IO, IL FALLIMENTO DEL CALCIO ITALIANO (5^ E ULTIMA PARTE)

ELENCO CAPITOLI

  • INGHILTERRA: LO SVILUPPO INDIVIDUALE
  • IL FUTSAL COME STRUMENTO DI FORMAZIONE
  • I COSTI E LE RISORSE
  • CONCLUSIONI
  • INGHILTERRA: LO SVILUPPO INDIVIDUALE

Se in Italia si pensa alla squadra, spesso soltanto in funzione del risultato, in Inghilterra si pensa alla formazione del giocatore. Ogni calciatore ha un proprio programma di crescita individuale, chiamato ILP (Individual Learning Plan), composto generalmente da tre obiettivi: un’ Area con un punto di forza da valorizzare e un’Area con due aspetti da migliorare. In alcuni casi gli obiettivi possono anche essere quattro.

Ogni sei settimane i giocatori svolgono una review con l’allenatore, durante la quale vengono analizzati i progressi, viene discusso il percorso di crescita e viene rivalutato l’Individual Learning Plan. In quell’occasione si discute con il giocatore se gli obiettivi siano stati raggiunti, se debbano essere modificati oppure mantenuti. Ogni sei mesi, invece, viene organizzata una review con i genitori, così da allineare il percorso del giocatore anche con l’ambiente familiare.

A livello di sistema, la FA svolge un ruolo di controllo attraverso audit continue. Ogni allenamento, ogni partita, ogni ILP e ogni review deve essere registrata su Kitman Lab, la piattaforma utilizzata per dimostrare in modo concreto e tracciabile il lavoro svolto nello sviluppo dei giocatori. Questo sistema di monitoraggio rende il processo verificabile e, in caso di mancato rispetto dei requisiti richiesti, il Club può subire anche la perdita del proprio status di categoria all’interno del sistema Academy.

Cosa facciamo in Italia? Molti club, specialmente quelli professionistici, hanno già in essere piani di sviluppo individuale per i propri giocatori. Resta aperto un tema centrale: chi controlla davvero la qualità di questi percorsi e la loro effettiva applicazione? La Federazione dovrebbe comprendere che i giocatori non appartengono solo ai Club e altrettanto, anche se più difficile, dovrebbero fare gli stessi Club! Ogni giocatore eleggibile in maglia azzurra, rappresenta un patrimonio del calcio italiano, il futuro della Serie A e della Nazionale.

  • IL FUTSAL COME STRUMENTO DI FORMAZIONE

Se in paesi come il Portogallo, Spagna, Brasile e Argentina, fino ai 13 anni il Futsal viene praticato insieme al calcio secondo il modello Duale, con un numero equivalente di allenamenti divisi tra le due discipline, e se l’Inghilterra sta oggi investendo sempre di più nelle competizioni di Futsal e nei corsi di Futsal, un motivo ci sarà.

Se queste Nazioni sono anche quelle che, con maggiore continuità, formano i migliori talenti del panorama internazionale, allora forse uno dei motivi risiede proprio nell’utilizzo del Futsal, sport che dà enormi benefici nello sviluppo del giovane calciatore. Partiamo dalle regole del Futsal: ad esempio, il fatto di non poter tornare dal portiere (in Italia nei pulcini invece si può, ma non nel calcio) se non dopo un tocco avversario o dopo aver superato la metà campo obbliga i giocatori ad andare sempre in avanti. Per farlo devono superare l’avversario diretto, sviluppando creatività, iniziativa e capacità di manipolare la situazione iniziale.

Basterebbe analizzare il calcio moderno per rendersi conto che i giocatori più costosi al mondo sono quelli capaci di manipolare la situazione iniziale. Come ha detto recentemente Luciano Spalletti: “La Champions premia chi crea lo scompiglio e non chi lo evita; l’intenzione è sempre quella di rompere l’equilibrio con le giocate dei singoli”.

