Cosa succede davvero sui campi dove crescono, o si spengono, i talenti italiani.
L’Italia non andrà ai Mondiali del 2026. Terza esclusione consecutiva, dopo Russia 2018 e Qatar 2022 e mentre cerchiamo colpevoli, i numeri raccontano che il problema non è chi siede nella panchina della nazionale ma cosa succede sui campi di periferia dove a bambine e bambini di otto/nove anni stanno già insegnando la tattica del fuorigioco.
I dati FIGC del ReportCalcio 2025 sono spietati: in Serie A 2023/2024 solo il 2,3% del minutaggio totale è andato a calciatori italiani Under 21, e appena l’1,7% dei gol è arrivato da loro, gli italiani Under 21 incidono per l’1,5%. La Serie A è terzultima tra i principali campionati europei per utilizzo di calciatori formati nel proprio vivaio, ferma al 6,6%, è sostanzialmente un altro mondo.
Si dice spesso che la colpa è di chi viene da fuori, secondo me è una mezza verità. La Serie A ha il 62,5% di stranieri in rosa, la Premier League circa il 67%, e produce comunque talenti a ripetizione. Il vero problema forse è chi non riesce a uscire dall’interno.
Il paradosso dell’allenamento
Simone Perrotta, campione del mondo 2006 e oggi nello staff della riforma federale, ha riassunto la questione con una frase che vale più di mille analisi tattiche: “Un bambino oggi sta 3-4 ore a settimana al campo con il pallone, ai miei tempi ci stavamo 3-4 ore al giorno a giocare a pallone e sperimentavamo senza l’adulto, giocavamo”
Una settimana contro una giornata, questo è il vero divario, ai più piccoli stiamo togliendo il pallone proprio nell’età in cui dovrebbe averlo incollato ai piedi. Il gioco libero, quello senza fischietto e senza schema, insegna cose che nessuna seduta organizzata può insegnare, gestire spazi stretti con regole inventate, decidere senza un adulto che dice cosa fare, sbagliare senza paura di essere sostituiti.
In Italia abbiamo sostituito tutto questo con il campo a sette o nove, le casacche colorate, il fischietto dell’allenatore ogni venti secondi, la pressione del risultato già a nove anni. Abbiamo sostituito il gioco con l’esercizio e ci stupiamo che escano fuori esecutori e non creatori?
Cosa ha fatto davvero il Belgio
Dopo l’uscita umiliante da Euro 2000, ospitato in casa, la federazione belga rifondò tutto. All’inizio degli anni duemila Michel Sablon, nuovo direttore tecnico, girò il paese per due anni filmando partite giovanili e studiando i modelli francese e olandese. Si presentò all’Università di Leuven con 1.600 ore di filmati di partite 11 contro 11 dei settori giovanili belgi.
Il risultato fu un metodo dal nome strano, G-A-G, con regole semplicissime, applicate ovunque, fino ai sette anni due contro due, dai sette ai nove anni, cinque contro cinque, dai nove agli undici, otto contro otto ,su metà campo. Niente partite a undici, niente schemi imposti, solo situazioni di gioco in spazi ridotti, dove il pallone arriva ai piedi di chiunque decine di volte ogni minuto. Vittoria e sconfitta secondarie rispetto al divertimento.
Dieci anni dopo quella generazione si chiama De Bruyne, Hazard, Lukaku, Courtois, Mertens, Witsel. Un caso o una programmazione?
Ingabbiati prima ancora di saper toccare la palla
Buona parte di chi allena nei settori giovanili italiani ha studiato e ha preso patentini UEFA e attestati. Sa cos’è il rondo, conosce Guardiola, ha letto Cruyff, il problema è che applica tutto questo a bambine e bambini che ancora non hanno ancora una coordinazione efficace, non controllano un pallone in corsa, non capiscono perché dovrebbero stare in linea. È come voler insegnare la grammatica a chi non sa ancora parlare.
Sotto i dodici anni servirebbe una cosa sola… toccare il pallone migliaia di volte a settimana. Schemi, fasi di gioco, pressing arrivano dopo, se arrivano troppo presto, bloccano la crescita invece di accelerarla.
E poi c’è la questione del risultato, lo stesso Perrotta, alla presentazione della riforma del 18 marzo 2026, ha dichiarato: “Sono dieci anni che mi chiedo per quale motivo esistono promozioni e retrocessioni nei dilettanti mentre invece nei professionisti, ad eccezione della primavera, non sono presenti le retrocessioni.” Vincere a undici anni non significa nulla, anzi, falsa tutto. Le squadre che dominano nei piccoli sono quelle con bambine e bambini più sviluppati fisicamente, non i più dotati tecnicamente, chi ha più talento tecnico, piedi rapidi ma corpo piccolo, viene tenuto in panchina perché “non rende” ma così li perdiamo.
La verità che fa paura
Oltre al già citato Perrotta, nel progetto federale ci sono: Viscidi come direttore tecnico, Zambrotta sulle linee guida 5-12 anni e Prandelli consulente. Sulla carta è la prima vera presa di coscienza dopo vent’anni. Ma una riforma vale per quello che cambia sul campo, non per i nomi della conferenza stampa e sul campo serve una cosa sola, ed è quella che fatichiamo a dare, lasciar giocare ragazze e ragazzi senza ingabbiarli.
Allenatori e allenatrici che parlino di meno e osservino di più, partitelle tre contro tre per quaranta minuti invece di esercizi a stazioni con il cinesino. Tornei senza classifica fino ai tredici anni, perché a quell’età vincere falsa tutto e, soprattutto, accettare l’idea scomoda che la creatività non si insegna ma si lascia nascere, si protegge dal troppo ordine, si coltiva nel disordine intelligente del gioco libero.
Il calcio giovanile italiano sta fallendo (davvero?) non perché lavora poco, ma perché lavora troppo nel modo sbagliato. Abbiamo organizzato il talento fino a farlo scomparire e abbiamo trasformato il gioco più semplice (e più bello) del mondo in un mestiere che inizia a sei anni.
La rivoluzione vera è restituire a bambine e bambini il diritto di giocare a calcio senza che sia già un lavoro. Il diritto di sbagliare senza un adulto che spiega l’errore, il diritto di divertirsi senza dover vincere.
E adesso?
Se alleni, prova per un mese a togliere un esercizio analitico a settimana e a sostituirlo con una partita senza regole, lascia che gli elementi della tua squadra rischino, provino e sbaglino. Se sei nella dirigenza di una società, smetti di valutare allenatori e allenatrici in base alla classifica. Se sei un genitore, la prossima domenica resta in silenzio, o limitati a incoraggiare, per tutta la partita, tuo figlio o tua figlia e guardiamo insieme cosa succede. Sono convinto che torneremmo a scoprire i nuovi Baggio, Maldini, Totti e Del Piero…
La rivoluzione non deve partire solo dalla federazione. La rivoluzione parte da tutti noi, dal prossimo allenamento.
Fonti
- FIGC, ReportCalcio 2025 (15ª edizione, Centro Studi FIGC con AREL e PwC Italia), dati sulla stagione 2023/2024 (pubblicato luglio 2025)
- Tuttomercatoweb, “Quanti stranieri in Serie A. E i giovani italiani non segnano più: i dati FIGC”, 31 luglio 2025
- Sky Sport, “Calcio italiano, report Figc 2025: in aumento tesserati e ricavi”, 31 luglio 2025
- Sprint e Sport, “Caos Italia, la proposta di Spalletti: ‘Un Under 19 in campo in ogni partita di Serie A'”, 7 aprile 2026
- Olympics.com, “Italia fuori dai Mondiali: azzurri sconfitti dalla Bosnia”, 31 marzo 2026
- FIGC.it, “La FIGC vara il nuovo progetto tecnico del calcio giovanile italiano”, 18 marzo 2026
- Calcio e Finanza, “Meno tattica e più tecnica: la FIGC vara il nuovo progetto per il calcio giovanile”, 18 marzo 2026
- Bianconeranews, “Perrotta: ‘Progetto FIGC con Zambrotta, da oggi si investirà sulla formazione dei tecnici'”, 18 marzo 2026
- IVG.it, “Belgio: metodo G-A-G per la nuova generazione di talenti”, 30 gennaio 2016
- Rivista Undici, “Lo statalismo a zona”, 13 novembre 2015
- Cronache di Spogliatoio, “Il metodo geniale con cui venne scoperto Dries Mertens”, 1 maggio 2020
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BIO: Gian Luca Bertaccini
Nella vita professionale Mi occupo di vendite e gestione di reti commerciali, traducendo i numeri in obiettivi condivisi e crescita delle persone. In campo, come allenatore, applico la stessa filosofia: mettere la persona al centro del progetto per costruire il gruppo. Attraverso le mie “Riflessioni di Campo” amo condividere pensieri e analisi sullo sport oltre il risultato, convinto che l’educazione sportiva sia ancora la base di qualsiasi tattica.











8 risposte
Sono d’accordo sulla analisi fatta ,aggiungo che noi giocavamo 20 contro venti in spazi ridotti all’oratorio e se arrivavano altri entravano senza distinzioni. Altresi facciamo finita con le parole fino a quando i regolamenti consentono di portare via i bambini più bravi dalle piccole società per consentire alle altre di fare più squadre nella stessa categorie piccoli amici ,primi calci pulcini e esordienti per poi vincere 5 a 0 minimo . Quando poi passiamo all’gonistica con regionale élite ecc. Sono sempre le stesse che si affrontano , ma nel frattempo tutto il serbatoio della preagonistica è andato perso. Avrei molto altro essendo da 60 anni nel calcio giovanile,ma penso che tanti sanno ma vince sempre il ” Dio ” danaro ,iscrizioni tesseramenti affitti campi o concessioni comunali sempre più difficili senza meritocrazia, basta avere più potere economico.
Sono d’accordo con il succo del discorso. Trovandomi però spesso a confronto con video di esercitazioni di bambini in fascia 6-12 anni di squadre inglesi/spagnole/olandesi/tedesche, non vedo tutta questa differenza nel numero di informazioni e limitazioni che vengono fornite ai ragazzi prima/durante le esercitazioni. La differenza enorme che trovo è invece nella qualità di queste informazioni, nel come e quando vengono comunicate. Vedo allenatori di bambini che propongono continuamente esercitazioni con il limite massimo di due tocchi, in alcuni casi dai 10 anni in su a mio parere nemmeno totalmente sbagliate, ma che in questi casi vengono usate come scorciatoia per limitare gli errori ed evitare di insegnare al bambino a capire il gioco. Il problema non sta secondo me nella poca libertà lasciata ai ragazzi, per lo meno nella maggior parte dei casi, ma sta più nel modo in cui i ragazzi vengono guidati e accompagnati nel percorso di comprensione del gioco. Mi capita molto spesso curiosando tra settori giovanili di squadre dilettantistiche di trovare già nei pulcini allenatori che praticano sistematicamente la costruzione palla a terra dal portiere perché “bisogna giocare” o addirittura “bisogna fare un bel calcio”. Punto primo, se siamo ancora al punto in cui costruzione bassa palla a terra sistematica=”bel calcio” siamo rovinati, punto secondo, a un bambino di 8 anni cosa cavolo può mai fregare del bel calcio? Il problema non sta nel lasciare i bambini liberi di scegliere se calciare lungo o giocare corto o qualsiasi altra possibilità, ma nel modo a cui lo introduco a questa scelta, nel modo in cui lo aiuto a muoversi dentro al gioco comprendendone problemi e soluzioni, certo garantendo assoluta libertà ma senza (uso un termine forte probabilmente inappropriato) deresponsabilizzarmi come allenatore.
Buonasera Nicolò, grazie per il tuo intervento (ok se ci diamo del tu?). Provo a rispondere senza ergermi a risolutore del problema ma solo portando il mio vissuto. Parto dall’obbligo dei due tocchi: perchè? porre delle limitazioni ci allontana dalla realtà del gioco ed è nella sua complessità che i bambini/e apprendono. “Siamo rovinati”, almeno dal mio punto di vista, se non incoraggiamo i bambini a collaborare e a giocare a calcio, esponendosi all’errore. Tra l’altro fino ad una certa età non tutti hanno la forza necessaria per calciare il pallone là davanti. Non si tratta di bel gioco o di costruzione, si tratta di giocare. Così l’allenatore si responsabilizza diventa colui che accompagna, colui che mette nelle condizioni di apprendere. Il cosa è importante ma, ancor di più, come dici tu, lo è il come lo propongo.
A presto e ancora grazie per il commento.
Filippo
Ciao Filippo, diamoci pure del tu, mi fa molto piacere la tua risposta. Temo però che di non essere forse riuscito a esprimermi con la massima chiarezza, d’altronde esplorare questi temi in una manciata di righe di commento è un’impresa. Il pensiero che ho tentato di elaborare in relazione all’articolo, metteva l’accento più che sulla quantità delle limitazioni e delle informazioni che diamo ai bambini, sulla qualità di esse. I due esempi che ho portato (questione due tocchi e costruzione bassa sistematica) sono secondo me due casi di limitazioni che vengono date in maniera non qualitativa, finendo per danneggiare la capacità di leggere il gioco dei bambini e dei ragazzi e di conseguenza la capacità di esprimersi in esso. Per quanto riguarda i due tocchi, come già scritto in casi sporadici propongo questo tipo di limitazione (es. Esercitazioni che hanno focus su primo controllo, postura, scanning etc.), ma perché mai dovrei fare una partitella a due tocchi? A che scopo? Come scritto nel commento è solo una scorciatoia per evitare che i ragazzi sbaglino e di conseguenza comprendano meglio le situazioni. Per quanto riguarda la costruzione bassa certo, bisogna giocare, per come la penso giocare in queste situazioni vuol dire cercare far progredire la palla in maniera pulita il prima possibile oltre le linee di pressione, trasmettendo o conducendo dentro le stesse, non muovere palla 50 volte da destra a sinistra a pochi metri dalla linea di fondo. Così facendo è ovvio che i ragazzi soprattutto inizialmente saranno molto esposti agli errori. Il problema è che durante questi miei anni di esperienza ho sentito tanti allenatori dire “faccio la costruzione dal basso perché voglio fare un bel gioco”, magari sbraitando come un ossesso ad ogni errore, e quasi nessuno aiutare i ragazzi a comprendere l’importanza di coltivare il coraggio di non buttare la palla sotto pressione, di accettare l’errore che può derivarne, oltre alle utilità nella crescita tecnica e tattica, senza neanche nominare la parola “costruzione” che non serve a niente a quell’età. Gli allenatori del primo tipo portano giocatori sfiduciati, che fanno cose senza sapere perché le fanno, non capiscono perché sia importante per loro perdere palla 5-6 volte a partita a pochi metri dalla porta. Spesso questi ragazzi finiscono per diventare addirittura ostili all’apprendimento, e mi è capitato tante volte di constatarlo. Questo esempio ancora più del precedente per definire come a mio parere non sia un problema di ingabbiamento o di troppe informazioni che diamo ai ragazzi, ma di come le diamo.
Ciao Nicolò, si, hai ragione, difficile racchiudere in poche righe un pensiero metodologico. Purtroppo empatia, sensibilità sono qualità sempre più rare a volte per l’attitudine dell’allenatore, altre perchè no riesce a gestire la pressione che riceve dalla dirigenza in relazione al risultato. Il come è ancora più importante del cosa. Grazie.
Filippo
Lascio un commento. Riflessioni che ci possono stare e ci stanno, ma purtroppo si gira attorno ad un problema che ha una sua identificazione e si concretizza sul cosa fare e come fare. Il Calcio è sport complesso in quanto va identificato in attività COGNITIVA e come tale va allenato. Fino a una trentina di anni addietro l’aspetto cognitivo poteva avere un trattamento diverso ora la situazione e molto variata e gli allenatori non riescono a focalizzare il PERCHÉ E IL COME. Quindi procedono sul concetto Funzionale venendo meno alla costruzione COGNITIVA. RISULTATO : giocatori costruiti ed allenati all’80% del loro potenziale. Ecco perché non si riesce più ad andare ad un mondiale. I bambini e ragazzi sono cambiati nei loro modi di condurre la propria esistenza e quindi gli allenatori devono culturalmente variare il loro modello allenate. Nella scaletta delle discipline figurano sport Funzionali ( Ciclismo, Atletica Leggera, nuoto,ecc); sport Semicognitivi ( Pallavolo, Tennis, ecc) e Sport Cognitivi ( Calcio, Pallacanestro,Rugby, Pallamano ecc). Tutti gli sport sono belli ma la loro complessità è assai differente specie in giovane età
Buongiorno Cesare, grazie per il commento. Credo che in questo blog possa trovare diversi contributi riguardanti la complessità del calcio (vedasi il nome del blog) e la sua specificità.
Complimenti mister per l’articolo e grazie di averlo condiviso con tutti noi !
Articoli così riportano sempre all’essenza più pura del tutto. Forse, dopo tutto, la semplicità altro non è che la naturale presenza di naturale complessità all’interno delle naturali e fisiologiche attività terrene.
W il Gioco, W il Calcio.
Manuel Lamecchi