WORLD CUP ’26 – LA PERCEZIONE DEL CALCIO AFRICANO

Non si può spiegare a parole quanto guardare la Rai sia guardare un’esperienza distaccata dal mondo reale, sfasata da un qualsiasi contesto sociale e quanto questo mi impedisca di guardare le partite. Sto per guardare Brasile-Giappone, metto su Rai 1 e le prime parole che sento sono “Per me il Mondiale è: Bruno Pizzul”, per poi parlare di malattie sessualmente trasmissibili e di applicazioni di dating che hanno fatto il “boom” ai Mondiali. Tutte le decisioni che ho preso in questi ventun anni di esistenza mi hanno portato a guardare “Vita in diretta”. Questo spezzone e questo non è neanche il pre-partita: sono inquietato.

Dopodiché Paola Ferrari ha una sola missione ed è quella di farmi spegnere la tv: è tragicomica l’ostinazione nella povertà di giudizio ed analisi di una trasmissione che oggettivamente non è fatta per parlare di calcio. Io studio Diritto e sono per le risposte noiose: dalla legge Gasparri del 2004 guardare la Rai è diventato un comizio politico, e sembra vi sia una persona con un mitra dietro la telecamera che costringa gli ospiti a dire le cose più democristiane e vaghe di sempre.

Inoltre la prospettiva è sempre classista, distaccata ed occidentalista. Ed infatti incredibilmente Paola Ferrari riesce ad aprire gli occhi e a parlare, assieme a Falcão e Tardelli, di quanto il Giappone sia da NON SOTTOVALUTARE, quasi urlando, come se fosse la prima partita di calcio nella storia del Giappone e si dovesse quindi fare a prescindere un’analisi positiva di quest’ultimo, un contentino. Questo mio articolo parte dalla prima partita del Brasile quest’anno al Mondiale, giocata contro una sorpresa del Mondiale 2022, una delle nazionali più avanzate per stile tecnico-tattico di gioco: il Marocco. Adani vuole farmi sanguinare le orecchie sin dal calcio d’inizio, farmi spegnere il computer e farmi diventare lo studente migliore nella storia di Diritto Ecclesiastico, che dovrei dare in questi giorni.

Sponsorizzando una comunicazione di un livello basso ed un racconto semplicistico del calcio, abbassando di più il livello ed il linguaggio ad ogni volta e non volendo mai parlare della partita ma solo di se stesso e delle sue posizioni, sposando la linea vaga della Rai, rendendomi sordo fino alla gara 5 fra New York e San Antonio che mi sono guardato dopo, ripete di NON SOTTOVALUTARE il Marocco, perché ormai “QUESTA È UNA REALTÀ”. La visione quasi paternalistica che si ha del calcio africano, in un Mondiale dove non solo la partecipazione ma pure il livello è ai massimi storici, unita alla mancanza di mezzi tecnico-tattici per interpretare questi collettivi nella loro interezza rende inguardabile la televisione italiana. Un esempio di quanto si considerino gli africani gente “altra” è “l’obiettivo” che gli si “assegna”: 8 qualificate alla fase finale su 9, quasi come se avessero vinto il Mondiale, come se realmente oltre i gironi non potessero giocare. Voglio parlare del Brasile perché la prospettiva anti-occidentalista, l’urgenza di rispondere a questo sistema presuntuoso da un punto di vista comunicativo e quasi repressivo delle identità del Sud del mondo, non solo nel calcio, è la stessa marocchina.

In questo Mondiale, le prestazioni del Brasile sono andate in crescendo, assieme alle prestazioni degli individuali. Il gol di Vinícius contro il Marocco è il riassunto dei punti di forza di un Brasile noto per i suoi talenti in attacco, che quando distribuisce bene i suoi attacchi e fa toccare a tutti gli offensivi il pallone, è molto pericoloso ed imprevedibile da affrontare, soprattutto nei duelli individuali.

Parto da lui perché il racconto che si fa di un calcio africano sempre in difficoltà ad emergere rispetto alle nazionali europee e rispetto agli stili di gioco europei vede sempre gli africani come bravi studenti che fanno i compiti a casa, che “copiano” le nazioni europee e mai come i protagonisti, anche se il Marocco stesso ha dietro anni di programmazione, una finale di Coppa d’Africa ed una semifinale mondiale, a differenza dei soliti nomi che quasi vengono raccontati come quelli giusti.

