Per molti anni il Marocco è stato considerato una terra capace di produrre grandi talenti, ma incapace di trasformare quel patrimonio in una continuità di risultati. Da Mustafa Hadji a Noureddine Naybet, fino alle generazioni successive, il calcio marocchino sembrava vivere di intuizioni individuali più che di un progetto strutturato. Oggi il panorama è completamente cambiato. Le prestazioni della nazionale maggiore, i successi delle rappresentative giovanili e l’emergere di allenatori come Mohamed Ouahbi non sono il frutto di una generazione irripetibile, ma la conseguenza di una rivoluzione organizzativa iniziata oltre quindici anni fa.
La vera forza del Marocco non risiede soltanto nella qualità dei suoi calciatori, bensì nella capacità di aver costruito un sistema che metta in relazione Federazione, formazione, scouting, infrastrutture e identità nazionale. Un modello che, osservato da vicino, rappresenta uno dei casi di studio più interessanti del calcio contemporaneo. La svolta nasce dalla consapevolezza che il talento, da solo, non basta. Per competere stabilmente con le grandi scuole calcistiche europee serviva un’organizzazione capace di accompagnare il giocatore lungo tutto il suo percorso di crescita. La Federazione Reale Marocchina ha quindi scelto di investire prima nelle fondamenta e soltanto dopo nei risultati, adottando una visione di lungo periodo che ha privilegiato la formazione rispetto all’emergenza del momento. Il simbolo di questa trasformazione è la Mohammed VI Football Academy, una struttura che rappresenta molto più di un moderno centro tecnico.
Al suo interno convivono formazione scolastica, preparazione atletica, sviluppo tecnico, supporto psicologico e crescita personale. Il giovane calciatore non viene valutato esclusivamente per ciò che è in grado di fare con il pallone, ma per il suo potenziale complessivo, con l’obiettivo di formare uomini prima ancora che professionisti. L’Academy è diventata il cuore di un sistema nel quale ogni dettaglio è pensato per favorire lo sviluppo del talento. Le sedute di allenamento privilegiano la comprensione del gioco rispetto alla semplice ripetizione dei gesti tecnici, stimolando il calciatore a prendere decisioni, leggere gli spazi e interpretare le situazioni.
È una metodologia fortemente influenzata dalle migliori scuole europee, ma adattata alle caratteristiche culturali e tecniche del calcio marocchino. Accanto agli investimenti nelle strutture, la Federazione ha compreso che il vero patrimonio di un movimento è rappresentato dagli allenatori. Negli ultimi anni numerosi tecnici formatisi in Belgio, Francia e Paesi Bassi sono stati coinvolti nelle selezioni nazionali, portando con sé competenze metodologiche maturate nei principali vivai europei. Mohamed Ouahbi è uno degli esempi più rappresentativi di questa nuova generazione. Nato e cresciuto in Belgio, ha sviluppato una concezione del calcio nella quale il ruolo dell’allenatore va oltre la preparazione della partita: è un educatore, un formatore e un costruttore di identità. La sua presenza all’interno del progetto federale racconta perfettamente la filosofia del nuovo Marocco. Non si cercano soltanto tecnici preparati tatticamente, ma professionisti capaci di accompagnare la crescita del giocatore e di creare continuità tra le diverse categorie della nazionale.
Dall’Under 15 fino alla selezione maggiore, i principi metodologici rimangono gli stessi: occupazione razionale degli spazi, ricerca della superiorità numerica e posizionale, pressione organizzata, qualità tecnica e responsabilizzazione del calciatore. Se però esiste un elemento che ha davvero cambiato il destino del calcio marocchino, è la capacità di guardare oltre i propri confini. Per decenni milioni di cittadini marocchini si sono stabiliti in Belgio, Francia, Paesi Bassi, Spagna, Germania e, più recentemente, anche in Italia. Da quelle comunità sono nati migliaia di giovani calciatori cresciuti all’interno dei migliori settori giovanili europei. In passato molti di loro finivano per rappresentare le nazionali dei Paesi in cui erano nati. Oggi la situazione è profondamente diversa. La Federazione ha costruito una rete internazionale di osservatori incaricati di monitorare costantemente la diaspora calcistica. Lo scouting non si limita alla valutazione tecnica del giocatore, ma coinvolge anche il rapporto con le famiglie, il dialogo con gli agenti, la conoscenza del percorso educativo e la costruzione di un forte senso di appartenenza. Convincere un ragazzo nato a Bruxelles o Amsterdam a scegliere il Marocco significa offrirgli un progetto credibile, dimostrando che esiste una strada chiara verso la nazionale maggiore.
