NON BASTA DIRE MALDINI

L’ultimo è stato Theo: un post di addio pieno di rancore, senza una parola di autocritica ma, in compenso, il saluto purificatorio all’ex capitano. Ma non è il solo: il tifo (?) rossonero abbonda di gente che oggi lo invoca per posizionarsi dalla parte giusta, spesso in malafede

L’ultimo è stato Theo Hernandez, un tempo terzino sinistro più forte del mondo, oggi non si sa. Nel suo messaggio di addio, un manifesto del comportamento passivo-aggressivo, alterna carezze, sarcasmo, rancore. “Grazie di cuore ai miei compagni, a ogni allenatore che ha creduto in me, e in particolare a Paolo Maldini, per la sua vicinanza, visione e leadership”. Certo. E, successivamente: “La direzione che ha preso il club e alcune decisioni recenti non rispecchiano i valori né l’ambizione che mi hanno portato qui”. Per finire col botto: “Me ne vado a testa alta, perché ho sempre dato tutto per questo club, impegnandomi al massimo e condividendo gli stessi sogni di questa tifoseria”.

Insomma, c’è tutto, persino “i valori”. Manca solo, come spesso accade con questi bambinoni viziati e frignoni (nel genere “chiagne e fotti”, abbiamo appena ammirato l’elegante show americano di Calhanoglu, il re indiscusso dei commiati infelici), un briciolo di autocritica: per un anno pigro e svogliato, per il cooling break ribelle, per il rigore sbagliato di Firenze che non avrebbe dovuto tirare, per la costosissima (e folle) doppia ammonizione contro il Feyenoord costataci la prosecuzione del cammino in Champions’ League, e più in generale per il milione di cross da sinistra (destra per gli avversari) che abbiamo subito perché nei “valori” di Theo non era compreso il fatto di uscire a marcare l’esterno avversario (mentre non parlo qui delle voci insistite di una condotta extra-campo non impeccabile, dal momento che non ci sono prove). Dimentica quasi tutto, Hernandez: ma non di apporre il sigillo che ti mette automaticamente dalla parte della ragione: “Maldini”. Per carità, che fra lui e Paolo ci fosse una particolare affinità, legata al ruolo oltre che alla caparbietà con cui i due si erano reciprocamente cercati sul mercato nell’estate del 2019, è fuor di dubbio. Però nessuno mi toglie dalla testa che oggi quel cognome venga usato in malafede. E non solo da Theo.

Maldini è Maldini, non si discute. È stato un giocatore immenso, forte, corretto, è la più grande icona vivente del milanismo (per me “il capitano” resta Franco Baresi, ma va riconosciuto che non ha lo stesso carisma accecante, lo stesso physique du rôle del numero tre), sarebbe stato probabilmente un ottimo dirigente: per esserne certi sarebbe servito più tempo, e di errori ne ha commessi anche lui, però diamogli atto che era sulla buona strada, anche perché ha avuto l’intelligenza di formarsi accanto a ottimi maestri quali Leonardo e Boban. E mandarlo via è stato senza dubbio un errore grave, frutto della presunzione dell’attuale dirigenza, che infatti ha prodotto quello che ha prodotto ed è finalmente corsa ai ripari con Tare e Allegri dopo una stagione che è stata un’antologia degli errori.

Però attenzione. Adesso è molto facile contrapporre la purezza (vera, presunta, idealizzata, non importa: nessuno è perfetto) di Paolo alla gestione mercantile di Cardinale e Furlani che, come primo atto della nuova stagione, vendono Rejinders (neppure troppo bene, visti i prezzi che girano) per recuperare i molti soldi che per inettitudine collettiva non verranno dalla Champions’ League. Ma non basta lo stesso. Per quanto la cacciata di Maldini sia una ferita non rimarginata, non basta dire “Maldini” per trovarsi automaticamente iscritti nel partito dei veri milanisti. Anzi. In primo luogo perché il Milan è una squadra, è un club (“Più che un club”, verrebbe da dire, se non l’avesse già detto il Barcellona), è tradizione, è storia, è appartenenza, è Rivera e Van Basten, Kakà e Sheva, soprattutto è plurale: nessun giocatore è più del Milan, cosa che Paolo sa benissimo. E farne due, di Milan, quello buono e quello cattivo, è la cosa più anti-milanista del mondo. Per chi lo preferisce, ci sono sport individuali bellissimi da seguire, a partire dal tennis del milanista Sinner (cioè peccatore, nome perfetto per un tifoso del diavolo).

Quindi vi do un consiglio. Quando sentite quel nome, Maldini, mulinato come una clava per separare i giusti dai malvagi, insospettitevi. E, potendo, fate una domandina: “Tu, il pomeriggio del 24 maggio 2009 che cosa stavi facendo?”. Magari salta fuori che quelli che adesso si dicono i più maldiniani di tutti quel giorno stavano fischiando il ritiro del più forte giocatore italiano nel suo stadio. Nel nostro stadio. Pensa te, i valori.

BIO: Luca Villani è nato a Milano il 31 gennaio 1965. Giornalista professionista, oggi si occupa di comunicazione aziendale e insegna all’Università del Piemonte Orientale. Tifoso milanista da sempre, ha sviluppato negli anni una inspiegabile passione per il calcio giovanile e in particolare per la Primavera rossonera. Una volta Kakà lo ha citato in un suo post su Instagram e da quel momento non è più lo stesso.

9 risposte

  1. Caro Luca, condivido il tuo articolo al …99 per cento. Tiji è stato venduto a 55 più 13 mln di bonus facili con un ingaggio triplicato. È un importo superiore a quello di Retegui, che ricordo sopratutto a me stesso è un attaccante, per un giocatore che ha giocato benissimo due anni. L’offerta peraltro è pervenuta in un momento del mercato che sembrava preludere a chissà quali “colpi” per tutte le squadre.
    Ora siamo in una fase di stallo ad un quarto della durata dello stesso mercato,ma in Italia la nostra società ( per la cui attuale dirigenza non voglio usare termini che sarebbero da codice penale) è quella che ha fatto in uscita il miglior affare.
    Saluti rossoneri.

  2. Buongiorno Luca , complimenti per l’articolo, mi fai venire in mente la frase detta da Kirk Douglas in Orizzonti di gloria : “Il patriottismo è l’ultimo rifugio delle canaglie” , ciaoooo!

    1. Buongiorno Luca, articolo molto interessante e per quanto mi riguarda, quasi tutto condivisibile. Theo è stato giustamente ceduto, per la sua poca fede rossonera. Mi spiego meglio e so che molti avranno da ridire: nella partita con gli olandesi, il giocatore in questione si è fatto espellere apposta e se così non fosse, razionalmente non si capisce il suo atteggiamento. Sono d’accordo sul fatto che il Milan è superiore a tutti i giocatori: infatti non capisco il ritiro ufficiale della maglia di Franco Baresi e il ritiro ufficioso della maglia di Paolo Maldini. Gullit e Savicevic hanno dato lustro alla maglia numero 10 perché questa maglia dopo Rivera (secondo me il più grande giocatore italiano di tutti i tempi ed uno dei primi quattro d’Europa degli anni ’60), non è stata ritirata; maglia peraltro indossata da Liedholm e Schiaffino altri due fuoriclasse (nel caso di Liddas anche come uomo), non inferiori a Baresi e Maldini. Mi spiace essere durissimo con Theo, ma il suo comportamento negli ultimi due anni è stato inaccettabile, come quello di altri calciatori. Ha ragione Sacchi: si parte dagli uomini, perché i piedi li raddrizza, il cervello no. Da parte mia, posso dire che Maldini è stato un grande giocatore, ma Baresi è stato qualcosa di più, soprattutto nel rendimento in campo, ma ovviamente sono sottigliezze, perché su parla di giocatori di alto livello; però credo che Maldini non abbia mai toccato il livello di Baresi, come nella finale di Pasadena, dove il nostro “libero” ha fatto una partita non normale. Attaccanti fortissimi del Brasile ridicolizzati da un giocatore operato poche settimane prima e, questo “mostro”, pronto a rilanciare in avanti e rilanciarsi…
      Per quanto riguarda il nome Maldini utilizzato “magicamente “, sono d’accordo: quando il politico di turno usa “gli italiani”, ho la stessa sensazione. A mio avviso Maldini dovrebbe essere il presidente del Milan per la sua serietà ed il rispetto di cui gode (come del resto era per il suo papà): gente perbene. Ma credo che come dirigente di mercato, al momento in cui ha iniziato, non è stato eccezionale: intendiamoci, nemmeno disastroso, ma in quel ruolo sarebbe stato necessario in super professionista. Spero che il Milan venga ceduto al più presto, magari con Paolo Malfini presidente.

  3. Onore a Paolo Maldini,ma Baresi un gradino su tutti..come pensa e dice bene Filippo Galli…come Dirigente,direi molto modesto,visto ingaggio e contratt personao lungo di Origi.x questo e stato sfortunato ed esonerato.Detto questo ,bella persona,come tantissimi

  4. Complimenti per l’articolo, davvero più che condivisibile. Sul Maldini dirigente mi piacerebbe venisse fatta una seria e precisa analisi giocatore per giocatore sulle operazioni di calciomercato (acquisti, cessioni, ingaggi, commissioni, rinnovi di contratti fatti e non, giocatori persi a parametro zero, gestione dei nuovi giocatori al loro arrivo a Milanello) effettuate durante il periodo della sua gestione. Sono più che convinto che avremmo un sacco di sorprese e non del tutto positive, anzi. Paolino è stato un grandissimo terzino sinistro, ma anche un modestissimo dirigente.

  5. Concordo in toto: la curva fece una figura miserabile fischiando Paolo, un addio che meritava solo applausi. E la stessa logica distorta di allora la ritrovo oggi con chi difende Theo a oltranza.

    Il 24 maggio 2009 ero in tribuna a San Siro. Un caldo asfissiante: alla fine del primo tempo la mia camicia bianca era bagnata come se fossi stato io a correre in campo, invece che seduto sulla mia poltroncina del Primo Rosso. La curva diede il peggio di sé, fischiando Paolo durante la gara e all’uscita dal campo, mentre io ero in piedi con il resto di San Siro a salutare Paolo, spellandomi le mani in un applauso di ringraziamento a una leggenda. Triste non tanto per lo svantaggio di un Milan un po’ svogliato contro la Roma, ma perché ero conscio che fosse l’ultima di Paolo a San Siro, nel Milan. Paolo. Se Baresi era il Capitano, per me Maldini è ed è sempre stato Paolo.

    Sono stato abbonato al Primo Rosso per tanti anni, dallo scudetto di Sacchi fino alla stagione 2005-2006, quella di Calciopoli. Scoppia il casino, si parla di retrocessioni, viene assegnato lo scudetto di cartone. Trovo particolarmente irritante che i diritti di prelazione non siano stati posticipati nemmeno di un giorno e che il prezzo dell’abbonamento non sarebbe cambiato di un euro nemmeno in caso di Serie B.
    Ora, il Milan ce l’ho nel profondo del cuore, ma — forse perché lavoro da sempre con multinazionali USA e vivo da anni nel mondo anglosassone — quando compro qualcosa sono prima di tutto un cliente. Un conto è abbonarsi al Teatro alla Scala, un altro è farlo per un simpatico teatro di provincia: diversi gli spettacoli, diversi gli interpreti. Se alla Scala ammiro Abbado, in provincia… boh? Il prezzo del biglietto non può essere uguale.
    È il mancato acquisto di Ibra a farmi poi a maturare la decisione di non rinnovare l’abbonamento. Malgrado Ibra avrebbe preso soldi, e tanti, declinò perché non convinto che il Milan disputasse Serie A e Coppa Campioni. Io — che invece devo pagare — avrei dovuto fidarmi della dichiarazione della Società secondo cui Serie A e Coppa non erano minimamente in discussione. Ne faccio una questione di principio e lascio il mio posto.
    L’anno successivo, il trionfo di Atene: sto per riabbonarmi, quando sento Galliani dire che è l’Europa la casa del Milan, la Serie A cosa accessoria. Ringrazio per il suggerimento e resto a casa. Però il saluto a Paolo, come per Baresi e Van Basten, non lo perderei mai. Ecco, la curva è stata capace di rendere ancora più triste l’addio di Paolo al suo San Siro giocato.

    Ora sento peana per Theo contro la proprietà. Che la proprietà dia l’idea di non sapere come creare valore, ma semmai di svalutarlo — in termini di puro business mi pare quasi assodato: i numeri, a differenza delle parole, parlano e non offrono appigli a supercazzole, e il parco giocatori si è svalutato, e non poco. Theo è l’esempio paradigmatico di questa svalutazione. Ignoro quali siano i “valori” e l’“ambizione che mi hanno portato qui”, ma a giudicare da come abbia saputo valorizzarsi negli ultimi due anni, direi che sono valori da rivedere, né più né meno come quelli della dirigenza che critica apertamente. E se dovessi credergli quando dice “me ne vado a testa alta, perché ho sempre dato tutto per questo club, impegnandomi al massimo e condividendo gli stessi sogni di questa tifoseria”, beh … se questo fosse davvero il suo massimo allora siamo messi davvero male, caro Theo. Meglio te ne sia andato. All’ombra dei minareti, perché altrove non s’è registrata alcuna coda per il rischio di tesserare un ex giocatore.

  6. Buongiorno,
    capisco e in buona parte condivido il senso dell’articolo. Forse perche’ non sono un fan sfegatato di Paolo Maldini – ovviamente parlo del Maldini dopo il famigerato 24 maggio 2009. Condivido sostanzialmente anche l’analisi su Hernandez, fuori e dentro il campo (anche se e’ palesemente eccessivo affermare che il Feyenoord ci ha eliminato per colpa della sua espulsione).
    Dopodiche’ pero’ bisogna separare la predica dal pulpito. Hernandez ha scritto cose sacrosante. Non riconoscerlo, e anzi strumentalizzarlo attraverso la delegittimazione del pulpito, equivale a sminuire la portata dell’enorme danno che questa “proprieta’” e questa dirigenza stanno causando al Milan

  7. Buongiorno Alessandro, rispetto il suo pensiero ed in parte lo condivido. Mi limito ad osservare che, secondo me, quella partita, in parità numerica, era poco più di un allenamento. I numeri di Hernandez nei 6 anni al Milan sono notevoli, ma resto dell’avviso che il danno procurato sia stato imperdonabile, soprattutto perché compiuto dal “terzino più forte del mondo”. Poi sono d’accordo sul fatto che la proprietà faccia danni: commentando altri articoli, ho affermato che sono peggiori di Felice Riva, di Fassone/Mirabelli e del tanto criticato Giussy Farina (del quale tra l’altro si dimenticano alcuni meriti non di poco conto). Ad ogni modo è interessante confrontarsi con il giusto rispetto. Buona giornata.

    1. Buonasera Gian Paolo, concordo in pieno sul confronto e sul rispetto. Nel merito, aldila’ dei luoghi comuni sugli sport di squadra, mi ricordo che la qualificazione la compromettemmo con una pessima prestazione gia’ all’andata, peraltro subendo gol a causa di un errore individuale di Maignan… Ma appunto, credo che nel calcio nel bene e nel male il collettivo conti sempre piu’ del singolo. Buona serata
      PS per quel che conta, condivido totalmente su Rivera e Baresi

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