IL FUTURO DELLA FORMAZIONE NON PASSA DALLA MOLTIPLICAZIONE DEI TITOLI

La tecnica non si vende, non si certifica a compartimenti stagni e non si separa dal gioco. 

Il maestro di tecnica: una nuova necessità formativa o l’ennesima operazione commerciale?

Sono due giorni che ricevo messaggi, telefonate e manifestazioni di preoccupazione da parte di numerosi allenatori. La domanda, sostanzialmente, è sempre la stessa: il Settore Tecnico è davvero orientato a istituire un corso federale per il conseguimento della qualifica di Maestro di Tecnica?

Non so se questa ipotesi corrisponda a un progetto concreto, se sia una proposta ancora in discussione o se si tratti soltanto di indiscrezioni. Ma credo che la questione meriti una riflessione seria, profonda e, soprattutto, senza troppi giri di parole.

Perché, se fosse vero, non saremmo di fronte a una semplice novità nell’offerta formativa federale. Saremmo davanti a una scelta culturale, pedagogica e politica che avrebbe conseguenze importanti sul modo stesso di intendere la formazione degli allenatori e, più in generale, l’insegnamento del calcio.

E su questo non credo si possa rimanere in silenzio.

Partiamo da una questione apparentemente semplice: che cosa dovrebbe essere, esattamente, un Maestro di Tecnica?

Quale sarebbe il significato di questa nuova qualifica? Quale funzione dovrebbe svolgere all’interno del sistema federale?

Sarebbe un titolo propedeutico per accedere ai successivi corsi per allenatore? Attribuirebbe un punteggio aggiuntivo nelle graduatorie? Costituirebbe una sorta di abilitazione specialistica? Chi ne fosse in possesso sarebbe esentato dal sostenere l’esame di tecnica previsto nei percorsi formativi per allenatori?

Sono domande tutt’altro che secondarie. E mi piacerebbe che qualcuno, prima ancora di pensare a organizzare corsi, iscrizioni e quote di partecipazione, avesse la sensibilità e la responsabilità di fornire risposte chiare.

Ma il problema, a mio avviso, è ancora più profondo.

Istituire una figura autonoma di Maestro di Tecnica significa, inevitabilmente, mettere in discussione l’impianto culturale e pedagogico dei corsi per allenatori così come sono attualmente concepiti.

Perché, se abbiamo bisogno di creare un percorso specifico per insegnare la tecnica, dobbiamo avere il coraggio di chiederci una cosa: i corsi federali per allenatori non sono più in grado di formare allenatori capaci di insegnare, sviluppare e allenare la tecnica?

E se così fosse, non sarebbe forse più logico interrogarsi sulla qualità, sui contenuti, sulle metodologie e sulle competenze di chi quei corsi li progetta e li conduce, piuttosto che aggiungere un ulteriore livello di certificazione?

Qui c’è una contraddizione che non può essere ignorata.

Da anni sosteniamo, e non mi stancherò mai di ripeterlo, che la tecnica non può essere separata dal gioco. Non è un elemento autonomo, non è un repertorio di gesti da acquisire attraverso una successione di esercitazioni e non è una materia che possa essere insegnata prescindendo dal contesto nel quale trova il suo significato.

La tecnica acquista senso, significato e scopo nel gioco. È il gioco che pone problemi, genera necessità, richiede soluzioni e attribuisce valore ai gesti tecnici.

Un controllo non è semplicemente un controllo. Un passaggio non è soltanto un passaggio. Una conduzione non è un gesto da riprodurre correttamente secondo un modello prestabilito. Sono comportamenti che assumono significato in relazione alle informazioni, alle pressioni, agli avversari, ai compagni, agli spazi e alle intenzioni del giocatore.

È dentro questa complessità che si sviluppa la competenza tecnica.

E allora mi chiedo: quale idea di calcio, di apprendimento e di insegnamento si nasconde dietro l’istituzione di una figura specialistica separata dalla formazione dell’allenatore?

Non vorrei che, ancora una volta, si stesse tornando a una concezione riduttiva e ormai ampiamente superata dell’insegnamento, nella quale le componenti del gioco vengono scomposte, isolate, affidate a figure differenti e successivamente ricomposte attraverso una sommatoria di competenze certificate.

Il calcio non funziona così. L’apprendimento non funziona così. E soprattutto, la formazione di un allenatore non dovrebbe funzionare così.

Un allenatore deve saper leggere il gioco, riconoscere i problemi, individuare le necessità di apprendimento e costruire contesti nei quali i giocatori possano sviluppare le proprie competenze. La tecnica non è qualcosa che viene prima del gioco e che successivamente viene applicata al gioco. È parte integrante del gioco stesso.

Questo non significa negare l’importanza dell’attenzione al gesto tecnico, della correzione, della sensibilità individuale o della competenza didattica. Significa, al contrario, riconoscerne il valore all’interno di una prospettiva più ampia, nella quale ogni intervento deve avere una ragione e un significato.

Ma c’è un altro aspetto che mi preoccupa, forse ancora di più.

Ho la sensazione, e naturalmente mi auguro di essere smentito, che dietro questa possibile iniziativa non ci sia una reale necessità pedagogica o scientifica, quanto piuttosto una logica che rischia di essere prevalentemente commerciale.

E non è la prima volta che solleviamo questo problema.

Da tempo denunciamo una deriva nella quale la formazione rischia di trasformarsi progressivamente in un mercato di qualifiche, abilitazioni, attestati e percorsi aggiuntivi. Si moltiplicano le opportunità di acquisire titoli, si creano nuove figure professionali, si introducono ulteriori livelli di specializzazione e, quasi sempre, si presenta tutto questo come un inevitabile progresso della formazione.

Ma siamo davvero sicuri che aggiungere un corso significhi migliorare la formazione?

Siamo davvero convinti che moltiplicare le qualifiche equivalga ad aumentare le competenze?

E soprattutto: siamo sicuri che il bisogno di formazione venga prima degli interessi di chi organizza e gestisce la formazione stessa?

Perché il rischio è evidente: creare un nuovo bisogno per poter vendere una nuova risposta. Istituire una nuova qualifica, renderla progressivamente desiderabile, magari necessaria, e costruirci intorno un ulteriore segmento di mercato.

Se questa fosse la direzione, saremmo davanti a qualcosa di estremamente preoccupante.

Non perché la specializzazione sia sbagliata in sé. Nessuno mette in discussione la necessità di approfondire conoscenze, sviluppare competenze e studiare ambiti specifici. Ma una cosa è offrire occasioni di approfondimento realmente utili, un’altra è costruire nuove certificazioni senza aver prima dimostrato quale problema formativo dovrebbero risolvere.

La formazione non può diventare un meccanismo attraverso il quale si producono continuamente nuovi titoli da acquistare.

E non può essere utilizzata per creare gerarchie artificiali tra allenatori, come se la competenza potesse essere stabilita attraverso il possesso di un ulteriore attestato.

Mi domando, allora, quale messaggio si vorrebbe trasmettere agli allenatori che hanno frequentato i percorsi federali, sostenuto esami, acquisito qualifiche e dedicato anni allo studio e alla propria crescita professionale.

Che cosa manca loro? Quale competenza non avrebbero acquisito? Quale insufficienza del sistema formativo si vorrebbe colmare?

Perché, se esiste una carenza, bisogna avere il coraggio di riconoscerla e intervenire sulle sue cause. Non aggirarla costruendo un nuovo percorso parallelo.

E poi c’è una questione che considero fondamentale: la responsabilità culturale del Settore Tecnico.

Un organismo che dovrebbe rappresentare il riferimento scientifico, metodologico e pedagogico del calcio italiano non può limitarsi a moltiplicare le proposte formative. Ha il dovere di indicare una direzione, di assumersi la responsabilità delle proprie scelte e di garantire coerenza tra ciò che afferma nei propri documenti e ciò che propone concretamente nei corsi.

Se si ritiene che la tecnica debba essere affidata a una figura specialistica autonoma, lo si dica apertamente. Si spieghi quale modello di formazione si intende perseguire, quale idea di apprendimento lo sostiene e quali evidenze scientifiche ne giustificano l’introduzione.

Ma non si può continuare a parlare di centralità del gioco, di complessità, di approccio sistemico e di apprendimento situato, per poi proporre percorsi che rischiano di riproporre una visione settoriale, frammentata e decontestualizzata delle competenze.

La coerenza culturale non è un optional.

E vorrei aggiungere un’ultima considerazione.

Il problema del calcio italiano non è la mancanza di figure certificate. Non abbiamo bisogno di inventare continuamente nuovi titoli per dimostrare di essere al passo con i tempi. Abbiamo bisogno di allenatori preparati, capaci di pensare, osservare, interpretare, progettare e, soprattutto, di comprendere ciò che accade durante il gioco.

Abbiamo bisogno di una formazione che alimenti il pensiero critico, che metta in discussione le proprie certezze, che valorizzi il confronto e che non abbia paura di rivedere i propri modelli.

Abbiamo bisogno di formatori competenti, non di un sistema che confonda la produzione di qualifiche con la produzione di conoscenza.

E abbiamo bisogno di un Settore Tecnico che si interroghi sulla qualità di ciò che propone, anziché pensare che ogni problema possa essere risolto istituendo un nuovo corso.

Per questo, prima di discutere del Maestro di Tecnica, vorrei che si rispondesse a una domanda molto più importante: quale idea di allenatore vogliamo formare e quale idea di calcio vogliamo promuovere?

Perché da questa risposta dovrebbe discendere tutto il resto. Non il contrario.

Se invece la logica è quella di continuare ad aggiungere qualifiche, creare nuove figure, moltiplicare i percorsi e alimentare un mercato della formazione sempre più articolato, allora è bene dirlo chiaramente.

Almeno smetteremmo di confondere le operazioni commerciali con le innovazioni pedagogiche.

Personalmente, sono profondamente contrario a un’idea di formazione che scompone il gioco, frammenta le competenze e finisce per trasformare la conoscenza in una successione di certificazioni.

Non ho bisogno di un Maestro di Tecnica per ricordarmi che la tecnica è fondamentale. Ho bisogno di allenatori che sappiano insegnarla, allenarla e svilupparla dentro il gioco. E ho bisogno che il sistema federale li metta nelle condizioni di farlo.

La tecnica non ha bisogno di essere separata dal gioco per acquisire dignità. Ha bisogno di essere compresa nella sua relazione inscindibile con il gioco.

E forse, prima di istituire un nuovo corso per formare Maestri di Tecnica, sarebbe opportuno chiedersi se non sia arrivato il momento di formare meglio gli allenatori e, soprattutto, coloro che hanno la responsabilità di formarli.

Perché il vero rischio non è che domani avremo troppi Maestri di Tecnica.

Il vero rischio è che, mentre continuiamo a distribuire titoli e attestati, perdiamo progressivamente di vista il senso della formazione.

E quando la formazione smette di essere un progetto culturale e diventa un prodotto commerciale, il calcio ha già perso qualcosa di molto importante.

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