Il Futsal è uno strumento essenziale per formare giocatori con queste caratteristiche. Ma non solo. Il Futsal offre la possibilità di lavorare sulla tattica individuale del giocatore. Se chi è in possesso della palla deve trovare una soluzione per avanzare e manipolare la situazione iniziale, allora i compagni attorno a lui sono costretti continuamente a creare spazio, a muoversi con intelligenza e a capire come facilitare l’azione. Diventa quindi fondamentale comprendere quando, come, perché e dove smarcarsi, per ricevere o, al contrario, svuotare uno spazio per facilitare il dribbling del compagno. Ed è proprio questa continua relazione tra possessore e compagni che accelera enormemente la crescita calcistica del giocatore.

Inoltre, nel Futsal il giocatore gioca costantemente sotto pressione avversaria. Ha meno tempo e meno spazio, e questo lo obbliga a prendere decisioni in continuazione. Deve imparare a leggere il campo prima ancora di ricevere palla, a riconoscere gli spazi in anticipo, a essere proattivo nei movimenti e a orientare il primo controllo fuori dalla pressione. In pratica, il giocatore viene continuamente educato ad applicare la tecnica dentro il contesto reale del gioco.

Ed è proprio qui uno dei più grandi valori del Futsal: non sviluppa soltanto la tecnica in maniera isolata, ma sviluppa la capacità di utilizzare quella tecnica nel momento giusto, nello spazio giusto e sotto pressione. In più, permette di apprendere diverse tecniche, come l’uso della suola. La suola aumenta l’imprevedibilità del giocatore: diventa fondamentale nell’1 contro 1 per tenere la palla “tra i piedi”, per prendere decisioni tardive e ingannare l’avversario spalle alla porta oppure, semplicemente, per aprirsi il campo.

E poi ci sono le transizioni.

Ogni allenatore oggi parla continuamente di transizioni offensive e difensive. Il Futsal, per velocità di gioco e per le dimensioni del campo, genera transizioni continue. Transizioni devono essere necessariamente proattive, non reattive. Un bambino che gioca a Futsal fin da piccolo viene quindi esposto continuamente alle transizioni. Con il tempo, questa esposizione ripetuta crea abitudini. E le abitudini, ripetute nel tempo, diventano comportamenti. La transizione non è una questione di “mentalità” come si crede: è un comportamento che va allenato. E per allenarlo occorre creare nel giocatore abitudini coerenti e ripetute (senza ripetere!) nel tempo.

Esistono numerosi studi che dimostrano come nel futsal il numero di contatti con la palla, le decisioni prese, le situazioni di 1 contro 1 e di 1 contro 2 siano nettamente superiori rispetto al calcio.

Per tutti questi motivi in Spagna, Portogallo, Brasile e Argentina si applica il modello duale. Ed è per questo che in Inghilterra ci stiamo sempre più focalizzando sul futsal per la formazione dei giocatori.

E in Italia?

Mentre molti Paesi stanno investendo nel futsal come strumento di formazione, con l’obiettivo di sfruttare tutti i benefici che porta allo sviluppo individuale del giocatore descritti in precedenza, in Italia, nel programma Evolution, si sta operando attraverso i Centri di Sviluppo Territoriale dedicati al futsal (nel Lazio, ad esempio, ce n’è solo uno, a Genzano), con il fine di valutare un possibile futuro inserimento nelle nazionali giovanili.

Negli altri Paesi l’esposizione al futsal è per tutti costante e inizia nelle fasi iniziali del percorso del giovane calciatore per poi terminare tra i 13 e i 14 anni, attraverso il modello duale. In Italia l’esposizione è solo per 20 giocatori per centro e limitata alle categorie Under 13 e Under 15, in controtendenza rispetto a tutte le altre federazioni.

Non solo: il format proposto, dopo l’attivazione, prevede un 3v3 più portieri per poi terminare, finalmente, con la realtà del gioco del futsal, ossia il 5v5. In pratica è meramente un provino per la Nazionale, e non per cogliere tutti i benefici che il Futsal apporta ai giocatori.

L’auspicio è che la Federazione imitando gli altri Paesi inserisca il Futsal in modo consistente nel percorso di formazione del giovane calciatore, adottando il modello duale anzichè limitarsi ai Centri di Sviluppo Territoriale. La Federazione inglese evidenzia all’interno delle Academy i benefici del Futsal. A tal proposito organizza competizioni nazionali e invita gli allenatori a partecipare ai corsi UEFA di Futsal.

