggio del calcio da fuori area. Certo, se ti chiami Messi o De Bruyne, il discorso cambia. Ma loro erano eccezioni, non la regola.
Negli ultimi anni Klopp e il suo Liverpool hanno fatto scuola: concedere il tiro da fuori era quasi una filosofia, una scelta tattica calcolata. Meglio lasciare spazio al 25-30 metri piuttosto che aprire una corsia centrale. Se poi la palla finiva fuori, era un nuovo possesso per ripartire. E per molto tempo questo ragionamento ha contagiato anche il calcio italiano. Solo che l’ultima giornata di campionato sembra raccontare una verità diversa.
Perché sì, Sommer ha sbagliato di postura e di respinta, Di Gregorio non ha trovato la posizione, mentre Svilar è stato l’unico esente da responsabilità. Ma al netto delle colpe individuali, c’è un dettaglio che forse non stiamo valutando: questi palloni di oggi sembrano volare più veloci, più pesanti, più cattivi. E il tiro da fuori, quello che per anni è stato quasi un tabù, improvvisamente è tornato a essere un’arma letale.
Che i tiri dalla distanza siano stati accantonati, almeno in parte, è un fatto. L’ossessione per l’efficienza, per i numeri, per le zone “giuste” da cui calciare, ha portato gli allenatori a scoraggiare i giocatori dall’avventurarsi in soluzioni che sembravano un azzardo. Eppure, se guardiamo l’ultimo anno e mezzo, qualcosa si muove. Agli Europei del 2024, ad esempio, si è calciato da fuori più di quattro volte a partita. E sorprende scoprire che proprio la nostra Serie A, la più bistrattata in termini di spettacolo, è stata il campionato con più conclusioni dalla distanza. Forse perché da noi non c’è mai stata del tutto quella mania di “entrare in porta con il pallone” a forza di passaggi, né l’abitudine britannica di buttare continuamente palloni alti in area.
Molti dei gol che nascono da lontano, oggi, non sono più gesti isolati ma il frutto di principi moderni. Il gegenpressing, la riaggressione immediata: dinamiche che regalano qualche metro di spazio e la possibilità, per chi ha piede e coraggio, di tentare la sorte. È quasi un paradosso: da un calcio sempre più strutturato e collettivo nasce la libertà individuale di calciare da fuori. Mentre contro le difese basse, chi ha tecnica prova ad avvolgere l’avversario, a farlo scivolare verso il basso, per poi cercare la soluzione dal perimetro, come nel basket quando si cerca il tiro dall’arco.
Una volta era diverso. I gol da fuori erano quasi sempre lampi di talento, momenti di pura ispirazione personale. Bastava la sensazione di non avere sbocchi e si calciava: semplice, diretto, quasi ingenuo. Penso a certi pomeriggi degli anni ’80 o ’90, quando il calcio era meno “complesso” e più istintivo. Oggi, invece, anche un tiro dalla distanza è spesso figlio di un contesto tattico preparato, di un lavoro collettivo. Alla fine, gli specialisti restano sempre loro, i pochi che sanno trasformare quel metro in più nello spazio necessario per inventarsi un gol. Ma non è un ritorno nostalgico al passato: piuttosto è la prova che il calcio, pur cambiando, continua a trovare nuove strade per concedere a chi gioca quel briciolo di libertà creativa che rende questo sport così imprevedibile.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.









