I VERI RISULTATISTI

Non più tardi di qualche giorno fa, pochissime rotazioni terrestri or sono, all’interno di un excursus cronologico volto a sottolineare quanto profetiche fossero state nel corso del tempo le  predizioni di ciò che ritenevo sarebbe inevitabilmente avvenuto (partendo dall’analisi del “percorso” effettuato dall’ormai ex guida tecnica del Milan nella di lui carriera, aspetto rimarcato per anni dal sottoscritto, non a posteriori ma anticipando preventivamente tutto), nell’annata appena conclusasi, ho apostrofato : “ e se uno degli emblemi attuali del “giochismo”, Luis Enrique, vincesse la seconda Champions League consecutiva (la terza in carriera), continuando a fare incetta di tutto da due anni (avesse anche vinto la finale del Mondiale per Club…), cosa sarebbe in realtà?

Un giochista?

O il migliore dei risultatisti?

Che ha vinto costruendo, dispensando calcio, elevando alcuni elementi precedentemente derisi al punto tale da consentirgli di vincere il pallone d’oro (nell’attesa di un probabile double con altresì almeno un altro paio di elementi meritevoli di conquistare il più prestigioso riconoscimento mondiale individuale), in una piazza che senza storia alle spalle doveva anche costruire personalità e spessore internazionali e dove aveva già fallito la triade Messi-Neymar-Mbappe?

E non inanellando, a differenza di qualcun altro, solo titoli nazionali pressoché già in bacheca prima che il campionato iniziasse, anzi in due circostanze rischiando di non portarli neppure a casa?”

Dove collocare, or dunque, secondo paradigmi meschinamente esclusivamente italici, l’allenatore asturiano?

Oggi volto per antonomasia iconicamente proiettato a sancire quanto vuote siano definizioni coniate solo per giustificare l’immenso vuoto contenutistico di chi è sinistro depositario dell’esaltazione del nulla?

Di chi ha sempre puntato a fare il minimo disabituando la propria squadra ad essere consapevole delle proprie possibilità, delle proprie intrinseche, indiscutibili, capacità; un surreale atteggiamento preventivo che oltre a comportare la dissipazione di tempistiche fondamentali nella qualità del gioco, nello sviluppo della manovra, nella circolazione della palla, ha sempre reso le squadre “allenate” totalmente ignare dei propri apici: i calciatori, come dimostrato da Luis Enrique negli anni parigini, hanno bisogno di constatare la sensazione di essere competitivi, di avere la serenità di poter pensare di poter segnare in ogni momento, di non ritenere chiusa una partita o una qualificazione realizzando come insormontabile l’idea di siglare reti sempre e comunque, all’occorrenza.

Non si può d’incanto scendere in campo in Europa e mostrare qualità mai allenate, tempi di gioco sconosciuti: a certi livelli non si sbaglia partita tecnicamente per incapacità dei singoli, come qualcuno ha voluto sempre lasciar intendere (“abbiamo giocato male tecnicamente” fra le frasi più inflazionate pronunciate perentoriamente ai microfoni nelle interviste immediatamente successive alla conclusione degli incontri, come se Bonucci, Pirlo, Pogba, Marchisio, Pjanic, Dybala, Higuain, Cristiano Ronaldo, ancora prima Ibrahimovic, Robinho, Seedorf e successivamente Modric, Rabiot e Pulisic giustamente non fossero in grado di passarsi il pallone) ma perché si forza la giocata non sapendo cosa fare col pallone.

Perché costringersi ad un calcio senza gioia che la modernità evidenzia anche non essere foriero di risultati all’altezza?

 Chiudiamo la questione e diciamoci una volta per tutte la verità: il termine “risultatista” è stato inventato da alcune menti semanticamente (nell’accezione filosofica) quantomeno discutibili per tentare di giustificare chi si rendeva protagonista del nulla più totale nonostante guidasse compagini oltremodo competitive (da cui la sorprendente constatazione della visione di ciò che era espresso, differentemente non sarebbe nata alcuna necessità di dover coniare qualcosa di apposito).

Luis Enrique, Fabregas, Gasperini…i veri risultatisti, nel dato di fatto, sono loro.

Il Como è stato condotto in Champions League, l’Atalanta da squadra tipicamente abituata a dover mantenere la categoria è stata letteralmente trasportata nella nobiltà europea, con una semifinale di Champions sfiorata e con l’apoteosi rappresentata dalla vittoria in Europa League, il PSG ha finalmente frantumato l’angoscia di conservare in bacheca la sola Coppa delle coppe conquistata in tutta la storia precedente.

Se con il termine risultato si fa riferimento all’obiettivo da raggiungere ( nei casi citati oltremodo oltrepassato in diverse circostanze), chi è più risultatista di costoro (e naturalmente di altri)?

O vogliamo ancora continuare ad utilizzare un termine sorto esclusivamente per identificare chi, edificando distruzione attraverso minimalismo ed approssimazione (e nel contempo essere pagato profumatamente per farlo), al massimo, nella migliore delle ipotesi, ha raggiunto (ormai non più) l’obiettivo minimo, esclusivamente quello minimo?

Strana nazione l’Italia.

Costituita in parte da gente strana.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

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