  • I COSTI E LE RISORSE

Come detto in precedenza, in Inghilterra le Academy ricevono fondi direttamente dalla Federazione. L’obiezione è immediata: La FA ha una forza economica molto diversa rispetto a quella della FIGC. Da dove arrivano le risorse? Una delle principali fonti per la FA, così come pre la RFEF spagnola, sono le quote dei corsi per allenatori. Sapete quanto si potrebbe raccogliere solo da questa fonte? E quanto si potrebbe finanziare il settore giovanile se anche solo l’1% degli stipendi dei giocatori venisse destinato alla formazione? Oppure se fosse destinato l’1% dei diritti televisivi?

La seconda obiezione è chiara: se si creano le categorie, come la Division de Honor spagnola con rose limitate, come possono continuare a esistere le società dilettantistiche che vivono di autosostentamento attraverso le quote degli iscritti? Possono continuare a farlo ricevendo le quote dei giocatori che non rientrano nella massima categoria restando all’interno del sistema dilettantistico. Il punto qui è quello di costruire un modello che permetta ai migliori di confrontarsi con i migliori per garantire l’optimum nel percorso di formazione. In questo modo, oltre alle quattro categorie, possono coesistere anche gli altri campionati già esistenti. Questa proposta nasce con un obiettivo preciso: spingere il calcio italiano a valorizzare i suoi migliori talenti. In tal modo, se i migliori giocano tra loro probabilmente non toglieranno spazio ai meno bravi, che non sarebbero più costretti a smettere di giocare a 14 anni perché poco impiegati sul campo.

  • CONCLUSIONE

Ho scritto questo articolo perché, dopo anni passati a fare all’estero ciò che in Italia non ho avuto l’opportunità di fare, non posso più restare in silenzio. Il fallimento del nostro calcio non è sfortuna né mancanza di talento: è il risultato di scelte sbagliate, di ignoranza e di una cultura che preferisce proteggere le poltrone invece dei ragazzi. Cambiare è possibile, ma solo se smettiamo di analizzare le conseguenze e iniziamo a guardare in faccia le cause.

La causa siamo noi: Federazione, Club, dirigenti, allenatori. Tutti. Abbiamo costruito un sistema che uccide il talento e poi ci lamentiamo che non ne nasca più nessuno. Questo articolo vorrebbe contribuire a rompere l’omertà, a prendere coscienza che tre Mondiali consecutivi senza l’Italia non sono una coincidenza né una semplice fatalità: sono la conseguenza logica di un sistema che continua a riprodurre sé stesso senza mettersi realmente in discussione. Se non avremo il coraggio di ammetterlo, continueremo a perdere giocatori, idee e credibilità.

Il cambiamento non arriverà da chi difende lo status quo: arriverà solo da chi ha ancora il coraggio di dire e di affrontare la verità.

BIO: SHADE ASHOUR

Dopo aver ottenuto le licenze UEFA presso la Real Federación Española de Fútbol, ho iniziato la mia carriera da allenatore in Italia, accumulando esperienze significative nel settore giovanile. Ho ricoperto il ruolo di primo allenatore nei campionati Elite, dalla fascia B dei Giovanissimi fino agli Allievi, e ho collaborato con l’A.C. Chievo Verona, occupandomi principalmente dell’Academy in Cina.

Successivamente, ho avuto l’opportunità di lavorare con la FC Barcelona Escola negli Stati Uniti. Nel 2019, mi sono trasferito in Inghilterra, dove ho allenato nell’Academy dell’AFC Wimbledon e del Reading FC, avendo così l’opportunità di confrontarmi e mettermi alla prova nel calcio inglese.

Attualmente, ricopro il ruolo di responsabile dell’attività di base nell’AF Wimbledon, dove seguo la formazione dei ragazzi dagli Under 7 agli Under 12, con l’obiettivo di sviluppare il loro talento e massimizzare il loro potenziale.

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