È motivo di intima soddisfazione l’uscita del mio nuovo libro.
In un momento particolare della mia vita è stato come un compagno di viaggio, un rifugio dove ritrovare me stesso.
Mi ha arricchito, l’ho scritto con passione .
La genesi è quella del desiderio di conoscenza, quella dotta ignoranza che parte dal motto che è inciso nel tempio di Apollo a Delfi…so di non sapere nulla.
Sempre curioso e assetato di conoscere e soprattutto di ricercare nuove dimensioni, nuovi orizzonti, nuovi significati a volte in direzione contraria e non allineata al pensiero comune. Sono partito dal luogo che ho più frequentato: quello di un campo di calcio.
In passato mi piaceva molto leggere di tecnica, di tattica, poi il focus è caduto negli ultimi anni su materie diverse che hanno allargato i miei orizzonti. Filosofia, psicologia per poi approdare a tante letture sulla spiritualità.
Ultimamente, in un periodo difficile e travagliato della mia vita, ho spostato questa ricerca su me stesso. Conoscere se stessi nella profondità più intima presuppone un metodo e un motivo valido per farlo. Nel mio caso ho capito che dalle crisi e dalle sofferenze a volte nascono delle opportunità da cogliere, a patto che si guardi avanti e non si rimanga incollati al vittimismo e al negativo.
I Mistici sufi dicono che solo nel buio più fitto puoi riveder le luci nel cielo, proprio perché quando vedi l’abisso poi lo stesso finisce per scrutarti nella tua intimità. Questo mi è successo.
Così in questa lenta rinascita come un vaso del kintsugi che valorizza con lacche dorate le ferite ho provato a rimettermi in moto . Ho capito che il seme della vita è traboccante e vuole la luce. Questa è stata la molla ispiratrice al completamento del mio secondo libro .
La traiettoria è sempre quella del primo, pubblicato ormai dieci anni fa: “La vera anima dell’allenatore” (2016). Si evidenzia e argomenta il lato forse meno indagato del calcio…quella parte non visibile all’occhio umano che, come diceva il principe di Saint Exupéry ne “Il Piccolo Principe” è la più essenziale.
Mi considero un allenatore del sottosuolo calcistico, quelle badlands, terre di mezzo, a volte di nessuno dove però puoi essere una persona compiuta anche senza avere successo. Il viaggio intrapreso è quello nelle pieghe dell’invisibile, del misterioso che il nostro lavoro quotidianamente offre. Una infinità di segnali, percezioni, meditazioni, visioni da cogliere. Una parte difficile da indagare perché non quantificabile con strumentazioni scientifiche.
C’è nella vita qualcosa di indicibile e ineffabile, direi di mistico. Così ho tentato di decifrarlo e interpretarlo con studi e esperienze…il tentativo è stato quello di cercare di coniugare in una unica visione questo sommerso con la realtà. Come una trasgressione alle visioni ristrette imperanti. Perché, in un mondo pervaso da numeri parlare oggi di energie, vibrazioni e le sensazioni che si provano diventa fuori tempo. Io credo invece che tutto sia connaturato alla vita. La Ricerca di spiritualità non è in contraddizione con la parte razionale della prestazione o dell’impegno sportivo ma parte integrante.
Ecco perché la metafisica concreta è un qualcosa che va oltre, che a volte sconfina anche nell’ultraterreno e nel soprannaturale e serve, secondo me, a dare un po’ di cielo in terra riconducendolo alla praticità del nostro lavoro. Affinchè non rimanga un lavoro astratto e fine a sè stesso.
Faccio un esempio. Un allenatore importante ha dichiarato che i sogni non vanno soffocati. Io aggiungo che possono essere fonte di speranza per raggiungere l’impossibile che una squadra si pone come obiettivo.
Le upanishad, antichi scritti indiani sottolineavano, già a quel tempo, la forza mentale del potere di diventare cio che pensiamo. Perché come dicono gli africani se si sogna da soli è solo un sogno ma se si sogna insieme comincia la realtà. Nel libro ho cercato di indagare i meccanismi che portano, per esempio, le forze interiori, a volte sconosciute anche a noi stessi, ad andare oltre le nostre possibilità.
Io vedo la spiritualità in tutto. Credo che l’uomo più che essere un uomo terreno che può fare un esperienza spirituale sia invece, il contrario, un uomo spirituale che sta facendo un esperienza terrena. Quante volte un allenatore capisce già prima della partita come andrà a finire perché nell aria e poi su sè stesso percepisce dei segnali, delle vibrazioni. Imparare a sentirle e non ignorarle è un arricchimento decisivo nel bagaglio di un allenatore. Perché a volte le soluzioni ci arrivano dall’alto non si sa come. Carpirle è come capire il nostro inconscio, un alleato che si rivela utile..