È una strategia che ha permesso di attirare calciatori cresciuti nei migliori vivai d’Europa. Achraf Hakimi, formato nel settore giovanile del Real Madrid, è diventato il simbolo della nazionale marocchina. Hakim Ziyech, cresciuto nei Paesi Bassi, ha scelto di rappresentare il Paese delle proprie origini nonostante le possibilità offerte dal calcio olandese. Più recentemente Bilal El Khannouss, Ismael Saibari ed Elias Akhomach hanno confermato come il progetto marocchino riesca oggi a competere con alcune delle federazioni più prestigiose del continente. Dietro queste scelte non c’è soltanto un richiamo identitario, ma la fiducia in un’organizzazione capace di valorizzare il talento. I giovani percepiscono la nazionale marocchina come un ambiente nel quale esiste una continuità tecnica e metodologica, dove il percorso iniziato nelle categorie giovanili può realmente condurre alla prima squadra. I risultati ottenuti negli ultimi anni testimoniano l’efficacia di questo lavoro.
Le rappresentative Under 17, Under 20 e Under 23 hanno raggiunto traguardi sempre più importanti, dimostrando che il successo della nazionale maggiore non rappresenta un episodio isolato. Ogni categoria alimenta quella successiva, creando un flusso costante di giocatori preparati secondo gli stessi principi di gioco e di formazione. In questo contesto Mohamed Ouahbi assume un significato che va oltre il ruolo del singolo allenatore. La sua figura rappresenta la sintesi di due mondi: la metodologia europea e l’identità marocchina. È il prodotto di una generazione di tecnici che considera la formazione un processo educativo prima ancora che sportivo e che interpreta il calcio come uno strumento di crescita individuale e collettiva. Il modello Marocco dimostra che nel calcio contemporaneo il vantaggio competitivo non dipende esclusivamente dalle risorse economiche o dal numero di praticanti. Dipende soprattutto dalla qualità dell’organizzazione, dalla capacità di pianificare e dalla coerenza con cui un progetto viene perseguito nel tempo. Le infrastrutture, la formazione degli allenatori, lo scouting internazionale e la valorizzazione della diaspora non sono iniziative scollegate, ma tasselli di una strategia comune che ha restituito al Paese una precisa identità calcistica.
Per molte federazioni europee, Italia compresa, il caso della Federazione del Marocco rappresenta uno spunto di riflessione. In un’epoca in cui spesso si cercano soluzioni immediate ai problemi del presente, il Marocco ha scelto la strada più complessa: costruire il futuro. I risultati raccolti oggi sono semplicemente la conseguenza di una programmazione iniziata molti anni fa, quando qualcuno comprese che il talento non doveva più essere atteso, ma progettato.
Inutile sottolineare che la sconfitta con la Francia, nei quarti di finale del Mondiale in corso, sarà un ulteriore stimolo per la crescita di tutto il movimento.

BIO: Vincenzo D’Aniello è nato ad Aversa (CE) il 25-5-1985 . È in possesso della licenza di allenatore UEFA/B e ha allenato in diverse categorie e in diverse scuole calcio della provincia di Caserta e Napoli.











2 risposte
Da sottolineare l’ideatore del progetto chi è proprio il re Mohamed VI e non dimenticare Fouzi LAKJAA presidente della federazione il grande uomo, l’artefice chi porta a complemento il difficile e complesso progetto.
Grazie Driss!