L’esempio più lampante è Lamine Yamal. Si menziona sempre, ad esempio, di come Koulibaly sia diventato il difensore che è stato attraverso la sua esperienza in Francia, e che quindi il suo successo sia quello di uno stile di gioco europeo, ma il calciatore più forte al mondo ha uno stile di gioco nettamente africano, per la capacità naturale di associarsi e per quel dribbling barocco che ha. E non solo non se ne parla, ma si vede questo suo lato come un difetto fastidioso che lo peggiora, quasi come se lo si preferisse omologato agli esterni europei. Il giocatore più forte al mondo gioca in una nazionale che non rispecchia il suo stile di gioco, ma si preferisce non analizzare questa sua interessante contraddizione, anzi lo si attacca per il suo background culturale, per la bandiera della Palestina (!), per la sua religione.

Per concludere il mio collegamento con il Brasile: il consiglio di quasi tutta la stampa per le nazionali africane è sempre povero di giudizio e consiglia un calcio più ordinato, posizionale, nonostante proprio l’esempio di un giocatore come Yamal (ma pure Mahrez, Mané, ecc.) contraddica questa assoluta superiorità del posizionale, visto che il calcio relazionale diventa decisivo ai livelli più importanti. Anche il Brasile stesso è vittima di questa imposizione del racconto del Nord del mondo, tanto è vero che Ancelotti stesso è stato preso sulla scia dello stile di gioco di Diniz, miglior esponente del calcio relazionale, ed era visto quasi come una risposta all’ossessione dello spazio, dell’ordine e della sicurezza. La risposta ad un’imposizione (turbo)capitalistica desiderosa del controllo su ogni cosa, proponendo invece un gioco che si basasse sugli spazi “tra i giocatori”, per citare Spalletti: un sistema dalle persone per le persone. Come ha scritto Lorenzo Santoni in una tesi per il corso da Match Analyst del 2024 della FIGC: “Gli allenatori relazionali si concentrano sulla connessione tra i giocatori. Mettono in rilievo il gioco di squadra, la comunicazione e la comprensione reciproca. Questi allenatori promuovono l’idea che il successo in campo sia fortemente influenzato dalla capacità dei giocatori di relazionarsi e collaborare tra di loro. Il calcio relazionale pone l’enfasi sulla dinamica di interazione piuttosto che sulla rigidità delle posizioni.”

Le individualità africane si trovano quindi meglio in un contesto dove sono incoraggiate con il pallone a prendere scelte controintuitive, basate sulla relazione che hanno con un compagno/più compagni, e la complessità di questo talento viene meglio rappresentata da dinamiche relazionali (anche provenienti dal calcio a 5, escadinha, ruota).

Partiamo dal Marocco, che vive in un gigante what-if: l’assenza sull’ala destra del futuro Pallone d’Oro, Lamine Yamal. Il punto di forza del Marocco è l’occupazione dei mezzi spazi con il pallone. Nel 2022 Ounahi ed Amrabat con delle conduzioni efficaci dentro il campo, con degli inserimenti soprattutto nelle zone centrali, avevano reso sicuramente il Marocco una delle nazionali più pericolose della manifestazione. E l’aggiunta in pianta stabile di Bouaddi ed El Aynaoui dà ancora più ampiezza e possibilità al Marocco per approcciare in maniera fluida la partita, cambiando disposizione con il pallone (dove si cerca spesso di sfruttare l’attacco alla profondità piccola/grande di Saibari e gli inserimenti di El Khannous nelle zone centrali) e senza il pallone (attraverso l’ottimo posizionamento dei centrocampisti che copre i mezzi spazi e chiude le linee di passaggio). Sicuramente il Marocco deve migliorare nella difesa delle fasce, e giocatori come Hakimi e Mazraoui, per quanto fondamentali nella prima costruzione e capaci di creare lo spazio alle spalle delle linee di pressione, hanno lacune nella difesa dello spazio e soprattutto dell’area. Il Marocco resta sicuramente una delle nazionali più interessanti di questo Mondiale, competitivi su tutti i livelli.

I miglioramenti dei marocchini sono i più rappresentativi dei miglioramenti degli africani. In Coppa d’Africa hanno saputo reggere la pressione del torneo in casa fino alla finale, dove hanno affrontato l’altra gigante del calcio africano: il Senegal, che ha vinto una partita irripetibile.