Questo però significa studio, riflessione, scavare dentro se stessi per trovare prima di tutto la nostra inclinazione, il daimon, la ghianda, ciò che ci fa felici al di là delle cose materiali. Perché più si scava più, a volte, zampillano l’acqua della vita e l’energia.
Più di va in profondità più c’è la possibilità di prendere i grandi pesci. Anche trovare il genius loci come dicevamo i latini cioè quelli luoghi ispiratori che ti fanno respirare, che ti fanno stare bene, che hanno il soffio dell’ anima.
Per esempio: è misurabile l’energia che emana lo spogliatoio di una squadra? No, perchè in quel santuario totemico ê pieno di vita vissuta, perché sacralità e ritualità non si quantificano. L’energia positiva se c’è non solo si addiziona ma si moltiplica e può diventare dirompente, puoi abbattere qualsiasi ostacolo e puoi vincere con chiunque.
Allo stesso tempo però l’energia negativa può farti finire in un buco nero che risucchia e ostacola le forze. Dipende sempre con cosa nutriamo il nostro gruppo. Che aria portiamo nello spogliatoio. Il respiro sincrono e armonico può essere una sinfonia che risalta ogni nota.
Se portiamo invece ansia e preoccupazione ,stiamo alimentando la paura e i blocchi espressivi. Mi ricordo i libri di Phil Jackson un grande allenatore direi, positivamente, trasgressivo. I suoi esperimenti di meditazione, respirazione. Anche ai grandi campioni è stato qualcosa che andava oltre i soliti luoghi comuni. Una spiritualità che lo ha reso vincente non solo per i titoli conquistati ma per avere rotto un muro di pregiudizi alla ricerca di un’utopia che poi si è rivelata come una verità prematura.
Troppe volte invece ormai il tempio dello spogliatoio è profanato e violato dalla telecamere che ne fanno uso di esibizionismo e commercializzazione. Diversi allenatori, anche importanti, sono caduti in questa trappola. Un vero allenatore deve sapersi anche ritrarre dalle luce dei riflettori ma questo avviene solo se è capace di spegnere il proprio ego.
È misurabile l’empatia che ha un allenatore verso la squadra? No, ma ci si può lavorare, partendo dal mettere in dubbio le nostre certezze per poi costruire un proprio credo solido, in grado di reggere le pressioni a cui veniamo sottoposti. Sarebbe utile quindi dedicare a sè stessi tanto tempo per costruire uno stile e una filosofia unica, tanto quanto quello che spendiamo per studiare gli altri fattori della prestazione dal punto di vista fisico-atletico e tecnico-tattico.
Ritengo che un allenatore debba essere un leader di scienze globali. La base è il rapporto umano senza di quella l’allenatore.non potrà essere mai un maestro. Ci sono tanti seduttori e pochi maestri. Il maestro ci rilancia, ci apre , il seduttore ci dà un godimento immediato ma effimero ma poi si chiude e ti chiude e ti lascia arido. L’uomo non vive di solo pane ma di spirito, di valori, di virtù. Tutte parole ormai desuete in un mondo che si occupa soprattutto di efficienza e produttività.
Partendo da queste premesse ho raccontato per esempio una verosimile partita di un allenatore zen che nel momento difficile non perde la bussola e con mente lucida e pulita compie le scelte giuste senza farsi condizionare dall ambiente ostile. Capire che il vero nemico, a volte, siamo proprio noi stessi, per come interpretiamo ciò che succede. Ecco perchè mi piace la filosofia zen in cui il presupposto per ricevere una pienezza è svuotare la nostra mente.
Ho raccontato anche l importanza del fallimento. La capacità di rialzarsi ed analizzare quanto accaduto. A volte un esonero è come una sorte di vaccino. A volte invece bruciare le tappe può rivelarsi un boomerang. Non si può per esempio cantare Mozart all’inizio della carriera. Ci vuole la via lunga, occorre costruire delle basi solide e radici profonde. A questo proposito mi piace molto la raffigurazione biblica dell’albero rovesciato con le radici verso il cielo in cerca di qualcosa di spirituale che ci dia linfa ed ispirazione da portare sul terreno.
Per questo un educatore, un allenatore può diventare il detonatore per fare esplodere le virtù e le qualità del singolo. L’arte maieutica di Socrate: fare sviluppare ed esprimere pienamente le doti dell’allievo per poi in un disegno di squadra metterle in comunione. Il lavoro di squadra può diventare come un pane da condividere. Pane e spirito appunto, in una credenza e una visione di squadra possono incontrare il trascendente e un gesto orizzontale come quello di dividere il pane e e il lavoro di squadra i diventa spirituale, verticale e innalza il livello.
