“IO, IL FALLIMENTO DEL CALCIO ITALIANO” non è un atto d’accusa, né una provocazione fine a sé stessa. È il racconto di un sistema che, mentre continua a celebrare il proprio passato, fatica a costruire il proprio futuro. Attraverso lo sguardo di un italiano che vive e lavora nel calcio inglese, questo articolo, diviso in 5 parti, prova a mettere a fuoco limiti strutturali, resistenze culturali e occasioni mancate del nostro movimento per capire non solo dove stiamo fallendo, ma soprattutto perché.
ELENCO CAPITOLI:
IO, IL FALLIMENTO DEL CALCIO ITALIANO (1^ PARTE)………………………………………………
L’ALLENATORE NEL CALCIO GIOVANILE (1^ PARTE).…………………………………………………
L’ALLENATORE E LE LICENZE UEFA (1^ PARTE)…………………………………………………………
I CAMPIONATI GIOVANILI (2^ PARTE) ………………………………………………………………………
LA REGIONALIZZAZIONE (2^ PARTE)……………………………………………………………………….
LE ROSE A “NUMERO CHIUSO” (2^ PARTE)……………………………………………………………..
LE CATEGORIE DELLE ACADEMY INGLESI (2^ PARTE)………………………………………………
ITALIA – CLASSIFICAZIONE SCUOLE CALCIO: LIVELLO 1 -2 – 3 (2^ PARTE) .……………..
LA DIVISIÓ DE HONOR SPAGNOLA (2^ PARTE)…………………………………………………………
ITALIA: REGIONALIZZAZIONE E “ROSE CHIUSE” (3^ PARTE)……………………………………
FORMAT E FORMAZIONE DEI GIOCATORI (3^ PARTE)………………………………………………
E IN ITALIA? (3^ PARTE)………………………………………………………………………………………….
LE ATTIVITÀ PRE-GARA (3^ PARTE)………………………………………………………………………..
LE REGOLE DEL GIOCO (3^ PARTE).………………………………………………………………………..
IL LAVORO SUL CAMPO (3^ PARTE).………………………………………………………………………
IL CALCIO DI STRADA (4^ PARTE)………………………………………………………………………….
IL MITO DELL’ 1 VS 1 (4^PARTE)..…………………………………………………………………………..
GIOCO A DUE TOCCHI (4^ PARTE)…………………………………………………………………………
TECNICA, TATTICA E TATTICISMO (4^ PARTE).………………………………………………………
INGHILTERRA: LO SVILUPPO INDIVIDUALE (5^ PARTE)………………………………………….
IL FUTSAL COME MEZZO DI FORMAZIONE (5^ PARTE)…………………………………………..
I COSTI E LE RISORSE (5^ PARTE).…………………………………………………………………………
CONCLUSIONI (5^ PARTE)…………………………………………………………………………………….
————————————————————————————————————–
IO, SONO LO SPECCHIO DEL FALLIMENTO DEL CALCIO ITALIANO. Perchè? Le ragioni sono molte. Vediamole insieme.
Per fare ciò che faccio oggi sono stato costretto a emigrare in Spagna e ottenere lì le licenze UEFA B, UEFA A e UEFA PRO. Ottenerle in Italia sarebbe stato impossibile, pura utopia.
Una volta ottenute le licenze, per allenare, ho dovuto lasciare nuovamente il mio Paese. Questa volta destinazione Inghilterra. Avrei tanto voluto allenare a casa mia, nel mio Paese. Se nel Paese ritenuto da più parti tra i migliori del mondo in ambito calcistico mi hanno considerato all’altezza per allenare nel calcio professionistico, qualcuno, prima o poi, dovrà spiegarmi per quale motivo questo non mi sia stato permesso in Italia.
Se questo non è il riflesso di un sistema che non funziona allora cos’è? Mentre è già iniziato l’ennesimo Mondiale senza l’Italia, dalla mancata qualificazione a oggi si sono scatenati tutti: giornalisti, opinionisti, ex giocatori, allenatori, podcaster e persino i tiktoker… e davvero pochissimi sapevano di cosa stessero parlando. Parole vuote e frasi fatte di chi vede il risultato finale ma non conosce la radice del problema, di chi è capace di constatare solo le conseguenze — la terza, consecutiva, mancata qualificazione della nostra Nazionale ai Mondiali – senza provare a comprenderne le cause.
E questo, in realtà, lo posso anche accettare. Non posso pretendere che chi non lavori ogni giorno con i giovani possa cogliere a fondo i problemi reali. Comprendo bene che, dal punto di vista comunicativo, la polemica alimenti i social network, i podcast, le trasmissioni radiofoniche e televisive. Non è accettabile dalla Federazione!

https://www.figc.it/it/giovani/sviluppo-evolution-programme/evolution-programme/evolution-programme
Non è più tollerabile che, ancora prima dell’ennesima mancata qualificazione al Mondiale, sia arrivato il nuovo progetto federale, che tra l’altro nuovo non è: “L’Evolution Programme”. Un an- nuncio arrivato con tempismo quasi per- fetto, proprio a ridosso dell’ennesimo fal- limento. Un tempismo che rende difficile non pensare all’ennesimo paravento utile a costruire una narrazione preventiva, con il fine di dare l’impressione di un cambia- mento in atto, così da poter giustificare l’ennesimo disastro e, soprattutto, preservare posizioni e poltrone..
Non so quanti, tra opinionisti, ex giocatori, allenatori, podcaster, tiktoker e persino non ad- detti ai lavori, abbiano realmente letto dall’inizio alla fine l’Evolution Programme, il progetto che dovrebbe risollevare il calcio italiano. Perché basta leggerlo per accorgersi subito di una verità evidente: questo programma non affronta neppure uno dei problemi reali dei settori giovanili italiani. Peggio ancora, in alcuni casi li eleva al livello successivo, o li aggira magistralmente.
Non so quanti, peraltro, siano a conoscenza del fatto che l’“Evolution Programme” non sia in realtà un nuovo corso, bensì l’evoluzione del precedente “Evolution Programme”, che altro non è che la nuova denominazione, introdotta nel 2022, del programma di sviluppo territoriale FIGC SGS, sviluppato tra il 2020 e il 2021, che non è nient’altro che un’evolu- zione dell’istituzione dei Centri Federali Territoriali, avviata nel 2015. E se nel 2022 si è semplicemente scelto di adottare un termine inglese, perché si sa che la parola straniera tende spesso a conferire un’aura più elevata (una brunoise resta pur sempre un taglio di verdure a piccoli cubetti, anche se lo si vuole nobilitare per farlo sembrare qualcosa di più sofisticato), nel 2026 viene invece addirittura presentato con tanto di conferenza stampa, facendo passare la percezione di un cambiamento epocale. Tuttavia, nella sostanza, i punti chiave dell’evolu- zione dell’“Evolution Programme” rimangono gli stessi, così come restano invariati i risultati e la produzione di giocatori.
“La follia è fare sempre la stessa cosa e aspettarsi risultati diversi”.
Riassumendo: nell’evoluzione dell’Evolution Programme del 2026, il calcio italiano dovrebbe finalmente rinascere:
• Riportando la tecnica al “centro”;
• Attraverso centri di sviluppo territoriali per il calcio e il calcio a 5;
• Attraverso stage di formazione territoriale (al momento in fase di sperimentazione ma solo in Veneto e solo per alcune squadre al mese);
• attraverso una library di esercitazioni per lo più isolate e appartenenti a una concezione di calcio vecchia di trent’anni (con tanto di app scaricabile, quasi a volerla rendere più moderna per forma che per sostanza).
Questo è l’evoluzione del Evolution Programme! A questo punto il dubbio è tanto semplice quanto enorme: la FIGC è davvero consapevole dei problemi reali del calcio giovanile italiano e di quanto il proprio sistema sia ormai arretrato?
A mio avviso, le possibilità sono soltanto due: o chi ha ideato l’Evolution Programme non mette piede su un campo da calcio da più di trent’anni, oppure — ed è ancora più grave — l’obiettivo reale è mantenere la situazione attuale e…la propria poltrona.
Viene spontaneo chiedersi se qualcuno all’interno della federazione si sia mai realmente fermato a osservare cosa succede fuori dall’Italia. A capire come lavorano e cosa fanno le altre federazioni. A chiedersi perché riescano a produrre talenti con continuità e perché riescano a formarli e poi proteggerli nel tempo.
Perché tutto questo in Italia non accade più? Nelle pagine che seguono analizzerò quelli che considero i problemi reali — fornendo alle possibili soluzioni — mettendo a confronto i modelli delle Federazioni con cui ho avuto modo di confrontarmi negli ultimi quindici anni. Partirò volutamente dalla fine della catena. Da quella figura che, in realtà, è soltanto la punta dell’iceberg di un sistema inadeguato e ormai superato, ma che troppo spesso viene additata —— attraverso quelle parole vuote a cui mi riferivo prima — come la principale responsabile del fallimento del calcio italiano: l’allenatore del calcio giovanile.
