Le storie sono belle perché vivono nel tempo, conservando l’emozione nella memoria e nei racconti tramandati. Tra queste c’è la favola dell’Hellas Verona di Osvaldo Bagnoli, scomparso all’età di 91 anni.
Il mago della Bovisa vinse lo scudetto delle meraviglie nel 1984/85, guidando una squadra che nella semplicità covava un complesso di idee e concetti.
“‘l terzin fa ’l terzin“, ripeteva Bagnoli, rimarcando l’importanza dei ruoli e dei compiti, sullo slancio nereorocchiano del “primo non prenderle e poi tentare affondare in avanti”.
La squadra doveva rispettare il suo soprannome, Mastini, e vendere cara la pelle agli avversari. Mordere e formare una catena di undici elementi, sostenuta da un catenaccio non accanito, ma funzionale all’idea di difendere e ripartire.
Ma Bagnoli era un navigante e nel mare del calcio ha portato soluzioni, con lo schieramento a zona, l’uso del fuorigioco, la regolazione del ritmo. Lento per rallentare il gioco e controllare gli avversari, veloce per colpire sottoporta con 4-5 passaggi puliti ed efficaci.
In porta c’era Garella, protettore dei pali. Come in ogni cosa serviva l’ordine e allora ecco due uomini di tutto rispetto: Tricella basso nelle retrovie e Di Gennaro alto a inventare, con il Corazziere Fontolan a blindare la strada, Ferroni più bloccato a destra e Luciano Marangon di spinta a sinistra.
Per favorire la comunicazione tra libero e regista, preservando la colonna dorsale gialloblù, bisognava innestare muscoli e polmoni d’acciaio, una mediana aggressiva di tori e toreri a spezzare le linee nemiche: dentro il Panzer Hans-Peter Briegel e il Dottore Domenico Volpati. E poi il motore offensivo: slungare a Fanna sulla destra, convergere al centro per gli attaccanti, Cavallo Pazzo Preben Elkjær Larsen e il bomber Giuseppe “Nanu” Galderisi.
Il segreto erano gli automatismi, con il possesso palla orientato a chiudere le azioni il più rapidamente possibile. E quindi andare in gol.
“Chi gioca, sa quello che voglio da lui; chi non gioca, sa che da un momento all’altro gli toccherà e pertanto deve farsi trovare preparato”: il pensiero di Bagnoli era preciso, da artigiano di calcio che sa come e cosa costruire. Tecnico e insieme psicologo, convinto che il fattore umano e le emozioni siano decisive su tutto.
In tanti lo hanno apprezzato, qualcuno lo ha sottovalutato, ma la sua preparazione – unita alla passione per la lettura, che gli valse per il suo pessimismo il soprannome di Schopenhauer da parte di Gianni Brera – andava oltre i gessetti, le lavagne e i massimi sistemi.
Era un uomo di campo che in campo ha dato il suo meglio, rendendo possibile l’impossibile.
“Non ci rendiamo conto di quale impresa abbiamo realizzato, ma sarà il corso del tempo a farcelo capire”, dirà Volpati 35 anni dopo la vittoria dello Scudetto, conquistato meritatamente con un condottiero in panchina.
Da gentiluomo Osvaldo Bagnoli ha cullato quel sogno fino a trasformarlo in realtà, diventando l’oracolo del Verona e l’emblema della riscossa provinciale contro il calcio delle grandi.
Ad maiora e buon viaggio.

BIO: Andrea Rurali
Brianzolo Doc, classe 1988. Da sempre appassionato di cinema, tv, calcio, tennis, sport e viaggi.
- Lavoro a Mediaset dal 2008 e attualmente mi occupo del palinsesto editoriale di Cine34.
- Sono autore del programma di approfondimento “Vi racconto” con Enrico Vanzina e co-regista dei documentari “Noi siamo Cinema” e “Vanzina: una famiglia per il cinema”.
- Dal 2014 dirigo la rivista web CineAvatar.it (http://cineavatar.it/)
- Nell’autunno 2022 ho fondato la community Pagine Mondiali e nell’estate 2023 la piattaforma sportiva Monza Cuore Biancorosso.
- Da agosto 2023 collaboro con la testata giornalistica Monza-News, scrivendo le analisi delle partite dei biancorossi e partecipando alla trasmissione Binario Sport.
- Dal 2019 collaboro con Bietti, in particolare per la realizzazione di saggi inseriti nelle monografie di William Lustig, Manetti Bros, Dario Argento e Mike Flanagan.
- Tra le mie pubblicazioni, il saggio “Il mio nome è western italiano” nel volume Quando cantavano le Colt. Enciclopedia cine-musicale del western all’italiana (F. Biella-M. Privitera, Casa Musicale Eco, 2017).











2 risposte
Il mio pensiero a Osvaldo Bagnoli. Non solo al grande giocatore e allo straordinario allenatore capace di imprese che resteranno nella storia del calcio, ma soprattutto all’uomo.
Un uomo schivo, sobrio, coerente, che non ha mai rincorso la notorietà e che si è sempre fatto apprezzare per la sua umanità e il rispetto verso gli altri. Un uomo che non ha mai nascosto di riconoscersi in una visione del mondo fondata sulla solidarietà, sull’uguaglianza e sulla dignità delle persone, valori che considero agli antipodi di ogni forma di xenofobia e razzismo.
In un tempo in cui troppo spesso prevalgono arroganza, intolleranza e divisione, il ricordo di Osvaldo Bagnoli è anche quello di un esempio di stile, coerenza e civiltà.
Per questo, oltre al campione e al tecnico, oggi scelgo di ricordare soprattutto il gentiluomo.
Buonasera Andrea, leggo ora l’articolo interessante, su un uomo, un vero uomo, come il signor Osvaldo Bagnoli.
Lo ricordo molto bene perché tra il 1975 ed il 1995, credo di aver perso veramente poco del calcio nazionale.
Bagnoli è il mio secondo allenatore dopo Liedholm.
Ricordo ovviamente, il Bagnoli del Verona, quel Verona preso in un periodo di forte crisi da Cade’ e portato subito in serie A.
Quel Verona giocava semplice: c’era da difendere, difendeva, c’era da attaccare, attaccava.
Lo scudetto fu un capolavoro: fu messo sotto in pochissime occasioni e vinse meritatamente, ma lui sembrava volersi nascondere, quasi in imbarazzo per aver messo in fila gli squadroni del nord, più Maradona.
Mica poco.
A Genova fece benissimo poi, qualcuno decise di giocargli contro, perdendo le ultime 6 partite.
Anche a Milano fece bene, ma fu ingiustamente esonerato, se ricordo bene, per un errore individuale di un giocatore.
Ma in generale, il calcio stava cambiando e forse, Bagnoli capi’ che non era il suo mondo.
Signor Bagnoli, lei è stato un vero uomo, prima di tutto: oggi sarebbe unico!.