Un trofeo d’oro, all’epoca conosciuto come “Dea Alata della Vittoria” e poi universalmente celebre come Coppa del Mondo, fu commissionato allo scultore francese Abel Lafleur.
1800 grammi d’oro massiccio distribuiti su trenta centimetri in altezza ma idealmente rivolti verso vette decisamente travalicanti la constatazione strutturale.
Sarebbe divenuto il più importante riconoscimento globale del calcio e iconicamente la Coppa più universalmente nota nel mondo dello sport.
Fu battezzata “Rimet”, dal nome dell’allora presidente della Fifa Jules, promotore ed ideatore del primo torneo mondiale fra nazionali che venne deciso doversi disputare in Uruguay, nella patria dei due volte campioni olimpici in carica.
A favore della scelta sudamericana concorsero la costruzione dell’impianto più grande del pianeta, il “Centenario” di Montevideo (ove vennero disputati la maggior parte degli incontri, non tutti, come era nelle previsioni, perché i lavori di costruzione dello stadio terminarono colpevolmente con sei giorni di ritardo rispetto all’inizio della rassegna iridata), nonché il rimborso delle spese a tutti i paesi partecipanti.
Non erano previste preliminari gare di qualificazione e la prima Coppa del Mondo fu dunque l’unica ad inviti: causa traversata atlantica e difficoltà economiche nell’organizzazione della spedizione, presero parte all’evento solo quattro compagini europee, notabilmente la Jugoslavia, la Francia, il Belgio e la Romania, con inglesi e scozzesi indignati dalla discutibile decisione di non essere stati con immediata scontatezza individuati come prescelti in qualità di fondatori del football.
Le tredici compagini furono suddivise in quattro gruppi, in ognuno dei quali la vincitrice si sarebbe qualificata direttamente alle semifinali.
L’atto conclusivo, davanti ad un pubblico di 93.000 spettatori, fu vinto dall’Uruguay che ebbe la meglio per 4-2 sull’Argentina del capocannoniere del torneo Guillermo Stabile.
La seconda edizione del Campionato del Mondo, a cui non prese parte l’Uruguay, campione in carica, quale atto di rivalsa successivo all’ostracismo del calcio d’Europa nei confronti della rassegna iridata di quattro anni prima, venne disputata in Italia: la candidatura azzurra ad ospitare la manifestazione prevalse su quella svedese (alcuni fanno risalire all’influenza del regime fascista la scelta dell’assegnazione).
Le compagini furono sedici, di cui dodici europee: Brasile, Argentina, Stati Uniti (dopo spareggio con il Messico) ed Egitto furono le uniche rappresentanti al di fuori dei confini del Vecchio Continente.
Il torneo ebbe modo di concretizzarsi esclusivamente ad eliminazione diretta, a partire dagli ottavi di finale: curiosamente, le quattro squadre provenienti dal “resto del mondo” vennero immediatamente estromesse dalla competizione che divenne dunque affare esclusivamente europeo.
Il titolo fu conquistato dall’Italia che, dopo aver incassato il vantaggio della Cecoslovacchia con Puc, trovò il pari grazie ad un tiro al volo dell’oriundo Orsi: nei supplementari fu poi Schiavio a realizzare il definitivo 2-1, svenendo per l’emozione dopo il gol.
II Mondiale del 1938 fu preliminarmente focosamente intriso, sin dalla sua assegnazione, di accese e varie diatribe naturalmente, in ultima istanza, di matrice politica (il mondo avrebbe vissuto a breve l’assurda catastrofe della seconda guerra mondiale): si disputò in Francia, una scelta successivamente alla quale Argentina e Uruguay decisero di boicottare la propria partecipazione pretendendo e dando per scontata l’alternanza Europa-Sud America nella responsabilità organizzativa della manifestazione.
L’Austria, vice campione olimpica in carica (perse contro l’Italia la finale di Berlino del 1936), dovette rinunciare poiché annessa alla Germania nazista ( fra il 1933 ed il 1944 la Verbandsliga, il massimo campionato tedesco dal 1902, fu sostituita dalla Gauliga, che si estendeva su tutto il territorio occupato dal regime teutonico: conseguentemente concorsero al titolo di campioni tedeschi compagini territorialmente non appartenenti alla Germania attualmente e storicamente concepita; fu così che proprio una di esse, il Rapid Vienna, notoriamente confacente all’Austria, si laureò campione di Germania nella stagione 1940-41).
La Spagna, in piena guerra civile, non prese neppure parte alle qualificazioni.
Oltre al Brasile, il resto del mondo era rappresentato da Cuba e dalle Indie Orientali Olandesi: a trionfare, in quel di Colombes, nei pressi di Parigi, fu, contro l’Ungheria, battuta 4-2, ancora una volta l’Italia di Vittorio Pozzo e Silvio Piola, che dunque detenne contemporaneamente il titolo olimpico e di campione del mondo.
II Brasile arrivò, dopo essere stato eliminato in semifinale dagli azzurri, terzo, in virtù della vittoria sulla Svezia per 4-2 nella “finalina”.
Per rivedere il globo e le diverse nazioni identificarsi nelle gesta dei propri beniamini occorreranno dodici anni:nel frattempo inconcepibili e perverse logiche volgarmente appartenenti alla dialettica dell’umanitá saranno dedite ad edificare macerie, costruire disuguaglianze, rendere reali brutalità inaudite, sterminare empatia e cooperazione, annientare beltà e rispetto verso l’aspetto più intimamente indiscutibile dell’essenza dell’uomo, consegnando lo scenario planetario alla più inverosimile delle distruzioni morali e materiali.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.