Se soprattutto per il Senegal è giusto dire che molti giocatori hanno uno stile di gioco più vicino a quello europeo per rimanere più competitivi, va anche detto che ultimamente stanno avendo un processo di decostruzione e “disintossicamento”, personalizzando e rendendo loro, ad esempio, la recente svolta nell’intensità (e quindi il ricorso alla riaggressione immediata, al Gegenpressing) ed adattandola alle caratteristiche tecniche dei giocatori migliori. In particolar modo le partite di Sarr sono piene di spunti interessanti, ed il suo attacco alla profondità è sicuramente un’arma importante di un collettivo fortissimo nelle transizioni offensive e pieno di talento in attacco.

Ultima africana di cui vi voglio parlare è il Congo: questa nazionale mi ha cominciato ad interessare dalla sua apparizione in semifinale di Coppa d’Africa nella penultima edizione. La rosa del Congo permette di giocare differenti tipi di partita, anche contro collettivi più forti (contro il Portogallo hanno giocato alla pari) ed hanno individualità che spiccano nei campionati di riferimento (come Wissa) e giocatori interessanti come Moutoussamy, sempre lucido nelle scelte in prima costruzione, potendo contare sull’esperienza di Wan-Bissaka. Il Congo ha una resilienza mentale molto importante, e riesce a giocare lunghissimi tratti di partita in difesa, adattandosi all’avversario e sfruttando tutto il suo potenziale tecnico-tattico quando guadagna spazio e vantaggio sull’avversario. Sono stati sicuramente fra i più efficaci tatticamente della competizione, difficili da affrontare, nonostante lo sfortunato tabellone che ha visto l’uscita prematura contro l’Inghilterra.

La possibilità che il Mondiale dà di esprimersi ad ogni identità attraverso lo stile di gioco ne denota la natura multiculturale, che emerge sempre in ogni edizione. Ma questa natura è sistematicamente repressa dalla FIFA, che anzi la rivende attraverso un perverso sistema comunicativo (che è anche quello della Rai) che la rivende come nazionalista, attraverso soprattutto lo sportwashing.

Quella degli Stati Uniti è un’operazione diversa, di uno stato tutt’altro che accogliente che spudoratamente dimostra il surrealismo che la Rai riesce a replicare con perfezione (respingendo arbitri, fan e giocatori). Ricordo bene quando Tuchel fu esonerato dal PSG, e disse che si sentiva “un ministro dello sport” nel gestire così tanti campioni, per descrivere la pesantezza di allenare Neymar e Mbappé sopra tutti. Penso di empatizzare meglio con Tuchel guardando la comunicazione sportiva piatta e ritrita di oggi, dove per altro viene ricordato sempre quanto ogni decisione che prendiamo sia soffocata dai connotati legati al capitale: in una partita che guardo stanno due pause per due hydration break i quali fanno guadagnare alla FIFA ed agli sponsor, in una nazione che tutto può organizzare meno che una competizione equa (l’Iran non ha neanche messo piede negli Stati Uniti per le implicazioni politiche). Ogni decisione che prendo in merito al guardare la partita ha una pesantezza insostenibile.

La multiculturalità di questo Mondiale è una buona notizia, ma è l’eccezione, in un Mondiale dove a pochi chilometri da ogni stadio vi sono campi di concentramento, e viene repressa la libera espressione.

BIO: EMANUELE SANCESARIO

Nato a Taranto il 31/07/2004,attualmente studente in giurisprudenza.

Ha conseguito i corsi da match analyst e da data analyst con successo presso Match analysis academy Italia e SICS nel 2023 e nel 2024. Ha preso parte a degli stage organizzati dalla stessa Match analysis academy,iniziando ad entrare nel campo con il C.D. Maavi e l’Almeria.

Nel 2026 ha conseguito il certificato il diploma Livello 3 in Advanced reporting per la PFSA.

Una risposta

  1. Nato a Taranto il 31/07/2004,attualmente studente in giurisprudenza.
    Ha conseguito i corsi da match analyst e da data analyst con successo presso Match analysis academy Italia e SICS nel 2023 e nel 2024. Ha preso parte a degli stage organizzati dalla stessa Match analysis academy,iniziando ad entrare nel campo con il C.D. Maavi e l’Almeria.
    Nel 2026 ha conseguito il certificato il diploma Livello 3 in Advanced reporting per la PFSA.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *