IL PUNTO SULLA SERIE A – MILAN: FIDUCIA AD AMORIM

Scrivere della propria squadra del cuore è uno dei compiti più complessi, richiede distacco e analisi lucida, mentre il tifo è fatto di pancia, passione e talvolta irrazionalità. Quando questi pianeti si scontrano, la ricerca dell’obiettività diventa una vera e propria sfida acrobatica.

Questo cortocircuito diventa in un attimo il nemico dell’obiettività: perché è così difficile? Perché è un gioco di equilibri tra l’ottimismo e il catastrofismo, Il tifoso tende a giustificare gli errori della propria squadra (“l’arbitro ha condizionato la gara”, “siamo stati sfortunati”, “c’era un rigore per noi”) o, al contrario, a drammatizzarli oltre misura dopo una sconfitta o una prestazione non brillante, scagliandosi contro l’allenatore (manca il gioco, non c’è identità) o la società (mercato insufficiente o dirigenti che latitano); perdendo così alla fine quella lucidità necessaria per valutare la situazione reale. Non essendo né uno giornalista né uno scrittore ma un semplice tifoso, mi sono reso conto con il tempo che scrivere del nostro Milan, pur nella sua complessità, è un atto d’amore incondizionato, talune volte tormentato, ma un’emozione unica che si rinnova ogni volta che mi appresto a farlo. È come dondolarsi sull’altalena del Diavolo: in un attimo tocchi il cielo, con il riflesso dorato di sette Champions League, un secondo dopo precipiti nel vuoto, col cuore in gola, travolto ad esempio dalle delusioni delle stagioni appena passate. Narrare il Milan prima di tutto significa fare i conti con la storia immensa di un Club con una tifoseria abituata al DNA dell’eccellenza. Ecco i nodi più intricati che da tifoso rossonero (solo oggi distaccato) cercherò di sciogliere.

1. Il fantasma del passato.

Il primo grande ostacolo all’obiettività è la nostalgia. Chi ha vissuto l’epopea di Sacchi, Capello o Ancelotti tende inconsciamente a paragonare ogni nuovo ciclo a quegli standard irraggiungibili. Giudicare l’attuale Milan con gli occhi di chi rimpiange il passato porta a una perenne insoddisfazione, trasformando persino ogni pareggio in un dramma e oscurando i reali progressi del gruppo attuale. Come il pretendere che ogni sessione di mercato replichi i fasti degli anni ’80 – ’90 o dei primi anni duemila. Impossibile e improponibile in questo momento storico del calcio italiano.

2. Dall’esaltazione alla tempesta e ritorno.

Il termometro del tifo attorno al Milan passa spesso da un estremo all’altro in poco tempo. Ne è un esempio perfetto l’inizio di questa stagione: l’incoraggiante avvio con la vittoria esterna con il Torino seguita dalla vittoria casalinga con il Venezia, sono state ben presto soppiantate da pesanti critiche (talvolta giuste, altre volte eccessivamente feroci) dopo la scialba prestazione di Torino con la Juventus, il rocambolesco pareggio contro la Lazio a Roma e, soprattutto, il brutto stop in Europa League contro il Benfica. La squadra guidata da Rúben Amorim ha risposto con un convincente 3-0 contro il Lecce nell’ultima partita di campionato, trascinata da un gol meraviglioso di Christian Pulisc. Una continua ricerca del famoso equilibrio, cercando immediatamente di archiviare, se possibile, l’adrenalina di ogni singolo match. L’ultima vittoria sul Lecce ha mostrato sprazzi di buon calcio, specialmente nella ripresa, ma, un’analisi obiettiva deve saper valutare la continuità delle prestazioni sul lungo periodo, cercando di isolare i reali problemi strutturali dai semplici passaggi a vuoto.

3. Gli uomini chiave e il mercato.

Un altro punto riguarda la valutazione per i singoli interpreti. È facilissimo farsi condizionare dal blasone dei leader in campo (come l’esperienza e la genialità di Luka Modrić, l’impatto di Adrien Rabiot a centrocampo, il talento puro di Christian Pulisic, l’affidabilità di Mike Maignan) o, al contrario, trattare gli stessi Luka Modric e Pulisic come ingombri fatiscenti. L’obiettività impone di guardare esclusivamente il rettangolo verde: se un pilastro della squadra gioca una partita insufficiente, va scritto o detto, ma non deve essere condannato definitivamente e trattato senza rispetto, soprattutto coloro che hanno salvato spesso la baracca sudando ad ogni partita o chi è rimasto con la nostra maglia anche dopo una stagione fallimentare, toccandoci il cuore.

Raccontare il mercato senza farsi accecare dal tifo significa fare un ulteriore esercizio non semplice: smettere di piangere la partenza dei vecchi idoli (Leao adesso, Theo Hernandez l’anno passato) provando invece a giudicare e valutare se i profili inseriti abbiano effettivamente reso la nostra rosa più funzionale, solida e futuribile: come il talento ancora acerbo ma dal potenziale infinito di Cisse, la solidità di Gila, l’esplosività incontenibile dei Diego Moreira, le indubbie qualità di Goncalo Ramos, centravanti tutto ancora da scoprire ed inserire nel gioco di Amorim, fino ai giovani Sankhoun Diawara e Camarda. Ma anche sottolineare che tutti ci aspettavamo un finale di sessione estiva con almeno 2/3 innesti di valore, in difesa, sulla trequarti ed in attacco.

Il nostro nuovo tecnico Rúben Amorim come sistema base adotta l’ 1-3-4-2-1 (che in alcune fasi della partita può diventare 1-3-4-3), un modulo rigido nei principi ma fluido nello sviluppo. Tre centrali difensivi (Pavlovic, De Winter, Gila). Il centrale in mezzo guida la retroguardia (oggi De Winter), mentre i due “braccetti” laterali devono accorciare partecipando (principalmente Pavlovic) alla costruzione della manovra. Due quinti (esterni) di centrocampo (Bartesaghi, Estupinian, Saelemaekers, Moreira)a tutta fascia ma asimmetrici, uno più bloccato e uno più offensivo, con il compito di garantire ampiezza in fase di attacco ma anche garantire presenza nella fase difensiva per formare una linea a cinque. Due mediani, uno dei due che si abbassa per ricevere palla e fare da raccordo dando equilibrio geometrico e costruzione (Modric Jashari) mentre l’altro (Rabiot, Musah), più dinamico, con libertà di sganciarsi in avanti arrivando anche al tiro, ma fondamentale anche nella fase di non possesso in quanto primo deputato a rompere la linea ed andare a pressare alto la mediana avversaria.

I due mediani nel gioco di Amorim hanno un ruolo determinante e spesso sfiancante sia nella fase di possesso che non, oltre a fungere da pivot devono coprire in ampiezza con scalate laterali i quinti (esterni) proiettati in fase offensiva, chiudere le linee di passaggio e tamponare le uscite in avanti dei “braccetti”. I due trequartisti offensivi (Pulisic, Cisse, Hutchinson) galleggiano tra le linee agendo stretti alle spalle dell’unica punta (Ramos, Camarda). Amorim ha dato come indicazione principale il comando del gioco, attraverso una fase di possesso propositiva con molti uomini nella metà campo avversaria. Creare dal basso invitando gli avversari ad avanzare allungandosi, una volta superata la prima pressione, la nostra mediana dovrebbe cercare rapidamente la verticalità sfruttando i trequartisti tra le linee o l’uno contro uno degli esterni sulle fasce. Ed è proprio dalla zona offensiva che inizia la nostra fase di non possesso e difesa. Il tecnico predilige un pressing ultra-offensivo dei suoi uomini avanzati, orientato al recupero immediato del pallone nella metà campo avversaria: qualora la riaggressione non abbia esito positivo, la squadra si ricompatta rapidamente in un blocco stretto a cinque (come anticipato prima), disponendosi a seconda delle situazioni con un 5-4-1 o 5-2-3.