L’ALLENATORE DEL CALCIO GIOVANILE
Spesso si sente dire che il problema del calcio giovanile siano gli allenatori: di come vogliano vincere campionati e tornei, di come basino tutto il loro lavoro sulla tattica collettiva, di come costruiscano squadre invece di sviluppare individualità, e di come i ragazzi con una maturazione anticipata vengano fatti giocare e selezionati a discapito del talento.
Tutto vero, ci sono passato anche io ma non è proprio così.
L’allenatore nel calcio giovanile prende degli stipendi irrisori che, nella stragrande maggioranza dei casi, non servono neanche a coprire le spese. L’allenatore del calcio giovanile è pura passione. Ma se nell’attività agonistica si perdono 3 o 4 partite, ciò che accade è semplice: l’allenatore viene cacciato. E l’amore che l’allenatore ha per questo gioco lo spinge a difendersi. Come? Creando squadre, facendo giocare i più maturi fisicamente, chiedendo il gioco a due tocchi, tentando di apparire “bello” e vincente con il proprio gioco, per crearsi uno status che gli permetta, nel caso venga cacciato, di avere una nuova chance di fare ciò che ama: il gioco del calcio.
Ma a quale costo? Non garantire la necessaria formazione dei giovani calciatori.
Quando si ingabbia un bambino in un determinato stile di gioco o in rigide idee tattiche, o nella limitazione, ad esempio, di non dribblare da dietro per evitare rischi e non perdere palla (e la partita), si sta fermando il talento e non lo si sta formando.
E allora viene spontaneo fare una domanda: negli ultimi dieci anni, in Italia, quanti giocatori realmente creativi, di livello europeo, sono emersi? Restando volutamente alla Serie A della stagione 2025/2026, vi sfido a trovare un Nico Paz, un Lookman, un Pulisic, un Leão, un De Ketelaere o un Yildiz italiano. Non ce ne sono. E questo non è un caso: è il risultato diretto di ciò che il sistema propone.
Qui in Inghilterra, ad esempio, nella stagione 2021/2022 perdemmo soltanto due partite, contro West Ham e Tottenham, mentre lo scorso anno la prima sconfitta arrivò solo a marzo.
Eppure il club non ha mai giudicato il mio lavoro sulla base di questi numeri, né mi ha fatto particolari complimenti per i risultati ottenuti. Allo stesso modo, nella stagione 2023/2024, quando i risultati faticavano ad arrivare, non ho mai ricevuto critiche legate alle sconfitte. Perché? Perché il risultato, di per sé, non interessa. Ciò che conta davvero è il percorso di crescita dei giocatori, il loro sviluppo individuale. È questo il parametro con cui viene misurata la qualità del lavoro svolto.
Quest’anno invece abbiamo vinto il titolo nazionale di futsal a St George’s Park. L’Academy Manager mi ha scritto un messaggio su whatsapp con due parole: “well done”. Il giorno dopo mi ha chiesto un meeting per chiedermi prove oggettive del trasferimento dal futsal al calcio e di come avremmo potuto spingerlo ulteriormente nella prossima stagione per favorire lo sviluppo dei giocatori.

(In Italia, invece, “nell’ambito del Programma di Sviluppo Territoriale sono stati inseriti anche i CST, Centri di Sviluppo Territoriali esclusivamente dedicati all’attività di futsal“, dove un numero ristretto di atleti selezionati (20) praticherà il futsal ma solo nelle categorie U13 e U15, con il principale obiettivo di valutarne un eventuale futuro inserimento nelle Nazionali giovanili, andando completamente controcorrente rispetto a quanto avviene nelle altre federazioni, europee e non, dove il modello duale trova applicazione non esclusivamente in relazione alle Nazionali, bensì principalmente per favorire il trasferimento di competenze al calcio con i conseguenti benefici per lo sviluppo dei giocatori). Se fossi invece diventato campione d’Italia, probabilmente,avrei potuto vivere di rendita…in virtù della vittoria di una competizione giovanile.
Questo è quello che accade in Inghilterra in termini di risultati. In questo sistema sai che il tuo valore non viene deciso da quello che vinci, ma dai giocatori che produci. Che il tuo rinnovo non dipende da una sconfitta ma da ciò che hai fatto per il giocatore, allenamento dopo allenamento.
Un completo cambio di prospettiva.
L’interesse non è nel risultato numerico delle partite ma nella traiettoria di sviluppo che il giocatore dimostra durante la stagione. In cosa il giocatore è migliorato, cosa e come si è fatto per formarlo. L’allenatore è pertanto spinto a spostare il focus dal collettivo all’individuale andando ad ampliare le conoscenze di tecnica e tattica individuale per migliorare i propri ragazzi, senza pressioni di risultato che, come avviene in Italia, obbligano l’allenatore ad avere il focus sulla squadra e non sulle individualità, favorendo le precoci maturazioni che implicano scelte rapide e non lungimiranti, disperdendo così il talento.
Tutto ciò implica che l’allenatore indossi nuove lenti, focalizzate sul singolo (all’interno del collettivo),sulle relazioni tra due e più giocatori, migliorando le proprie conoscenze per poi condividerle con i giocatori. Vi assicuro che mettere una squadra in campo è la cosa più semplice del mondo. Sviluppare un giocatore dentro la squadra, invece, richiede competenze molto più profonde. Per favore non fraintendetemi: qui in Inghilterra ogni partita viene giocata per vincere: dagli Under 9 alla prima squadra. Eppure, in Italia, il calcio inglese è costantemente elogiato per agonismo, intensità e per il semplice fatto che le partite vengano giocate sino all’ultimo secondo, a prescindere dal risultato. I risultati sono solo un ulteriore mezzo per capire se il percorso intrapreso stia realmente favorendo lo sviluppo del giocatore, non l’obiettivo finale. Ciò che rimane davvero importante è la formazione dei giocatori.
Tornando all’Italia, ciò che non si vuole realmente capire è che il prototipo dell’allenatore sia la conseguenza di un sistema e di una cultura che può, ahinoi, determinare la mancanza della necessaria formazione dei giocatori.
L’ALLENATORE E LE LICENZE UEFA
Iniziamo da un punto basilare che raramente ho sentito menzionare dai grandi “esperti” e che la Federazione vorrebbe bypassare attraverso gli stage di formazione territoriale. Un punto che fa sorridere ma anche riflettere: il calcio giovanile italiano è l’unico contesto in cui si può stare a contatto con un bambino senza alcuna qualifica e senza che venga effettuato alcun vero controllo da parte della Federazione.
Se domani decidessi di diventare istruttore di nuoto o, perché no, maestro di asilo nido, senza una qualifica verrei giustamente deriso. Nel calcio italiano, invece, è la norma. E non perché gli allenatori in Italia non abbiano voglia di formarsi, tutt’altro. Qualche tempo fa un amico allenatore — anche lui innamorato di questo gioco — celebrava sui social l’accesso al corso UEFA C dopo più di 10 anni da allenatore. Come è possibile tutto questo?
La verità è che la FIGC, attraverso il sistema delle graduatorie a punti di fatto preclude a molti la possibilità di formarsi.
Di seguito l’ALLEGATO A presente nel Bando di ammissione al Corso per l’abilitazione ad Allenatore UEFA C della FIGC che stabilisce la graduatoria dei corsisti sulla base dei punteggi ottenuti in presenza dei requisiti indicati:




Sono consapevole che un patentino non renda automaticamente bravo un allenatore ma le conoscenze di base servono quantomeno a capire cosa non fare, soprattutto con i giovani, evitando di compromettere anni fondamentali dello sviluppo e di ostacolare l’educersi del talento.
Come avviene in Spagna e in Inghilterra, i corsi sono fondamentali affinchè la Federazione fornisca una linea guida chiara: definire come e che tipologia di giocatori si vogliono formare, costruire un percorso condiviso a livello nazionale (cosa che anche la FIGC, attraverso gli stage di formazione territoriale, sta ora facendo, in maniera sperimentale, ma solo in Veneto e solo per alcune società).
Sebbene anche Mister Arrigo Sacchi affermò: “Non ho mai saputo che per diventare un bravo fantino occorresse essere stato, prima, un cavallo”, in Italia i corsi restano preclusi a molti.
Di fatto gli accessi sono riservati agli ex giocatori, attraverso il sistema di definizione della graduatoria dell’ALLEGATO A. Chi riesce ad accedere all’UEFA B — (che oggi si ottiene attraverso la licenza ‘D’ e la qualifica UEFA C) — salvo rarissime eccezioni e, ahinoi, attraverso le solite, importanti ,conoscenze — può poi proseguire verso l’ UEFA A. L’ UEFA PRO, invece, è una licenza, sostanzialmente, da dimenticare.
Cosa hanno in comune Mourinho, Villas-Boas, Tuchel e Nagelsmann? Non il fatto di non essere stati calciatori professionisti, né quello di aver vinto coppe europee o campionati nazionali. La cosa più importante che li accomuna è uno sola: non essere italiani! Se lo fossero, forse, non avremmo mai sentito parlare di loro.
Ma non è questo, in realtà, il punto. Qui si parla di calcio giovanile e di formazione: se si preclude agli allenatori la possibilità di qualificarsi, ciò che poi si propone in campo non può che essere il già conosciuto, cioè modelli riprodotti del passato, spesso derivati dall’esperienza da giocatori e che comunque risale al passato.
Il calcio evolve ed evolvono le metodologie di allenamento. Ciò che funzionava trent’anni fa, quando si giocava per strada, oggi non è più attuale. Si continua a sostenere che si debba rimettere la “tecnica al centro” ma non si dice come farlo o, peggio, si pensa di poterlo fare senza tener conto di ciò che ci dicono i recenti studi e le recenti teorie nonchè le ricerche e le pratiche che riguardano l’apprendimento e lo sviluppo motorio. La “tecnica” non è forse una sequenza di gesti motori che permettono al giocatore di risolvere le situazioni di gioco? In altre parole agli allenatori non viene garantita una formazione aggiornata.
La Federazione italiana anziché aprire i corsi a tutti gli allenatori, consentendo loro di formarsi per poi poter formare i giocatori, sceglie di aggirare il problema della qualificazione inventandosi, nel “nuovo” Evolution Programme, gli Stage di Formazione Territoriale: un programma itinerante mensile (almeno per quanto si riesca a capire), peraltro in fase sperimentale e attivo esclusivamente in Veneto — che prevede l’organizzazione di workshop mensili all’interno dei club. Nei workshop vengono affrontati temi metodologici e psicopedagogici e trasmesse linee guida operative. Ma solo alcuni club al mese avranno l’onore di questo privilegio. E al momento, sottolineiamo, solo in Veneto.
Di seguito la descrizione degli stage di Formazione Territoriale fornita dalla FIGC sul proprio sito


Tradotto: i corsi UEFA, quelli in cui un allenatore si dovrebbe formare davvero e acquisire una qualifica reale, restano di fatto chiusi; al contrario, attraverso gli Stage di Formazione Territoriale si vuole far passare l’idea che con un incontro di un’ora, forse due, un allenatore di settore giovanile possa trasformarsi improvvisamente in un “super allenatore”, restando senza alcuna qualifica.
Ancora più paradossale è l’introduzione agli Stage di Formazione Territoriale sul sito della FIGC, dove si legge che “la formazione è il cuore operativo delle proposte del SGS”. Ma questa è davvero formazione? Perchè non aprire i corsi UEFA e formare realmente gli allenatori?
Per fare un semplice paragone e rendere chiaro come i workshop dovrebbero essere solo una cosa in più e non una nuova fase “innovativa”, in Inghilterra ogni Club, tra i requisiti necessari per mantenere lo status di categoria, deve organizzare workshop interni durante la stagione. A questi incontri è sempre presente un tutor della FA, e ogni workshop viene registrato direttamente nel profilo della FA (Football Association) dell’allenatore.

Figura 3 : Estratto della mia pagina personale FA dove vengono caricati i workshop
Sia chiaro: gli Stage di Formazione Territoriale, come principio teorico, hanno senso, perché favoriscono la formazione continua. Ma la formazione continua presuppone che, alla base, l’allenatore sia già qualificato.
Gli stage di formazione territoriale sono una soluzione palliativa, la Federazione dovrebbe invece aprire i corsi UEFA, fino al PRO, a chiunque abbia il desiderio di formarsi. Con coraggio. Un ex giocatore verrà sempre preferito a chi non ha mai giocato: nessuno, quindi, “toglierà il posto” a nessuno.

Gli ex giocatori professionisti possono continuare a dormire sogni tranquilli. Aprire la formazione permetterebbe però di alzare il livello complessivo: allenatori più preparati, giocatori meglio formati, maggiore cultura calcistica. Forse, in questo modo, il risultato e la tattica tornerebbero a essere strumenti e non ossessioni, lasciando al centro l’unico vero obiettivo, almeno fino alla prima squadra: formare giocatori.
Credo che non sia sbagliato dire che la Spagna, nel recente passato, si sia portata avanti anni luce rispetto all’Italia per qualità e quantità di talenti formati. Una delle ragioni sta proprio nel fatto che in Spagna i corsi Uefa sono aperti a tutti. Quando avevo 24 anni mi sono iscritto al corso UEFA B della RFEF di Madrid dal mio computer di casa a Roma. Sono stato poi convocato per una prova per accedere al corso. A 26 anni ho ottenuto la licenza UEFA Pro. Sì, proprio così: non un sistema a punteggio basato sulla carriera da calciatore, ma una prova tecnica e un percorso aperto.
Perché la Federazione spagnola consente l’accesso a tutti senza discriminazioni legate alla carriera da giocatore mentre in Italia sembra la cosa più difficile al mondo? I benefici sono evidenti: maggior accesso alla formazione significa avere migliori allenatori e, conseguentemente, migliori giocatori.

In Inghilterra il sistema è diverso, è strutturato su cinque livelli e rimane comunque piuttosto accessibile. Si parte dal livello 1 e si può conseguire la Licenza UEFA C già al livello 2 con requisiti di accesso minimi.
Per accedere alla Licenza UEFA B, che corrisponde al livello 3, è necessario dimostrare un’esperienza pratica come allenatore, allenare attivamente in Inghilterra e presentare referenze del club in cui si opera. La FA ha inoltre introdotto una novità importante che consente di saltare i primi due livelli, integrandoli direttamente nel percorso del livello 3 che porta all’ UEFA B.
Il livello 4 corrisponde alla Licenza UEFA A e richiede una lettera di referenza del Club oltre all’attività di allenatore nel calcio a 11. Il livello 5 coincide invece con la Licenza UEFA PRO, che è a numero chiuso e prevede un processo di selezione particolarmente rigoroso. Anche se l’accesso all’ UEFA Pro è estremamente selettivo, gli allenatori possono comunque progredire fino all’ UEFA A. Senza patentino non è possibile allenare!
Ma non solo: in Inghilterra ogni allenatore viene affiancato da un tutor della FA che lo segue in maniera costante, sia durante le partite sia nelle sedute di allenamento. Questo tutor, dotato di telecamera, registra le sessioni e le gare monitorando anche la comunicazione dell’allenatore in campo. Successivamente, tutto il materiale viene analizzato e trasformato in un report dettagliato, accompagnato da domande mirate e feedback strutturati pensati per stimolare riflessione, confronto e miglioramento.
La funzione di questo sistema è chiara: sviluppare l’allenatore per migliorare i giocatori, garantire l’allineamento con le linee guide indicate dalla FA e, di conseguenza, contribuire alla crescita complessiva del sistema oltre che alla produzione di talenti nazionali.
La FA, inoltre, negli ultimi 15 anni, ha introdotto due percorsi specifici: Youth Awards e Youth Advanced Awards, corsi dedicati esclusivamente alla formazione e alla massimizzazione del talento giovanile. Nel mio caso, come Foundation Phase Lead al Wimbledon, pur avendo l’ UEFA PRO, non avrei potuto lavorare senza lo Youth Advanced Award.
In Italia, invece, si arriva ancora ad avere allenatori non qualificati a contatto con bambini Under 7.
FINE 1^ PARTE…CONTINUA













2 risposte
Prospettiva interessante; personalmente ho avuto la fortuna di approcciarmi alla “carriera” di allenatore giovanile con colleghi che mi hanno trasmesso tanta voglia di mettere in discussione quanto visto dall’altra parte della barricata, quando ancora giocavo. Il danno ulteriore che secondo me si fa quando per anni un formatore allena senza patentino è che, come ho constatato nel corso uefa c, una volta che si riceve la formazione c’è una sorta di rigetto perché “si è sempre fatto in un altro modo”, e quello che viene insegnato sono solo “teorie inattuabili, soprattutto nel calcio dilettantistico”. Far accedere invece immediatamente alla formazione chi vuole diventare allenatore di calcio giovanile permetterebbe di intercettare quella curiosità e quell’entusiasmo di chi si approccia per la prima volta ad un nuovo ruolo e che invece dopo anni sono schiacciati dalle convinzioni personali.
Ciao Davide, grazie per il tuo messaggio. Concordo pienamente. Formare gli allenatori all’inizio del percorso sarebbe fondamentale anche da questa prospettiva e, forse, permetterebbe anche di creare una generazione di tecnici abituata a formarsi continuamente, alimentando quella curiosità e quell’apertura mentale che giustamente menzioni