TALENTO, PRESTAZIONE, CONTESTO E TANTO ALTRO: LE DIFFICOLTÀ PER CHI ARRIVA IN SERIE A

Da anni ci raccontiamo che la Serie A è un campionato decadente. I migliori se ne vanno, i grandi club italiani spendono meno dei concorrenti inglesi, gli stipendi sono più bassi e il calcio che conta, ormai, sembra giocarsi altrove. La Premier League detta il prezzo, la Champions detta le gerarchie, noi italiani ci limitiamo quasi sempre a prenderne atto.

Eppure c’è qualcosa che non torna. Se la Serie A fosse davvero quel campionato marginale che descriviamo da anni, dovrebbe bastare prendere un buon giocatore dalla Premier, dalla Bundesliga o dalla Liga, metterlo in campo e aspettarsi che faccia immediatamente la differenza. Invece non sta andando sempre così. Anzi, in questo primo scorcio di stagione sono diversi i calciatori arrivati dall’estero, anche da campionati di vertice, che stanno incontrando difficoltà, hanno bisogno di tempo o non stanno ancora restituendo sul campo quello che ci si aspettava da loro.

Non è un fenomeno che riguardi una sola squadra. Praticamente tutte le grandi della Serie A hanno pescato quest’estate in campionati competitivi: giocatori abituati a ritmi, pressioni e partite di alto livello che, una volta sbarcati in Italia, si sono trovati davanti a un calcio diverso da quello che immaginavano. Anche perché, nel frattempo, non esiste una squadra italiana che stia letteralmente maciullando la concorrenza. L’Inter di Chivu è in testa a quota 13 punti insieme a Roma e Lazio, ma ha già incassato otto gol in cinque giornate, uno score che racconta una squadra certamente competitiva ma meno ermetica di quella costruita da Simone Inzaghi negli anni migliori.

La Roma di Gasperini ha invece cominciato fortissimo e proprio un giocatore arrivato dalla Premier, Malen, è stato finora uno degli uomini più determinanti del campionato, con sei gol nelle prime quattro giornate. L’olandese è stato acquistato però nello scorso mercato di gennaio. Mettete una bandierina: ci arriveremo. Malen rischia di diventare la comoda eccezione che conferma una regola molto più complicata.

Il calcio reale non è un videogioco manageriale nel quale si trasferisce un giocatore da un campionato all’altro mantenendo intatti valori, statistiche e rendimento. Cambiano la lingua, il Paese, l’allenatore, i compagni, il sistema di gioco, gli arbitri, gli spazi, il ritmo delle partite, il modo di allenarsi, perfino il modo in cui una squadra difende e aggredisce il pallone. Insomma: contesto, complessità, parola tanto cara al nostro blog.

L’interrogativo è semplice: siamo davvero sicuri che un calciatore proveniente da un campionato di vertice, dalla Premier League in particolare, debba arrivare in Serie A e fare immediatamente il bello e il cattivo tempo?

E allora torniamo proprio a Malen. L’olandese è arrivato alla Roma a gennaio, non ad agosto. E questa non è una distinzione secondaria. A gennaio il calcio italiano, storicamente, tende a rallentare. Lo abbiamo visto anche nella scorsa Champions League, quando nei mesi invernali le squadre italiane hanno spesso mostrato difficoltà nei play-off e negli appuntamenti decisivi. Un giocatore atletico, abituato a un campionato intenso e competitivo come quello inglese, può dunque trovare condizioni particolarmente favorevoli per imporsi immediatamente. Malen, del resto, non è arrivato in punta di piedi: dopo i 14 gol segnati in 18 partite nella seconda parte della scorsa stagione, ha cominciato questa ancora meglio, con sei reti nelle prime quattro giornate. L’ex Aston Villa si sposa con il gioco di Gasp come il cacio sui maccheroni.

Ma proviamo a fare lo stesso esperimento con chi è arrivato in estate. Prendiamo Kolo Muani. Un anno e mezzo fa, quando arrivò alla Juventus dal PSG nel mercato invernale, segnò dieci gol in 22 presenze e sembrò immediatamente un giocatore perfettamente calato nella realtà italiana. Poi è tornato in Premier League, al Tottenham, e quest’estate la Juventus lo ha riacquistato definitivamente dal PSG. Il ritorno, però, non ha avuto lo stesso impatto immediato della prima esperienza. E la circostanza è interessante: stesso giocatore, stesso campionato, ma momento dell’arrivo e condizioni completamente diverse.