A Ruben Amorim il compito difficile, quanto affascinante, di assemblare il tutto prima possibile. L’obiettivo è raggiungere quel momento magico e meraviglioso in cui la squadra smette di essere un insieme di individui trasformandosi in un’unica entità.

Diamo fiducia, sosteniamo Amorim e crediamo nel Milan!

BIO: Stefano Salerno nato a Livorno classe 1963, vivo a Firenze dal 1997  lavoro nel campo delle Telecomunicazioni, sono milanista dalla nascita appassionato di calcio inglese dai primissimi anni 70  e sostenitore della squadra dei 3 Leoni .   

14 risposte

  1. Da spettatore neutrale : il Milan attuale non ha nessun fascino e diventa quindi difficile seguirlo. E non è neanché una semplice questione di livello dei giocatori rispetto al passato, ma di cio che il club trasmette/ o piuttosto non trasmette più da tempo : senso di appartenenza, identità milanista, idee di sviluppo chiare, idee di gioco chiare… Il Milan di Berlusconi, al di là del livello dei singoli calciatori, rappresentava anche un modo di stare dentro e fuori dal campo. Era un vero Club con la C maiuscola, che aveva una ossatura italiana e sapeva anche formare i propri calciatori. Il Milan attuale sembra solo un assemblaggio di 11 stranieri presi uno ad uno un po’ a caso secondo le opportunità di mercato (come Rabiot per esempio), senza seguire una vera strategia di sviluppo. Per gli standard del campionato attuale, la rosa non è scarsa, ma sembra solo il frutto di un susseguirsi di occasioni di mercato degli ultimi 4 anni, senza linee guida. Forse Amorim riuscirà a dare un’ anima ??

    1. Sono in parte d’accordo per quanto riguarda le scelte dei giocatori e senso di poca appartenenza della proprietà . Ma come scritto nell’articolo è inutile continuare nell’errore di rincorrere il passato .. perché il calcio è cambiato radicalmente e non solo quello italiano.. ci sono i fondi, le proprietà straniere, non è più possibile replicare il periodo Berlusconi (punto uno articolo)perché e’ cambiato il mondo economico intorno al calcio e non ci sono ne imprenditori ne gruppi italiani che hanno intenzione di investire , gli stranieri gli hanno tutti… così come le proprietà …. non solo il Milan ( vedi Como che è l’espressione di massima ascesa, grande organizzazione e competenza ma accusati di essere una squadra piena di giocatori stranieri senza identità italiana, Inter la squadra più forte, Roma, Fiorentina Bologna ). Aspettiamo a giudicare l’assemblaggio di stranieri…. Amorim e qua da due mesi diamo il tempo. un saluto

      1. A me sembra troppo comodo e molto semplicistico pensare : “gli stranieri li hanno tutti ormai quindi vabè anche noi abbiamo la nostra squadra di 11 stranieri ed è tutto normale”.
        Quando invece si guardano gli esempi vincenti in Europa, si puo osservare che : il Bayern ha sempre mantenuto una buona ossatura di giocatori tedeschi/o cresciuti nel club, il Barcellona ha sempre mantenuto una maggioranza di calciatori cresciuti nella masia ; il Real Madrid nonostante compri sempre tanti stranieri fortissimi, mantiene come minimo sempre 2 spagnoli in campo più altri che entrano dalla panchina, più diversi giovani lanciati ogni stagione ; il PSG ha vinto in Champions proprio quando ha smesso la sua politica incentrata sull’uso esclusivo di stranieri, ed ha composto un nucleo di giovani calciatori cresciuti a Parigi e d’intorni. Anche i principali club inglesi (che 15 anni fà erano un po’ derisi dagli italiani perché senza inglesi) hanno cambiato un po’ di cose negli ultimi tempi. Adesso formano e lanciano in prima squadra qualche giovane inglese ogni anno. Forse sarà stato l’effetto Guardiola sulla Premier League. In generale, la mia impressione è che l’Italia calcistica si sia “stranierizzata” proprio quando altre realtà europee hanno capito l’importanza di mantenere/o ricomporre un nucleo di giocatori cresciuti nel proprio club o almeno nel proprio paese.

