L’ATLETA, IL BURNOUT E LA TENTAZIONE DELL’AIUTINO ESTERNO.

Non è facile raccogliere dati sul fenomeno del “burnout”, ma quello che sappiamo è che sempre più atleti professionisti sperimentano stati di esaurimento fisico ed emotivo. Non molti lo lasciano trapelare per paura di apparire fragili e mettere così ulteriormente a repentaglio la propria immagine e la propria carriera.

Molto spesso se ne riesce a parlare solo a mente fredda, quanto la fase acuta è passata, ed è comprensibile. Conoscere il fenomeno ci aiuta però a prevenirlo e aiuta il mondo dello sport, società sportive in primis, a conservare e valorizzare a pieno il proprio capitale umano, che, è bene ripeterselo fino alla noia, è la base, il centro e il futuro di ogni attività.

Nel calcio, la competizione e le competizioni sono sempre più pressanti.

In un mondo in cui gli obiettivi sono sempre più a breve termine, la competizione e la concorrenza tra i calciatori, anche all’interno di una singola squadra, sono ai massimi di sempre. Spesso non c’è tempo di attendere il pieno recupero da un infortunio, per paura di perdere qualche tipo di treno. Non c’è la pazienza per lavorare sull’ambientamento o l’adattamento di un nuovo calciatore. Le statistiche dominano le decisioni e le considerazioni di bilancio prevalgono su quelle umane e sportive.

Se questo tipo di competizione sale, allo stesso tempo le competizioni si moltiplicano. Si è calcolato che in Europa un top team potrebbe arrivare a giocare 90 partite o più in una stagione (tra campionato, coppe europee, coppe nazionali, supercoppe etc.), cui si aggiungono gli impegni dei convocati in Nazionale (alle competizioni classiche dobbiamo così aggiungere ritiri, amichevoli e le nuove competizioni come la Nations League).

Tutto questo cade inevitabilmente sui piedi, sulle gambe e sulla testa dei calciatori. In parole più semplici, l’organizzazione complessiva del mondo del calcio ha una ricaduta diretta sulla salute generale dei calciatori, anche se a volte nemmeno loro sembrano preoccuparsene più di tanto.

Come si comporta il calciatore che si trova sempre più sotto pressione da tutti i punti di vista? In genere, cerca di prepararsi sempre meglio. Di solito, si concentra però solo sull’aspetto fisico e spesso, con l’obiettivo di non perdere la forma, il calciatore professionista non stacca mai. Nemmeno quando dovrebbe, cioè in vacanza. Si sono moltiplicati negli ultimi anni i camp di allenamento di fine stagione, dove ci si prepara già ancor prima che inizi il ritiro della squadra. Chi non partecipa ai camp, si allena da solo e non ne fa mistero, soprattutto sui social.

La rinuncia al riposo pone però scientificamente le basi per il burnout. Considerando mente e corpo per quello che sono, cioè un tutt’uno, sappiamo anche intuitivamente che il riposo è fondamentale quanto l’allenamento, ma la competizione sfrenata ci convince che l’unica strada per fare meglio è fare di più. Sembra che non ci sia alternativa a questa retorica.

E quando fare di più sembra non bastare, si cercano scorciatoie o aiuti esterni.

Non mi riferisco solo al doping, una pratica difficile da quantificare e che può accelerare il burnout rendendo ancora più insostenibile i ritmi di lavoro e dunque accorciando i naturali tempi della carriera. Mi riferisco più in generale all’atteggiamento del calciatore volto non più a conoscere e valorizzare le proprie risorse personali, ma a ottenere vantaggi cercando aiuti che non hanno a che fare con le proprie risorse.

Pratiche mediche sempre più spinte (chirurgia compresa), integrazione di sempre più sostanze supplementari rispetto alla dieta (anche quelle lecite, come la caffeina) e ricorso ad alcuni presunti maghi della stretegia mentale sono solo alcuni esempi di aiuto esterno che rappresentano una rinuncia a sviluppare le proprie risorse in modi e tempi sostenibili, alla ricerca a tutti i costi di una prestazione di alto livello immediata.

Per quanto grottesca, è forse nota la storia di un mental coach che consigliava a un suo assistito di masticare caramelle all’aglio in campo, per infastidire con l’alito i propri avversari in fase di marcatura. Oppure quella di un altro professionista del settore mentale specializzato nel formulare le peggiori offese da vomitare agli avversari per distoglierli dalla loro prestazione.

Questi sono solo due banali esempi di scorciatoie inutili che il calciatore ricerca quando sente di non avere più strumenti a disposizione per ottenere tutto e subito.

L’alternativa a questo tipo di atteggiamento esiste ed è chiara, scientifica ed efficace. La prestazione di alto livello e il benessere del calciatore possono andare di pari passo solo se le sue energie sono volte a conoscere a fondo e impiegare al meglio le proprie risorse interne. Un allenamento mentale deve avere proprio questo obiettivo fondamentale, che porta in modo sostenibile al raggiungimento delle proprie potenzialità e alla conservazione di un equilibrio sistemico.

Non posso dare il massimo se non so con precisione cosa ho a disposizione. Non posso conoscermi se non ascolto, osservo e accetto il mio punto di partenza. Non posso avere continuità se non impiego le mie risorse con attenzione e intelligenza. Non vuol dire risparmiarsi, ma il contrario: vuol dire dare davvero quello che si ha senza forzature, senza strafare, senza foga e senza rischi inutili.

Un esempio concreto? Scientificamente, gli stati d’ansia aumentano l’incidenza degli infortuni perchè irrigidiscono la muscolatura e portano a comportamenti inutilmente rischiosi. Voglio dunque prevenire gli infortuni, giocare di più e meglio? Dovrei magari cominciare dal riconoscere come vivo e gestisco le mie emozioni, risorsa imprescindibile di ogni atleta.

  • BIO: Stefano Nicoletti è un appassionato formatore, cresciuto in grandi aziende del settore finanziario in cui ha maturato e coltivato competenze trasversali su performance, collaborazione, negoziazione, mindfulness e gestione dell’attenzione. È un esperto di allenamento visivo e segue professionisti e giovani talenti dello sport di tutto il mondo. La sua frase preferita è del pugile George Foreman: “Nell’incontro con Ali non sentivo alcuna paura. Ho pensato: è facile. È quello che aspettavo. Nessun nervosismo. Nessuna paura. E ho perso”.

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