Con una cospicua (per usare un eufemismo) “letteratura” a riguardo alle spalle (credo di poter affermare con assoluta certezza di aver dedicato ad Allegri un numero di articoli tale da non poter essere individualmente comparato, testimonianza della qual cosa ne è in larga parte il blog su cui leggete), mi riesce estremamente semplice esporre quanto sin qui espresso dal tecnico di Livorno sulla panchina partenopea, poiché infinitamente sottolineato da anni: un concentrato di minimalismo e pressappochismo, accompagnato e correlato dalle consuete narrazioni volte a tracciare un preciso perimetro all’interno del quale muoversi con l’intento di ridimensionare pretese, abbassare soglie e aspettative, innalzare l’immancabile vessillo della raccolta in trincea quale unico ed esclusivo approdo per poter lontanamente raggiungere il risultato minimo.
Nel pezzo risalente alla chiosa della scorsa stagione, allorquando (non allontanando onori e riconoscimenti) esplicavo e raggruppavo le mie tesi disseminate nel corso dell’annata su quanto fosse fondato il fatto che sostenessi ripetutamente (ovviamente ben argomentandolo, differentemente parleremmo solo di frasi ad effetto non appartenenti alla profondità del blog) che il tecnico toscano non sarebbe alla fine stato capace di competere neppure per il quarto posto ( ripeto, la cronologia in tal senso fa fede: anche dopo la vittoria nel derby di ritorno, quando tutti parlavano di un Milan che avrebbe conteso lo scudetto ai cugini dirimpettai, mi affrettavo, oltremodo controcorrente, a diffondere le mie argomentazioni), sentenziavo il fallimento totale di una guida tecnica la cui più sorprendente capacità è rappresentata dalla facilità della trasmissione delle sue (non) idee alla squadra.
Il Napoli è infatti già stato, in queste prime cinque giornate, a sua immagine e somiglianza, cioè incapace di costruire, di sciorinare calcio, di diffondere bellezza e allegria: solo il ricordo, insomma, della compagine vincente capace di tramutare in questi anni quello che avrebbe potuto essere esclusivamente il “ciclo Inter” nel ciclo a cui affibbiare il proprio nome in virtù della conquista di due titoli di campione d’Italia, a cui aggiungere il secondo posto della scorsa stagione nonostante innumerevoli defezioni.
Ovviamente ho avuto già modo di contemplare i giudizi nel recente “perdere contro chi si può perdere, il minimalismo della sconfitta inevitabile “, che racchiudeva le esternazioni immediatamente successive alla sconfitta casalinga contro l’Arsenal nell’esordio di Champions League.
Riporto testualmente: “Può una qualsivoglia formazione facente attualmente parte della più prestigiosa competizione continentale quale esponente di uno dei primi tre tornei nazionali ( con due scudetti cuciti sulle maglie nelle ultime quattro stagioni) aspirare semplicemente ad arginare, nello stadio amico (peraltro storicamente ostico), l’avversario di turno, seppur blasonato? È possibile, nella modernità, scegliere di concedere costantemente il pallone e l’iniziativa agli avversari?…diseducare al tentativo di giocarsi le proprie carte tentando di imporre la propria idea di gioco (ad averne una), disabitua la squadra ad indirizzare sé stessa verso la ricerca della propria grandezza e verso la volontà di oltrepassare i propri limiti, evitando di restare inferiore a sé stessa”.
La letteratura alle spalle, dicevo, è in tal senso esaustiva (altro eufemismo), motivo per il quale non mi resta che sottolineare le più evidenti esposizioni “identitarie’ (nel senso che lo identificano perfettamente) sciorinate nel corso di questo avvio: sette punti, due sconfitte, il pari di Firenze prima della sosta, 36 metri di baricentro medio ( tipico delle squadre che, una volta, sottolineo, una volta, lottavano per la salvezza: a testimonianza dell’atteggiamento da provinciale che desidera ardentemente infondere nelle proprie compagini, neanche avesse allenato in carriera la Pistoiese della stagione 1980-81 o l’Ancona del 93-94), possesso palla a volte contemplato solo perché non è possibile chiedere a Lobotka, Gilmour e De Bruyne di non gestire un minimo la sfera e di barricarsi a difesa dei confini (del resto, con quale fisicità i suddetti centrocampisti dovrebbero ribaltare il campo di rimessa? Con quale passo? Ecco cosa stride soprattutto: la scelta aprioristica di chiudersi per ripartire senza adeguati elementi per farlo, a testimonianza estrema dell’unica modalità presa in considerazione in carriera).
Nonostante il sopracitato baricentro, il Napoli ha subìto 83 conclusioni verso la propria porta.
Un dato assurdo considerando la “dedizione” rivolta alla difesa della porta se paragonato ai 39 subìti dalla Juve, ai 44 di Milan e Roma e ai 57 dell’Inter.
E, ad ennesima conferma, ecco i numeri del centravanti: Hojlund ha toccato due (2) volte il pallone in area contro la Fiorentina.
Due (capitava sovente, se non sempre, anche a Vlahovic di chiudere con queste statistiche da sport estremo).
Soltanto dodici sono stati i tocchi totali del centravanti danese, costretto a sostare, nel disperato tentativo di ripulire un pallone, di spalle, a 40 metri dalla porta avversaria.
Dall’inizio del campionato, il centravanti del Napoli ha potuto giocare soltanto 14 palloni all’interno dell’altrui area di rigore (non a caso, le sue due reti sono arrivate grazie a conclusioni estemporanee da fuori), accumulando appena 0.76 xG.
La dura vita delle punte di Allegri coincide con il peggior avvio del Napoli in termini realizzativi dalla stagione 14/15 (6 reti dopo le prime 5 giornate).
Fra le big è quella con il PPDA peggiore (14 i passaggi concessi all’avversario prima di riconquistare il pallone) e per recuperi è penultima in A (192). Quando ciò succede, raramente si arriva al tiro (la Roma ha calciato 17 volte dopo un recupero alto, il Napoli 4).
Qualcuno prima o poi dovrà pur dire al buon Max che l’altra porta nel campo ha una funzione.
Per il momento la Serie A può applaudire il vero Massimiliano.
Alvini.
Che allena il Frosinone come stesse allenando il Napoli.
A differenza di Allegri, che allena il Napoli come stesse allenando il Frosinone.
Ribadisco quanto da me definito di recente relativamente alla querelle fra giochisti e risultatisti (ad averli i risultati, i veri risultatisti sono Fabregas e Luis Enrique, ad esempio): il termine “risultatista” è stato inventato per identificare chi, edificando distruzione attraverso minimalismo ed approssimazione, raggiunge al massimo l’obiettivo minimo.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.











2 risposte
Impeccabile. Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno, senza giri di parole. Ma sappiamo la deferenza che moltissimi pseudo addetti ai lavori mostrano al cospetto di Allegri…parole sante le sue, carissimo Andrea…
Grazie Piergiorgio, La invito a ricercare nel blog (inserendo il mio nome risulterà più facile farlo) tutti gli articoli alle spalle cui facevo riferimento nel pezzo e capirà che il suo “finalmente qualcuno dice le cose come stanno” è ribadito da anni!