          1. Ma non fare il permaloso… ho solo cercato di argomentare portando degli esempi precisi. Lei può benissimo giudicare il mio pensiero. Se non si può scambiare delle opinioni, ma solo fare dei complimenti allora i commenti hanno poco senso.
            Complimenti per il blog e per i tanti articoli. Quando ho un’ opinione un pò diversa lo dico ogni tanto. D’altronde si chiama “la complessità del calcio” o no?

  2. L’incipit è forse il manifesto più bello che avresti potuto scrivere, carissimo Stefano!
    Il cuore è difficile da tenere a bada, ma la tua analisi rispecchia alla perfezione la situazione attuale del nostro Milan, che galleggia tra la gloria perduta e la voglia di riscatto. Poi ci dimentichiamo, talvolta, che in questi anni qualcosa di buono l’abbiamo fatta (scudetti 2022, semifinale di Champions e Supercoppa italiana) ma ci siamo abituati fin bene. L’analisi tattica è precisa, chissà se Amorim darà seguito alle parole e talvolta giocherà a quattro. Mai, più di quest’anno, dobbiamo vivere alla giornata, non fare pericolosi proclami, perché la caduta dello scorso anno ha avuto del tragicomico. Mi auguro che Ramos, che a me piace, possa segnare come sta facendo in Nazionale. I suoi gol ci servono.

    Tra una settimana si riprende con una trasferta mai facile.

    Forza Milan

    Vincenzo ♥️🖤

    1. Grazie Vincenzo ho cercato di analizzare il momento attuale senza incorrere nell’errore di guardare indietro ( Berlusconi Capello Sacchi etc)… troppo facile e comodo.. il calcio italiano è cambiato così come la sua economia, adesso ci sono i fondi e le proprietà straniere, ma soprattutto manca investire nei settori giovanili. Diamo fiducia ad Amorim sono appena due mesi e tanto lavoro da fare

  3. Bravo.
    Condivido la prospettiva.
    Personalmente non mi aspetto un ritorno ai fasti del primo Berlusconi ma sono ottimista: vedo una società che ha fatto certamente diversi errori, per me principalmente di postura e comunicazione, ma che ha un obiettivo di crescita.

  4. Caro Stefano, come sai ho quasi 66 anni e ho vissuto da tifoso sfegatato del nostro Milan ormai 60 anni di calcio e tutte le fasi storiche. Dal mitico Paron e il divino Gianni al barone e la stella, gli anni bui della B due volte con il nostro capitano immortale Franco (ero tra i 60000 innamorati a Milan-Cavese in B) poi la rinascita e l’epopea di Berlusconi, le Champions e i palloni d’oro….ma tutti questi anni sono stati accumunati oltre che da campioni da uomini veri forti o meno che siano ma che davano tutto in campo per amore della maglia (lo stesso amore che riempiva San Siro in serie B). In questa proprietà non mi ritrovo più. Ha azzerato milanista e identità senza avere in dirigenza gente di calcio. In ogni caso il cuore soffre ma il Milan e la maglia restano sempre. Per quel che riguarda la squadra purtroppo è stato fatto un mercato monco. Impossibile schierare uno come Estupinan (dopo aver visto sull’altro lato Emerson Royal…) manca un esterno sinistro , un centrocampista forte oltre a Modric e Rabiot e soprattutto impensabile davanti avere il solo Ramos e come sostituto Camarda che non é pronto per la A e sta buttando due anni (il Lecce è stata scelta scellerata, doveva fare un anno in B in una squadra di vertice, il Monza dello scorso anno andava benissimo o il Venezia… vedi Pio Esposito allo Spezia) . L’altra squadra di Milano ha 4 centravanti ahimè…
    Ho visto Cisse l’anno scorso in B al Catanzaro finché non si esatto male e é un gran bel giocatore (Liberali era la sua riserva).
    In tutto questo Amorim deve trovare presto una quadra e un 11 stabile.
    In ogni caso sempre forza vecchio cuore rossonero 🤎🖤

