MILAN LEGENDS – KING GEORGE WEAH: UN CICLONE DA UNA TERRA SCONOSCIUTA

La Liberia è uno stato piccolo dell’Africa occidentale. Uno dei primi a diventare indipendenti nel continente. La sua storia affonda in un’idea nata lontano, negli Stati Uniti, nel 1821, quando la “Colonization Society” pensò di riportare in Africa gli ex schiavi neri liberati. La terra scelta era una striscia della Guinea settentrionale, già nota ai navigatori europei come Costa del Pepe. Il pastore protestante R. Gurley la battezzò “Liberia”, a simbolo della libertà riconquistata da chi era stato strappato alla propria terra. Nel 1847 arrivò la proclamazione d’indipendenza e la nascita della Repubblica.

Sul piano calcistico, la Liberia non ha mai ottenuto risultati di rilievo. Pochi i professionisti approdati in Europa, e quasi tutti rimasti sconosciuti. Tranne due: Zizi Roberts, ricordato in Italia più per ironia che per gesta, e soprattutto George Weah. Con lui, il Paese entrò nelle mappe del calcio mondiale. Prima di “King George”, per molti la Liberia era solo un nome lontano.Weah comincia da casa, negli Invincible Eleven. Un nome che sembra uscito da un fumetto, ma è il club più importante di Monrovia, la capitale. Poi, il Camerun. Non per scelta, ma per necessità: in Liberia la guerra civile esplode come una granata e lui deve andare via.

Il Camerun, allora, era un indirizzo di moda. Aveva prodotto giganti come Roger Milla e Thomas N’Kono. È lì che gli osservatori francesi lo vedono, a 22 anni. Oggi sarebbe tardi, allora era normale. Nel 1988 firma per il Monaco allenato da un giovane Arsène Wenger, che anni dopo lo definirà uno dei calciatori più forti mai allenati. George aveva qualcosa che, all’epoca, non si vedeva spesso: la forza fisica di un centometrista, la tecnica da trequartista, la velocità di un’ala. Era un prototipo nuovo di centravanti. Van Basten, forse, l’unico antesignano. Non è un caso che il Milan lo prenda come successore del Cigno di Utrecht, logorato dal fisico.

Nel ’92 passa al Paris Saint-Germain, vince il campionato, e nel ’95, a 29 anni, arriva a Milano. Non proprio un ragazzino. Ma l’impatto è devastante. In Italia, un giocatore così non s’era quasi mai visto. L’unico paragone possibile, qualche anno dopo, sarebbe stato Ronaldo il Fenomeno. King George è stato ingiustamente ritenuto prototipo grezzo di Ronaldo. Il brasiliano aveva maggiore grip, ma la dominanza fisica e atletica del liberiano è quasi unica nella storia dei grandi attaccanti.

E poi c’è quella corsa. Verona, San Siro. Angolo per loro, pallone respinto e troppo lungo. Weah lo prende. All’inizio sembra solo voler allontanare il pericolo: il Milan è avanti 2-1, non serve strafare. Ma le gambe sono leggere, la distanza non lo intimorisce. E allora parte. Primo contrasto, palla ancora lì. Secondo, ancora lì. Come se fosse incollata al piede. La gente sugli spalti smette di rumoreggiare e comincia a rumoreggiare diversamente: quel brusio che precede qualcosa di grande. Cinquanta metri palla al piede sono già un mezzo allenamento. A settanta, il crescendo raggiunge il suo climax. Arriva davanti al portiere. Un attimo per osservarlo, uno per decidere. La mette nell’unico corridoio libero. Gol. Non un gol qualsiasi: un coast-to-coast da basket.

Arriva al Milan nel ’95. Vince il Pallone d’Oro: primo non europeo a metterci le mani. In casa Berlusconi, un trofeo in più nella collezione da mostrare a tavola. Amico fraterno di Marco Simone: raccontano che George preferisse dormire sul pavimento piuttosto che su un materasso, per non rovinarsi la schiena. Schiena già messa a dura prova dai preparatori rossoneri con squat che avrebbero spezzato anche un bisonte.

Non solo il gol contro il Verona, epifania di un uomo che correva portando con sé il vento. George Weah è stato il profeta delle reti iconiche.

Parigi, 23 novembre 1994. Contro il Bayern, il tempo stesso pare rallentare: prima dissolve Matthäus come una statua di sabbia, poi arretra un istante e, rientrando nella trama, riceve di nuovo il pallone, intreccia passi con Nouma, spegne la luce negli occhi di Jorginho e Helmer, e infine scaglia un proiettile che oltrepassa Oliver Kahn, sentinella impotente di un tempio violato.

Appena alla terza apparizione in Serie A, sfida Aldair, guerriero brasiliano incoronato campione del mondo. Un solo gesto, destro-sinistro come la carezza e il colpo del boia, e il pallone oltrepassa Cervone proteso invano in uscita.

A Bologna, l’azione è un rito sciamanico: Tarozzi, Shalimov, Brambilla, Torrisi… tutti cadono, come se sfiorati da un vento che annulla la gravità. Weah danza nella materia densa del campo e serve Blomqvist: il dono dopo la tempesta.

E poi Roma, Lazio-Milan. La partita è un fiume lento, destinato allo zero a zero. Ma dal nulla, una freccia rossonera squarcia l’orizzonte. Il liberiano, nella corsa, si trasforma in totem: supera i centrali biancocelesti come se non esistessero, e deposita il pallone nella rete con dolcezza.

“Credevo fosse solo potente,” confessò Baggio, “invece ha anche una tecnica superiore”. E in quelle parole c’era la sintesi: un corpo forgiato dal ferro, ma guidato da mani d’oro.

George Weah tra i primi a dover fronteggiare il razzismo vero, quello sporco e taciuto. All’epoca nessuno faceva campagne, non c’erano hashtag. Una volta, nella gara contro il Porto, in un tunnel senza telecamere, successe un parapiglia. C’era Jorge Costa (defunto pochi giorni fa), stopper di quelli che non ti regalano neanche un metro. Tra lui e Weah volarono insulti e, a detta di molti, un’offesa razzista pesante. George reagì: per alcuni un pugno, per altri una testata.

Eppure, fuori dal campo, era un uomo di fair play. Pagava di tasca propria voli, alberghi e premi della nazionale liberiana. Politicamente impegnato, con Mandela come sponsor morale, si candidò a presidente del suo Paese. Perse la prima volta, vinse alla seconda. Presidente, poi vita a New York. Il meglio lo diede tra Francia e Italia. Secondo scudetto al Milan, quello di Zaccheroni, con Boban dietro lui e Bierhoff. In Premier non brillò: la schiena cominciava a tradirlo. Smise a 36 anni, ma già da tempo combatteva più col fisico che con i difensori.

In Serie A resta tra i centravanti più forti mai visti. Qualcuno lo paragonò a Van Basten, pur diversi per stile. King George Weah è stato un mix di tecnica, fisico. Vantava inoltre una cultura e un’educazione politica rare nel calcio. Partendo dal basso, da una baraccopoli in cui è nato. Un uomo che ha corso lungo tutta la fascia della vita: dall’area di rigore alla presidenza di un Paese.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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