MILAN E JUVE, A VOI L’EUROPA: MA NON CHIAMATELA COPPA UEFA! – 1^ PARTE

Nel glorioso periodo storico antecedente all’assurda cancellazione della Coppa delle Coppe e all’allargamento della Champions League alle squadre piazzatesi ai vertici dei campionati principali (eventi che mutarono per sempre la storia dello scenario calcistico europeo, determinando effettivamente l’esistenza di un’Europa di Serie A ed una di Serie B, con la sola riformata Champions a recitare un ruolo da protagonista e ad essere agognata dalle società più blasonate del continente nel proprio palmares), la Coppa UEFA era, a tutti gli effetti, “quantitativamente” la più qualitativa fra le competizioni internazionali e, sostanzialmente, la vera antenata dell’attuale Champions League.

Accoglieva, infatti, le squadre classificatesi dal secondo al quinto posto dei maggiori tornei nazionali (o comunque facenti parte dei movimenti dal ranking più elevato): era dunque la sola vincitrice dei singoli campionati a classificarsi per la vecchia Coppa dei Campioni (un’esclusività che si basava sul diritto democratico di accedere al potenziale titolo di campione d’Europa solo dopo essersi laureati campioni dei propri Paesi), che, così, vedeva iscritte, quali candidate al trono continentale, un numero minore di formazioni blasonate che confluivano, per l’appunto, in Coppa UEFA.

Un disequilibrio di forze che faceva della UEFA la coppа qualitativamente più ricca, anche se, sostanzialmente, l’ultima per “importanza burocratica”, poiché annoverava formazioni che non erano ivi qualificate per aver vinto qualcosa, come accadeva invece per la Coppa delle Coppe, ritenuta nella scala gerarchica il secondo torneo continentale (con la squadra vincitrice che acquisiva infatti il diritto di contendere la Supercoppa Europea ai campioni d’Europa).

Bisogna dunque non commettere l’errore di equiparare i trionfi ottenuti nel nuovo millennio con i successi appartenenti alle edizioni che hanno preceduto la discutibile riformulazione dell’organigramma dei tornei continentali (fino all’introduzione della Conference League), or dunque evidentemente decisamente più prestigiosi; creare un dislivello emozionale e tecnico tale da disconoscere la difficoltà, la grandezza e la bellezza di un trionfo in Coppa delle Coppe o in Coppa UEFA, ha rappresentato l’anticamera della predisposizione mentale alla costituzione concettuale di un torneo elitario che condensasse i desideri degli appassionati non educati all’intima conoscenza della storia delle competizioni internazionali.

Doverosamente perpetrato e diffuso questo inciso, Milan e Juventus si apprestano ad affrontare la seconda manifestazione continentale pienamente consapevoli della responsabilità che la storia e il blasone attribuiscono a due compagini capaci di annoverare venti finali di Champions League, quasi trenta titoli internazionali (novantadue nazionali) e protagoniste di un esclusivo atto conclusivo nella principale competizione planetaria, ovviamente risalente alla notte di Manchester del 2003.

Per il Milan (che tra l’altro non l’ha mai vinta), così come per la Juve, può essere una grande occasione per spezzare il digiuno europeo pluridecennale, con i rossoneri fermi ai trionfi del 2007 e i bianconeri incapaci di trionfare in ambito continentale dalla fine del secolo scorso, nonostante l’opportunità maestosamente incredibile di altre cinque finali disputate.

Fu proprio la compagine sabauda a scrivere il proprio nome, prima di ogni altra società del nostro movimento, nell’albo d’oro della Coppa UEFA: dopo la coppa dei campioni persa nel ’73, a favore dell’Ajax, Trapattoni consente alla Juventus, nella stagione ’76-77, di posizionare in bacheca il primo titolo internazionale; un successo spartiacque per una squadra destinata a dominare per un decennio il panorama europeo e mondiale, considerando ulteriormente il trionfo italico di Spagna’82, ottenuto soprattutto grazie agli alfieri bianconeri.

Zoff, Gentile, Scirea, Tardelli, erano infatti già colonne della Juve che nella doppia finale ebbe ragione dell’Athletic Bilbao, contro il quale, ironia della sorte, la formazione torinese trionfa con una rosa composta da soli giocatori italiani.

L’affascinante narrazione di una competizione dai sapore atmosferici e contenutistici indelebili riserva sin da subito (la prima edizione risale al 1971-72, con il trionfo del Tottenham) scontri epici ed epiloghi romanticamente ineguagliabili: è il caso della stagione 1979-80, allorquando la manifestazione si rivestì di contorni prettamente teutonici, poiché letteralmente dominata dalle squadre tedesche, capaci di occupare la totalità dei posti in semifinale, conseguentemente determinando un atto conclusivo interamente germanico.

Per la prima volta nella storia una finale viene infatti disputata infatti da compagini provenienti dagli stessi confini territoriali: ad avere la meglio è l’ Eintracht di Francoforte di Friedel Rausch che doma i più quotati rivali del Borussia Moenchengladbach, detentori del trofeo già vinto in due circostanze ( alla pari del Liverpool, che negli anni settanta fece sue due coppe dei campioni e due coppe UEFA battendo in entrambi i tornei per due volte il ‘Gladbach e per due volte il Club Brugge).

Furono Bayern Monaco e Stoccarda a doversi inchinare alle finaliste.

L’anno seguente, a completare la saga di finali “inedite” (in Coppa delle Coppe la Dinamo Tbilisi trionfa sul Carl Zeiss Jena), la Coppa UEFA, pur finendo in terra britannica, sfodera inaspettatamente come campioni gli inglesi dell’Ipswich Town guidati da Bobby Robson.

A soccombere nella doppia finale sono gli olandesi dell’AZ Alkmaar.

Nel 1982 la Svezia irrompe nell’albo d’oro delle competizioni europee grazie al successo del Goteborg (tra le cui fila militavano fra gli altri Hysen, Corneliusson e Stromberg).

Gli scandinavi, guidati da Sven Goran Eriksson (che per quasi vent’anni, successivamente, sarà assoluto protagonista nel campionato italiano), trionfano agevolmente nella doppia finale contro l’Amburgo. Così, a distanza di due anni dalla sconfitta nell’atto conclusivo della Coppa dei Campioni contro il Nottingham Forest, i tedeschi sono per il momento ancora costretti a custodire nella propria bacheca la sola Coppa delle Coppe del 1977, ottenuta a spese dell’Anderlecht. Il futuro prossimo, però, avrebbe sorriso ai teutonici, capaci di battere la straordinaria Juve del 1983 nella finale di Coppa dei Campioni.

Due squadre storiche, due compagini che hanno scritto pagine indelebili del calcio europeo onorano l’edizione della Coppa UEFA 1982-83.

II Benfica prosegue in quella che risulterà essere ancora attualmente un’ ininterrotta striscia di sconfitte consecutive in atti conclusivi nelle manifestazioni continentali (è ormai nota e più volte menzionata la famosa maledizione scagliata da un famoso allenatore lusitano nei confronti delle aquile).

L’Anderlecht, che come i portoghesi è fra le prime dieci formazioni europee dello scorso secolo secondo l’Istituto di storia e statistica del calcio (riconosciuto dalla Fifa e noto con l’acronimo di IFFHS), in una graduatoria guidata dal Real Madrid davanti alla Juventus e al Barcellona (Milan quarto), vince la Coppa UEFA dopo aver scritto il proprio nome per due volte nell’albo d’oro della Coppa delle Coppe e della Supercoppa Europea.

Nobiltà indiscussa ed epopee indimenticabili negli anni di un calcio realmente universale, più meritocratico e meno condensato su élite economiche.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

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