    1. Caro Maurizio grazie nel tuo intervento tanto milanismo e tanto buon senso.. sono d’accordo anche io sul mercato incompleto e lo sono anche per la l società troppo distante Come sappiamo i club sono diventate aziende e come tali vengono trattate. Sarebbe opportuno che magari affidassero i ruoli operativi a chi conosce il calcio ed ha esperienza. Il calcio non è semplice sotto ogni aspetto e alcune valutazioni dovevano essere fatte in maniera attenta ( Camarda). La speranza è che la squadra cresca sotto Amorim e diventi un blocco unito conscio dei propri mezzi oltre le normali difficoltà che inevitabilmente troveremo

  5. Bell’articolo Stefano, e ottimo spunto di riflessione. Io credo che ogni tifoso alla fine poi rispecchia la persona che è, e questo non basta neanche perché basta allo stesso tempo bisognerebbe avere anche un minimo di competenza in materia per evitare di trovarsi proiettati in uno dei due poli che si trovano uno all’estremo dell’altro che tu hai citato. Essere tifoso del Milan poi è ancora più difficile perché il nostro DNA è fatto di vittorie, bel gioco e prestigio, ma anche di periodi bui. La base di partenza, secondo me, sta nell’individuare la “buona fede” della dirigenza e delle persone che decidono di assumersi l’onere e l’onore di occuparsi del Milan. Se manca questo presupposto, se la dirigenza non programma e non mira ad ottenere risultati, ma antepone i propri interessi a quelli della squadra e della gente checla tifa,, anche fare il giocatore diventa molto più difficile. Una volta appurate le buone intenzioni della società il tifoso dovrebbe pensare solo a sostenere la squadra e i giocatori, favorendone la crescita ,mettendoli nelle condizioni di giocare in serenità, e nei periodi di transizione o di difficoltà non dovrebbe mai lanciarsi in critiche offensive nei confronti dei singoli. A migliorare i giocatori ci pensa un buon allenatore,negli spogliatoi e in allenamento. Questo purtroppo non succede quasi mai, e a mio avviso è un grosso freno. Spesso il tifo sfrenato diventa un limite, così come è uno sprone incredibile(il cosiddetto uomo in più) in altri momenti. Io spesso mi metto a leggere i commenti sui post delle pagine rossonere, e difficilmente leggo commenti costruttivi e mi auguro che i giocatori non facciano l’errore di leggerli. Il mestiere del tifoso è difficile e rischioso, spesso si rischia di non fare il bene della squadra amata. In ogni tifoseria si trova gente che inconsapevolmente rema contro, non a caso un buon ambiente societario isola e protegge il più possibile i giocatori dai rumori della tifoseria, anche se nell’era dei social questo diventa quasi impossibile. FORZA MILAN.

    1. Grazie Gianluca per la bella analisi che condivido, l’equilibrio in questo momento e’ fondamentale per non farsi travolgere dall’istinto del tifoso,

  6. Ottimo articolo! Hai perfettamente inquadrato i sentimenti alterni di noi tifosi. Non sempre condividiamo il mercato ma poi finiamo a sostenere la squadra ad ogni fuschio di inizio. Per l’allenatore, occorre dargli tempo. Certo che qualche progresso di partita in partita lo deve pur far vedere. Spero che sia elastico nella scelta del modulo, da adattare alle qualità ðei ragazzi.
    Grazie Stefano.
    Forza Milan

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