Racconto nel libro come un allenatore sia un armonizzatore delle differenze. Ogni giocatore è un essere umano che va trattato diversamente, non una vite storta da raddrizzare ma da valorizzare. L’allenatore è anche un incisore: così come con la foglia di sicomoro che deve essere incisa a tempo dovuto per farle uscire un succo che poi le permetterà di fare tanti buoni frutti in un secondo momento.
Ecco perché abbiamo bisogno di una guida, di un punto di riferimento giusto che indichi una direzione. Tutto questo richiede tempo, in termini di ricerca, studio, profondità di pensiero, tutto in direzione opposta alla dittatura dell’urgenza che oggi vige nella nostra società dove si vuole tutto e subito.
Trovare la sorgente di energia è fondamentale per essere sempre pronti a trasferire il nostro sapere ai nostri allievi, dargli una stella polare che potrà seguire in futuro anche quando inevitabilmente li lasceremo nel mare della vita. Insegnare la responsabilità di saper cavarsela autonomamente perché essere iperprotettivi è un errore dei genitori che, troppe volte, trasferiscono i loro desideri sui figli. I daimon dei genitori e dei figli non coincidono.
Questo travaso di energia nella mente e poi nel cuore dei nostri giocatori è un arte che non cade dall alto, richiede impegno, metodo, studio e sopratutto esperienze. Dovrà essere fatto col fuoco della passione, nel senso di accendere una fiaccola e non di non riempire un vaso.
Noi tutti abbiamo coppe che possono raccogliere energie inimmaginabili. Ma dobbiamo capire da dove attingere, trovare la sorgente. Perchè se crediamo che basti la razionalità e il concreto o solo noi stessi, non riusciremo mai a cogliere la fonte divina, l’unica, inesauribile, si può trovare ma bisogna incamminarsi in un percorso di lotta e inquietudine non solo di contemplazione ma di azione. Occorre alzare lo sguardo nella direzione giusta perché peccare significa sbagliare bersaglio. Oggi si inseguono oggetti, idoli che non possono mai appagare,anzi, creano una mancanza che poi diventa dipendenza e ci allontanano dalla nostra fantasia, della nostra creatività e dai nostri sogni.
L’ unica cosa che veramente appaga un allenatore è quando semina e con cura accompagna, gli esseri speciali, i nostri giocatori, per dirla alla Franco Battiato, all’essenza delle cose. Cosi il nostro allievo, la nostra squadra possono ricevere dall’allenatore una fiducia speciale che lo rende a sua volta fontana inesauribile di fluido positivo. Il vero scopo della vita, la nostra missione, è proprio questa: nutrire la praticità del campo con le nostre idee e la nostra spiritualità.
Cielo e terra insieme. Per fare questo bisogna tornare, come scrisse Dante nel capolavoro della Divina Commedia dopo essere passato per l’ inferno: “ E uscimmo a riveder le stelle”.
Buona lettura
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BIO: STEFANO SANDERRA
Nato a Roma nel 1967. Laureato in Scienze Motorie e in possesso del patentino master UEFA pro.
Autore del libro La vera anima dell’allenatore.
Ha iniziato la sua lunga carriera da giovanissimo, vincendo uno scudetto nazionale Juniores con il Ferentino. Nella sua ormai trentennale carriera ha collezionato numerose esperienze in Serie C e Serie D, conquistando diversi campionati e coppe. Tra i risultati più prestigiosi spiccano i due campionati vinti con il Latina, che gli hanno valso l’appellativo di “Mister Leggenda”.
Ha allenato anche squadre Primavera di Serie A.
Ha maturato inoltre un’esperienza all’estero di quattro anni a Malta, vincendo uno scudetto e ricevendo per due volte il premio come miglior allenatore della stagione.











4 risposte
la mia luce calcistica,, il tempio su cui vado a rifugiarmi quando piango e rido….mister sanderra è tutto ciò di cui il calcio e l’educazione sportiva ha bisogno.
Sei un “grande”. In te regna l’umiltà, la virtù principale da cui scaturiscono tutte le tue qualità. Stammi bene
Grazie Ste..un viaggio nel calcio e nn solo, che mi ha permesso di conoscere prospettive, del tutto sconosciute! Visioni sorprendenti e inaspettate, direi! Consiglio vivamente di leggerlo 😌
Grande Stefano, ti conosco dai tempi del Ferentino. Sei sempre stato di una umiltà stratosferica nonostante le tue grandi “VITTORIE”.
Il tuo cammino nonostante tutto impervio… ti fa essere la persona che sei.
Ad Maiora Semper
Un abbraccio Michele