La stessa Juventus offre altri esempi. Woltemade è arrivato dal Newcastle in prestito dopo essere stato acquistato dagli inglesi per una cifra nell’ordine degli 80 milioni di euro. In Inghilterra non aveva certamente fallito, ma non aveva neppure confermato fino in fondo l’investimento: 11 gol in 53 presenze complessive. A Torino si è sbloccato, ma per ora soltanto dal dischetto e senza ancora dare l’impressione di essersi completamente impossessato del nuovo campionato. Sarr, arrivato anch’egli dalla Premier, dal Tottenham, è un altro caso ancora. È un giocatore abituato a quel calcio e con un curriculum internazionale importante, ma deve ancora conquistarsi stabilmente il posto da titolare. E Alajbegovic, il ragazzo che a marzo aveva messo in seria difficoltà l’Italia nella famigerata partita di Zenica contro la Bosnia, è certamente un talento interessante: proprio per questo, però, sarebbe curioso pretendere che basti attraversare il confine e indossare una maglia diversa perché tutto diventi immediatamente semplice.

Poi c’è Douglas Luiz, che in Premier League era stato titolare e protagonista con l’Aston Villa. Tornato alla Juventus dopo i sei mesi precedenti tutt’altro che esaltanti, è finito immediatamente sotto processo dopo la disastrosa prestazione contro il Sassuolo. Ma anche qui il punto non è stabilire se Douglas Luiz sia improvvisamente diventato un cattivo giocatore. Il punto è chiedersi quanto possa essere ingannevole prendere il rendimento ottenuto in un determinato sistema e considerarlo automaticamente trasferibile in un altro.

E gli esempi non finiscono a Torino.

Gonçalo Ramos, riserva di lusso nel Paris Saint-Germain, al Milan ha finora timbrato il cartellino una sola volta. Stones, altro giocatore con un curriculum enorme e abituato ai massimi livelli della Premier League, ha avuto poco spazio nell’Inter anche per alcuni problemi fisici e si è nuovamente fermato per infortunio. Ma nelle occasioni in cui è sceso in campo non ha certo dato l’impressione di essere il difensore dominante che abbiamo conosciuto in Inghilterra. Lo stesso discorso vale per Jones, altro arrivato dalla Premier, che si è reso protagonista di un errore clamoroso contro il Real Madrid in Champions League, trasformandosi suo malgrado in uno degli episodi della partita. E ancora più significativo è il caso di Badiashile. Il possente centrale francese, arrivato dal Chelsea al Napoli, ha giocato finora una manciata di minuti, ma è bastato un suo errore gravissimo di marcatura su Thuram per contribuire alla rimonta dell’Inter.

Infine c’è Molina. Titolare dell’Argentina campione del mondo 2022 e vice campione del mondo 2026, abituato dunque a giocare partite di una certa pressione e con una maglia pesantissima addosso, non sta incantando a Roma. E proprio le sue difficoltà hanno aperto spazio a un ragazzo come Lulli, che fino a pochi mesi fa sembrava destinato a lasciare definitivamente la Capitale. Tutti questi giocatori hanno qualcosa in comune: non arrivano da qualche campionato periferico. Arrivano dalla Premier League, dalla Bundesliga, dalla Liga, dal Paris Saint-Germain, dal Chelsea, dal Manchester City. Alcuni sono nazionali, altri hanno giocato finali di Champions, altri ancora sono stati pagati decine di milioni. Eppure nessuno di loro, per il solo fatto di avere giocato in un campionato più ricco o considerato più competitivo, ha ricevuto in omaggio la capacità di funzionare immediatamente in Serie A.

Naturalmente esistono anche gli esempi opposti. Ci sono giocatori arrivati dall’estero, magari con quotazioni importanti, che hanno avuto un impatto immediato: Moreira al Milan, per esempio, è uno di questi. Eccezioni di questo tipo ci ricordano, tuttavia, che non esiste una formula matematica: il rendimento dipende da una quantità di variabili che non possono essere ridotte al valore del giocatore o al prestigio del campionato dal quale proviene.

La Serie A, certo, è indietro rispetto alla Premier League sotto diversi aspetti, soprattutto per capacità economica e, in parte, per metodologie e organizzazione della preparazione atletica. Ma non è un campionato marginale: è oggi il secondo torneo europeo per investimenti sul mercato, nettamente alle spalle della Premier. E soprattutto conserva una caratteristica che spesso dimentichiamo quando la confrontiamo con gli altri grandi campionati: tatticamente è un calcio esigente.

