THE OUT-SKIRT OF FOOTBALL – 29 – ALEXIA PUTELLAS: ADDIO ED ETERNITÀ

Il video si apre nell’ombra. Un buio quasi totale, interrotto solo da un respiro. Poi lentamente la luce inizia a entrare, come se il tempo stesso esitasse ad avanzare. Prima una sagoma indistinta, poi i lineamenti che emergono. E infine lei. Alexia Putellas è davanti a un leggio, immobile per un istante che sembra infinito. Gli occhi lucidi, la mascella che trattiene l’emozione, le mani che cercano appiglio nell’aria prima ancora che nelle parole. La voce arriva spezzata già dal primo respiro e mentre prova a parlare, il montaggio la tradisce e la protegge allo stesso tempo: la bambina che arriva al Barcellona, gli allenamenti, le prime vittorie, le cadute, gli infortuni, le ripartenze, i gol.

Quattordici anni in cui la sua storia si è intrecciata a quella del Barcellona senza soluzione di continuità. E proprio qui, a Barcellona è diventata tutto ciò che il calcio femminile moderno può raccontare: dominio, estetica, identità, rivoluzione.

38 trofei.
4 UEFA Women’s Champions League.
10 campionati.
10 Copa de la Reina.
4 Supercoppe di Spagna.
2 Palloni d’Oro.
Oltre 500 partite.
232 gol.

Nel momento dei saluti, quando si è abituati a leggere il finale come una discesa naturale dopo la vetta, questa storia smentisce ogni previsione: quest’anno ha vinto 4 trofei vinti ed è stata mvp della Champions.

Una stagione in cui gli infortuni avevano svuotato la squadra, lei ha riempito ogni vuoto possibile. Eppure va via adesso quando è ancora al massimo perché lo aveva promesso: il giorno in cui non avrebbe più potuto difendere questi colori al cento per cento, si sarebbe fatta da parte. E se c’è una cosa che Alexia non ha mai sbagliato è il timing.

“Se dovessi immaginare un finale perfetto, sarebbe questo. Una storia perfetta”.

La sua non è mancanza d’amore, ma rispetto assoluto. E per quanto dire addio possa essere doloroso, farebbe più male rimanere sentendosi come un ostacolo alla grandezza di ciò che ami.

“Ieri mi sentivo completamente vuota, mi faceva male il cuore. Oggi però mi sento piena d’amore”.

Sa che è la decisione giusta anche se fa male, anzi, soprattutto perché fa male. Ma si sente fortunata perché non a tutti è concesso il privilegio di poter decidere quando andarsene nonostante sia difficile lasciare una parte della propria vita.

“Il Barça è Alexia e Alexia è il Barça”, si sente dire spesso dai tifosi. Una frase semplice, quasi istintiva, che però racchiude un legame impossibile da sciogliere, nato molto prima dei trofei e destinato a restare anche dopo. Questo legame affonda le sue radici nell’infanzia. Suo padre Jaume, fin da quando era piccola, la portava al Camp Nou a guardare le leggende blaugrana muoversi su quel prato e scrivere la storia del club. Ed è lì che, senza saperlo, nasceva tutto. Guardando quel mondo da vicino, suo padre ripeteva con una speranza che sembrava più un destino che un sogno:
“Non posso morire senza vedere mia figlia nel primo team del Barça.”

Non ha fatto in tempo a vederla realizzare quel sogno fino in fondo. Per poche settimane, la vita non gli ha concesso di assistere al momento in cui la figlia avrebbe indossato e incarnato quei colori come nessun’altra. Proprio lì, al Camp Nou dove tutto è iniziato e dove del 2022, durante il Clasico di Champions c’erano 91.000 persone in piedi a cantare il suo nome trasformandola in qualcosa di più di una semplice capitana: un simbolo riconosciuto ovunque, capace di incarnare il Barça stesso.

Mentre tutte queste immagini si susseguono nel video, in sottofondo riecheggia Magnolias di rosalia che è carezza e ferita allo stesso tempo.

Un brano che parla di fragilità e rinascita, di bellezza che nasce dal dolore, di fiori che resistono al tempo come la memoria resiste alla perdita. In questo addio Alexia sta trasformando il dolore in lucidità, la perdita in amore consapevole. Sta scegliendo di non restare per abitudine, ma di andarsene per rispetto. Sta accettando che la vera forza non è trattenere, ma saper lasciare andare quando è il momento giusto. E per questo amore così grande non ci può essere spazio per nessun egoismo.

Così il testo della canzone sembra sovrapporsi alle parole della Capitana.

“Yo que vengo de las estrellas
Hoy me convierto en polvo
Pa’ volver con ellas.”

Come se anche la sua carriera fosse un ciclo naturale: arrivare, brillare, diventare parte del tutto.

E poi ancora:

“Promete que me protegerás
A mí y a mi nombre en mi ausencia.”

Una richiesta che suona come una responsabilità collettiva. Una preghiera a proteggere ciò che è stato costruito che non smette di esistere quando si finisce di farne parte ma diventa una responsabilità degli altri. Così questo addio non è chiusura ma continuità, una promessa reciproca per un amore comune.

E infine:

“Y quedaros despiertos hasta que vuelva otra vez la luz.”

Rimanere svegli e aspettare la nuova luce perché nulla finisce davvero quando ha cambiato la forma di un’intera generazione. Un passaggio di testimone a chi nella Masia è cresciuta avendo lei come idola e l’ha potuta vivere come guida.

Parlando proprio di loro Alexia ha detto: “La mia generazione ha smosso il mondo, loro se lo mangeranno”.

Alexia respira, guarda ciò che è stata e le persone che sono state con lei lungo questo viaggio.

Un addio per quanto doloroso e difficile da comprendere non chiude una storia, non cancella un’identità costruita in quattordici anni senza un solo giorno in cui questi colori non siano stati una seconda pelle.

Alcune luci non si spengono quando si allontanano, si moltiplicano.

Ed è così che si diventa eterni.

BIO: LAURA ZUCCHETTI

Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.

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