Un giocatore può arrivare dall’Aston Villa, dal BVB o dal PSG con centinaia di partite alle spalle e trovare comunque difficoltà a capire immediatamente quando uscire in pressione, come occupare una determinata zona di campo, quando abbassarsi, come muoversi senza palla o quali automatismi pretendano l’allenatore e i compagni. Non è soltanto una questione di ritmo o di tecnica, ma soprattutto di linguaggio calcistico. Un linguaggio che deve essere appreso prima di essere parlato. Qualcuno assimila tutto in poche settimane, qualcun altro impiega mesi. Qualcuno si trova immediatamente a proprio agio, qualcun altro ha bisogno di sbagliare prima di capire.

Un contesto nuovo può esaltare o mettere in crisi un giocatore. È la vecchia, complicatissima storia della complessità. Un grande giocatore non diventa automaticamente un grande giocatore in qualsiasi squadra soltanto perché lo è stato da qualche altra parte. Ed è proprio qui che comincia la parte più interessante del discorso: forse non è la Serie A a essere troppo facile. Probabilmente è il calcio, semplicemente, molto più complicato e complesso di quanto ci piaccia raccontare.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

2 risposte

  1. Diverse osservazioni :
    -1) i giocatori arrivati dall’estero di cui Lei parla, sono giocatori della classe medio-bassa, che avevano già quasi tutti delle difficoltà nei loro rispettivi campionati di provenienza (diversi non erano titolari o prime scelte, mentre altri avevano comunque già molto deluso; da Kolo Muani che non segnava da 2 anni, a Badiashile che non giocava mai al Chelsea, passando per Woltemade che non segnava neanche con le mani), la lista è lunghissima… e quindi non puo assolutamente essere una sorpresa il fatto che non rendano in Italia, anzi, il contrario sarebbe stato una sorpresa. Per me la sorpresa è il rendimento di Malen, non il mancato rendimento degli altri citati. E questo mi porta al punto 2.
    -2) l’esterofilia tipicamente italiana : quanti titoloni di giornali e quanti soldi spesi per i vari Kolo Muani, Woltemade, Ramos, Emerson Royal, Alajbegovic ecc… ??? La lista è lunghissima. Questi in Italia vengono quasi presentati come dei fuoriclasse, o almeno come dei fattori che cambieranno le sorti della squadra che li acquista.
    – 3) Viene da chiedersi se i club italiani hanno veramente degli osservatori che seguono i campionati esteri ?? E sopratutto COME scelgono i calciatori ? Quali sono i loro criteri ??
    – 4) Rigidità di certi sistemi tattici italiani/ Al di là dei bidoni di mercato, ci sono anche calciatori non rendono per una semplice incompatibiltà ideologica : un giocatore come De Bryune non puo giocare né per Conte, né per Allegri, né per qualsiasi allenatore che predilige il 352. Ma questo vale anche per i giocatori italiani : negli ultimi dieci anni tanti esterni offensivi o 10 tecnici e promettenti delle varie nazionali under italiane non hanno mai trovato spazio in serie A per colpa dell’onnipresenza di sistemi tattici rigidi a base di 352.

    1. Ti rispondo anche io con ordine 🙂

      1. Non erano fuoriclasse, né potenziali campioni, almeno a mio modesto parere. Erano però giocatori particolarmente spinti da stampa e addetti ai lavori. Douglas Luiz, per esempio, era titolare all’Aston Villa, pur senza aver mai dato l’impressione di essere un top player. Sugli altri, invece, le osservazioni sono ineccepibili.
      2. La pensiamo allo stesso modo. Credo che tra Serie A e Serie B ci siano giocatori che, una volta entrati a regime, non abbiano nulla da invidiare a quelli citati. Malen, però, merita un discorso a parte: è un altro giocatore rispetto a quello visto con le maglie di Borussia Dortmund e Aston Villa.
      3. Il calcio è ormai largamente in mano a procuratori e intermediari. Per ogni Kvaratskhelia che arriva in Italia, probabilmente il miglior talento sbarcato nel nostro campionato negli ultimi anni, ce ne sono almeno cinque discreti e trenta o quaranta che si rivelano dei flop.
      4. Sì, l’ho accennato anch’io nel pezzo. Non limiterei però il problema al solo 3-5-2. De Bruyne, in questo senso, è un esempio abbastanza lampante.

      P.S. Mi piace pensare di stare parlando con il vero Giaccherinho.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *