Se si pensa agli sport degli Stati uniti, vengono subito in mente il baseball, il basket, il football americano, l’hockey su ghiaccio e tutto il business dietro di loro. Sicuramente il calcio è lo sport che meno si collega al Paese a stelle e strisce, anche se negli ultimi decenni, l’interesse e la pratica del soccer (come è chiamato il calcio da quelle parti) sono aumentati in maniera notevole: la Nazionale di calcio femminile americana, ad esempio, oggi è la numero 2 nel ranking FIFA (e tante volte è stata al primo posto), ha in bacheca quattro titoli mondiali e cinque medaglie d’oro olimpiche, mentre la maschile oggi è al numero 16, ha vinto 7 Gold Cup ed è una bella realtà del calcio mondiale. I fiori all’occhiello sono Trinity Rodman e Christian Pulisic.
Il soccer non è fondante negli States, ma dall’11 giugno al 19 luglio prossimi verrà ospitato, per la seconda volta nella loro storia, il Campionato del Mondo di calcio (insieme a Messico e Canada): un successo di un Paese che negli ultimi anni ha portato lo sport praticato su un rettangolo verde giocato tra due squadre di undici giocatori a diventare competitivo grazie ad un campionato nazionale, la Major League Soccer (MLS), in ascesa e che attira l’attenzione di tanti tifosi extra USA.
Ma dove nasce l’interesse degli americani verso il soccer? Prima di addentrarci in questo viaggio, c’è da spiegare perché laggiù il calcio si chiama “soccer”. Innanzitutto “soccer” è un termine britannico e non americano: quando nasce la Football Association (la FIGC inglese), sono fatte distinzioni tra chi pratica il football e il rugby: chi pratica il gioco della palla ovale segue le regole della Rugby Football Association (nata per volontà della Rugby School), mentre chi segue le regole del football segue quelle della Football Association. Questi sono perciò, degli “associazionisti”, quindi “assoccer” e, di conseguenza, “soccer”.
Gli USA hanno preso parte finora a dodici edizioni del Campionato del Mondo di calcio: il primo è stato quello di Brasile ’50 (sconfiggendo a sorpresa la Nazionale inglese, al debutto nella kermesse mondiale). La miglior posizione della Nazionale americana ad un Campionato del Mondo è il terzo posto ad Uruguay ’30, mentre nell’ultima edizione qatarina il cammino dei ragazzi americani si è spinto fino agli ottavi di finale.
I prodromi (anni Venti ed il biennio 1966-1968)
Il soccer inizia ad essere praticato seriamente negli States negli anni Venti del Novecento: nascono le prime squadre e si crea un campionato nazionale professionistico. Gli americani si interessano a questo sport che però subisce un pesante ko (di interesse, appunto) con la crisi del 1929, tanto da non essere più seguito.
Qualcosa cambia con il Mondiale inglese del 1966: arriva Oltreoceano il documentario televisivo “Goal” che racconta il Mondiale appena concluso vinto dalla Nazionale inglese in finale contro quella tedesca occidentale. Da quel momento, le “coscienze” si muovono e inizia un vero (nuovo) interessamento americano verso questo sport.
L’”anno 0” del soccer è il 1967, anno in cui si pongono le basi per il nuovo campionato nord americano di calcio (pardon, soccer) per idea di un gruppo di imprenditori: nasce la United Soccer Association che ha subito il beneplacito da parte della USSF (la Federcalcio americana) e della FIFA, la Federcalcio mondiale.
Questo campionato si gioca tra fine maggio e metà luglio ma non ha un contratto televisivo, ovvero le partite non sono visibili da nessuna parte. Il motivo è riconducibile al fatto che, nel contempo, un altro gruppo di imprenditori crea una lega “parallela”, la National Professional Soccer League (NPSL), che non ha il beneplacito della FIFA (quindi non è riconosciuta), ma ha un contratto tv con la CBS che trasmette le sue partite. C’è quindi un passaggio di squadre da una lega all’altra, dalla più “povera” (la USA) alla più “ricca” (la NPSL). La USA continua per la sua strada e fa una mossa particolare: “affitta” squadre straniere e le fa giocare nel suo campionato. La mossa è sensata perché il campionato nord-americano si svolge quando le squadre europee e sudamericane sono in pausa durante l’estate e queste, quindi, giocano nel nuovo campionato (pagate profumatamente) sotto un’altra denominazione: vi presero parte dieci squadre, di cui una brasiliana, una uruguaiana e otto europee. L’unica squadra italiana a parteciparvi è il Cagliari di mister Scopigno che diventa “Chicago Mustang” e a vincere il primo campionato sono i Los Angeles Wolves (la versione “americana” degli inglesi del Wolverhampton) in finale contro i Washington Whips, ovvero l’Aberdeen. La NPSL invece ha squadre “made in USA”, il livello tecnico non è altissimo ma c’è passione tra i tifosi.
In pratica, una lega compensa l’altra ma è ovvio che due campionati, in quel contesto, non possono durare.
Qualcosa si muove: nasce la NASL. I primi sei campionati (1968-1973)
I campionati USA e NPSL sono deludenti dal punto di vista tecnico e, soprattutto, economico: nel dicembre 1967 USA e NPSL, per mano dei loro management, si fondono in un unico torneo per avere l’appoggio della FIFA ed avere un contratto tv.
Le due leghe si uniscono e nel 1968 nasce la North American Soccer League (NASL). Il nuovo campionato, come in tutti gli sport americani, si divide in due “conference” (East e West, sponda atlantica e sponda pacifica per intenderci) ognuna con quattro divisioni. Le migliori squadre delle due conference partecipano ai play off e le due finaliste sono le migliori delle Conference che disputano la finalissima in partita secca detta “Soccer Bowl” (parafrasando il Super Bowl, la finale del campionato di football americano). Si gioca durante l’anno solare e non a cavallo di due anni (come avviene, ad esempio, in Europa), ma, a differenza dell’Europa, non ci sono manifestazioni continentali tra squadre.
I primi sette campionati sono vinti da sette squadre diverse: gli Atlanta Chiefs, i Kansas City Spurs, i Rochester Lancers, i Dallas Tornado, i New York Cosmos e i Los Angeles Aztecs.
I primi anni sono difficili dal punto di vista economico, tanto che se nel 1968 prendono parte 17 squadre, nel 1969 sono solo in cinque e c’è già il rischio chiusura: i giocatori percepiscono stipendi elevati e le società (dette “franchigie”) fanno fatica a rientrare nelle spese, anche perché ogni squadra deve affittare, da società di football americano o baseball, uno stadio dove giocare, visto che non esistono stadi “ad hoc” per il soccer. Gli stadi sono enormi e non sono mai sold out. A partire dal 1970 in poi si assiste a nuovi ingressi di squadre nel campionato da parte di squadre della USA: sei nel 1971, otto nel 1972 e ben nove nel 1973.
Dopo un inizio in salita, il Mondo sta per conoscere la forza della NASL. E tanti giocatori europei iniziano a prendere biglietti aerei di sola andata per gli USA.
Il boom: l’America scopre il soccer (e se ne innamora)
Il periodo 1974-1980 è il top per il massimo campionato americano: 24 squadre scenderanno in campo nel triennio 1978-1980.
C’è tanto spirito americano in quel campionato, così tanto che, ogni anno, la partita finale dei play off è disputata in città diverse. Gli spalti sono gremiti, i diritti televisivi arricchiscono le società ed arrivano, come detto, tanti giocatori europei e sudamericani, anche se a fine carriera. Qualche nome? Carlos Alberto (ai New York Cosmos e poi ai California Surf), Gordon Banks (ai Fort Lauderdale Strikers), Franz Beckenbauer (ai New York Cosmos), George Best (ai Los Angeles Aztecs, ai Fort Lauderdale Strikers e ai San Jose Earthquakes), Johann Cruijff (ai Los Angeles Aztecs e ai Washington Diplomats), Teofilo Cubillas (ai Fort Lauderdale Strikers), Eusébio (ai Boston Minutemen, ai Toronto Metros e ai Las Vegas Quicksilvers), Bobby Moore (ai San Antonio Thunder e ai Seattle Sounders), Gerd Muller (ai Fort Lauderdale Strikers), Johan Neeskens (ai New York Cosmos) e António Simões (ai Boston Minutemen, ai San Jose Earthquakes e ai Dallas Tornado). Ma il vero colpo lo mettono a segno i New York Cosmos, portando nella NASL niente meno che Pelé.
La NASL è anche sperimentazione: si introduce il conteggio inverso dei minuti (stile partita di basket), la vittoria vale sei punti, il pareggio tre ed è assegnato un bonus extra per ogni gol segnato, fino a tre reti: lo spettacolo ha un’impennata. Per quanto riguarda il fuorigioco, nel 1972 nacque il “fuorigioco avanzato”, dove la linea dell’off side è spostata (praticamente) a ridosso dell’area di rigore per facilitare la possibilità di fare tanti gol.
Nel 1974 è abolito il pareggio e la vittoria è assegnata ai rigori. ma dal 1977 l’assegnazione della vittoria avviene attraverso gli shoot out (il giocatore parte palla al piede, distante 35 yards dalla porta e deve segnare al portiere avversario che si può muovere nell’area di rigore. È vietato il retropassaggio al portiere (che non può raccogliere la palla con le mani) e per la prima volta sulle maglie appaiono, sulla schiena, oltre al numero, anche il nome del calciatore.
Tra il 1974 ed il 1980 si impongono per tre volte i “Cosmos” (1977, 1978 e 1980) ed una volta i Los Angeles Aztecs (1974), i Tampa Bay Rowdies (1975), i Toronto Metros (1976) e i Vancouver Whitecaps (1979), due squadre canadesi.
Sono introdotti i draft come nel basket per selezionare i migliori talenti americani (di nascita). Il 3 settembre 1973 su Sports Illustrated, la celebre rivista, in copertina, per la prima volta ci va un calciatore: Bob Rigby, portiere americano dei Philadelphia Union, in un’azione di gioco. Il titolo è eloquente: “Il calcio diventa americano” (“Soccer goes American”). Si pensa anche alla creazione di una seconda serie, con promozioni e retrocessioni, ma anche di creare delle quote per favorire la presenza di campo di più giocatori americani rispetto a quelli stranieri.
Gli stadi si riempiono di partita in partita e il soccer è sulla bocca di tutti: non compete con baseball, basket e football americano ma gli americani, piano piano, si stanno appassionando: la finale tra i New York Cosmos e Tampa Bays Rowdies del 1978 porta al Giants Stadium (lo stadio dei New York Giants di football americano) oltre 75.000 spettatori. Come ricorda Valerio Moggia nella puntata del suo podcast “Pallonate in faccia” dedicato alla NASL (“Il sogno della NASL”, episodio 91), se nel 1969 gli stadi hanno una media di 2.930 spettatori, nel 1974 si arriva a 7.770 e quattro squadre superano in media le diecimila presenze.
Nel 1976 si diffonde il calcio indoor, giocato nei palazzetti: nel 1978 nasce la Major Indoor Soccer League (MISL) ed il calcio “al coperto” sembra attrarre maggiormente spettatori perché il “calcetto” è visto come molto spettacolare (e quindi molto “americano”). Le presenze sono eloquenti: 4.600 spettatori nel 1978, ottomila nel 1982 e l’anno dopo i Saint Louis Steamers fanno 17.000 spettatori, più della media di una partita di NHL e NBA.
Però la stagione 1980/1981 è l’ultima a grandi livelli nella NASL: la bolla sta per esplodere.
La fine di tutto (1981-1984)
I costi di gestione di tutto il sistema (costi delle squadre e gestione della lega) iniziano ad essere davvero enormi e ad un certo punto sembra che gli americani inizino a stufarsi del soccer, tanto che gli stadi non iniziano più ad essere pieni come un tempo: un conto sono i “Cosmos”, un conto altre piazze dove il soccer non ha mai attecchito (tipo a Chicago e Toronto), per non parlare del fatto che c’è troppa disparità di ingaggi e i draft sono dei fallimenti. In più, i diritti tv e gli ascolti non soddisfano, tanto che nel 1978 la NASL cede alla ABC, la quale decide di non trasmettere tutto il campionato ma una serie di partite. I debiti complessivi arrivano a 30 milioni di dollari, una cifra troppo alta da reggere.
Le squadre, di conseguenza, ogni anno diminuiscono: se nel 1980 sono 24, tra il 1981 ed il 1984 passano a 21, 14, 12 e 9. Alcune squadre sono in vendita, altre cambiano sede di gioco per cercare altre fonti di guadagno. Il pubblico diserta le partite: dai 13.000 nel 1979, nel 1980 si scende già a 4.000 spettatori a partita.
Nel 1984 si giocheranno il titolo solo nove squadre, mettendo da parte, dal 1981, le squadre più deboli e con poco appeal: la potente Madison Square Garden Corporation, che aveva comprato i Washington Diplomats, toglie il disturbo e se ne va.
Nel 1982 la ABC dice che manderà in onda solo una partita a stagione, il Soccer Bowl: il soccer non interessa più.
Dal punto di vista della storia e della statistica, le ultime partite della NASL sono le finali del campionato 1984, vinte entrambe dai Chicago Sting contro i Toronto Blizzard il 1° ed il 3 ottobre. La squadra della capitale dell’Illinois è l’ultima vincitrice della NASL.
Tra le altre cause della fine della NASL c’è la mancata assegnazione dei Mondiali di calcio del 1986 prima alla Colombia e poi al Messico: se nel primo caso Caracas è costretta a rinunciare all’organizzazione per problemi organizzativi, la scelta del Paese tricolor è dovuta, in prima battuta, perché allora era l’unico Paese già pronto (Argentina a parte) per ospitare la kermesse. Quella scelta è dolorosa ed è un grave colpo per tutto il movimento soccer, che già pregustava di organizzare il Mondiale.
A differenza degli altri campionati di calcio giocati nel Mondo c’era una forte identità della squadra in quanto una squadra rappresentava quella città o quella zona di Paese, mentre durante la NASL le squadre sono franchigie ed il loro “titolo” può cambiare di città in città per aumentare il proprio bacino di utenza o per cercare condizioni economiche in un’altra città o Stato federale. Per colpa del poco spazio riservato nelle rose ai giocatori americani e alla mancanza di “centri di addestramento”, la Nazionale non è per nulla competitiva e, tra il 1968 ed il 1984, non riesce a qualificarsi a nessuno dei cinque Mondiali del periodo (Messico ‘70-Germania Ovest ‘74- Argentina ‘78-Spagna ‘82-Messico ‘86).
Il lascito
Fino al 1996 il movimento soccer è fermo, non si sviluppa nessun campionato “di Serie A” anche se la NASL è riuscita a piantare il semino dell’interesse negli americani verso questo nuovo (per loro) sport. Nel 1996 nasce un nuovo campionato, la MLS: vi prendono parte inizialmente dieci squadre e da allora non è mai terminata la fascinazione americana verso il soccer, tanto che oggi la MLS conta 30 squadre iscritte. Nel 1988 la FIFA, in una sorta di mea culpa, assegna la XV edizione del Campionato del Mondo del 1994 proprio agli USA e da quel momento il soccer prende un’altra strada, soprattutto nel calcio femminile.
Oggi la Nazionale americana è composta da giocatori di indiscusso talento (McKennie, Reyna, Pulisic, Weah e Balogun su tutti) che lasciano senza problemi i college per approdare in Europa e vestire le maglie delle squadre più prestigiose. Rispetto al periodo NASL, la MLS vede la partecipazione di tanti giocatori stranieri Over 35 (uno su tutti, dalla stagione 2023, Lionel Messi con l’Inter Miami), ma i giocatori statunitensi sono la maggioranza e sono decisivi. Per quanto riguarda la National Women’s Soccer League, questo è il campionato femminile più bello e ricco del Mondo.
Gli errori fatti dalla NASL non sono più stati fatti dalla Major League Soccer: maggior esperienza, maggiore cura dell’aspetto finanziario, crescita sostenibile visto che è previsto un salary cap e solo pochi giocatori per squadra possono percepire stipendi più alti rispetto a quello dei compagni: il campionato americano, nonostante sia lontano anni luce dai campionati europei (come lo era la NASL ai tempi), è molto allenante e per i giovani calciatori americani è una “palestra”.
La squadra copertina della NASL: i New York Cosmos
Ai diciassette campionati della NASL vi hanno preso parte 65 squadre di quaranta città diverse (tra cui dieci squadre canadesi di otto città della Nazione degli aceri). Di queste squadre, dodici hanno vinto almeno una volta il titolo. La squadra che ha vinto più titoli è anche la squadra copertina di tutta l’esperienza del soccer nord-americano: i New York Cosmos.
Fondati nel 1970 dai fratelli Ahmet e Nesuhi Ertegun e Steve Ross (imprenditori di origine turca e fondatori della casa discografica Atlantic Records i primi e CEO della Warner Communications il secondo), sono la squadra più famosa della storia della NASL. La squadra si chiama “Cosmos” come contrazione di “Cosmopolitans”, traducibile come “Cosmopoliti”, proprio gli abitanti della città di New York.
La squadra debutta in campionato il 17 aprile 1971 perdendo a Saint Louis contro i padroni di casa degli “Stars” per 1-2. Primo allenatore è Gordon Bradley.
I New York Cosmos sono la squadra con più soldi investiti di tutte le partecipanti ai tornei e per questo è quella capace di portare, in quattordici campionati, giocatori di caratura internazionale nella NASL: da Beckenbauer a Neeskens, da Carlos Alberto a Bogicevic fino a Rijsbergen, Hunt, Van der Elst, Romerito e due giocatori della Lazio campione d’Italia nel 1974, Wilson e Chinaglia.
L’acquisto più mediatico di tutti è però quello di Pelé nel 1975. Mai nessuna squadra, è riuscita a strapparlo al “suo” Santos, in quanto il numero 10 verde-oro è considerato una sorta di monumento nazionale per il Brasile e perciò incedibile. I “Cosmos” riescono nell’impresa (anche grazie al fatto che l’attaccante di Três Corações si è ritirato da un anno ed è in cerca di un nuovo contratto calcistico).
Pelé è presentato alla stampa il 10 giugno 1975 in un lussuosissimo ristorante di Manhattan: visto l’hype e le persone presenti, sembra la presentazione di una grandissima star. “Il giorno del suo debutto”, ricorda Valerio Moggia, “un milione di persone sono collegate in televisione per vederlo giocare per la prima volta a New York”. Si arrivò a oltre 35.000 spettatori per vederlo giocare e sugli spalti si fanno vedere non solo attori e cantanti, ma anche personaggi influenti della scena politica nazionale come l’allora Segretario di Stato Henry Kissinger, grande appassionato di soccer (e fautore dell’arrivo di Pelé ai “Cosmos”).
I New York Cosmos, grazie al loro (ovviamente) numero 10, arrivano a giocare nel loro quarto stadio dopo lo Yankee Stadium, l’Hofstra Stadium, Downing Stadium e di mitico Giants Stadium. Se nei primi anni i “Cosmos” contano circa 3.000 spettatori a partita (3.700 spettatori il 5 maggio 1971 per il debutto casalingo contro i Washington Darts), con l’epoca di Pelé si arriva a oltre 35.000 presenze, per non parlare del fatto che ogni volta che la squadra newyorkese va in trasferta riempie tutti gli stadi dei padroni di casa: tutti vogliono vedere dal vivo il giocatore più forte della storia del calcio.
L’esperienza di Pelé ai New York Cosmos dura tre stagioni dove gioca 64 partite segnando trentasette reti, vincendo nel 1976 il premio di miglior giocatore del torneo, l’anno dopo il titolo NASL ed è sempre inserito nell’All star team del campionato.
Dopo Pelé, il giocatore più carismatico (e con numeri migliori rispetto al talento brasiliano) dei New York Cosmos è Giorgio Chinaglia.
Arrivato in America nella primavera 1976 dalla Lazio (con cui aveva vinto lo storico scudetto del 1974), Chinaglia milita nei “Cosmos” otto stagioni, vincendo quattro campionati (1977, 1978, 1980 e 1982) e per quattro volte vince la classifica marcatori (oltre un MVP nel 1981). “Long John” Chinaglia è considerato il giocatore più forte e rappresentativo di tutta la storia della NASL.
I primi anni Ottanta vedono il sogno dorato dei “Cosmos” diventare un incubo in quanto la Warner Communication decide di togliere gli investimenti nella squadra a causa della crisi di Atari che le ha fatto perdere tantissimi miliardi: via i miliardi, via tutto.
I New York Cosmos tornano a giocare solo nel 2013 militando nella nuova (ma molto meno glamour) NASL II (una sorta di serie cadetta) fino al 2017, cercando sempre invano di iscriversi alla MLS.
Nel 2009 la cordata guidata da Paul Kemsley cerca di rilanciare il marchio “New York Cosmos” coinvolgendo ancora Pelé (rendendolo presidente onorario del club), Chinaglia (diventato ambasciatore del club) e mettendo Eric Cantona come direttore tecnico. Nel 2016 la squadra libera tutti i giocatori tesserati.
Nel gennaio 2017 Rocco Commisso, imprenditore americano di chiare origini italiane (era nato a Marina di Gioiosa Ionica), diventa proprietario dei “Cosmos” e li iscrive alla National Premier Soccer League (NPSL), la quarta serie americana. Grazie a Commisso (dal giugno 2019 diventato presidente della Fiorentina) i New York Cosmos hanno uno slancio, altrimenti sarebbero falliti e sarebbero spariti dal calcio americano.
Oggi i “Cosmos” militano USL League One, la terza serie calcistica americana. I tempi della golden age della NASL sono lontanissimi e probabilmente solo fra tanti anni la squadra potrà tornare competitiva come allora. Nessuno cancellerà mai ciò che quella squadra ha realizzato tra il 1971 ed il 1984.
Nessuno.

BIO Simone Balocco: Novarese del 1981, Simone è laureato in scienze politiche con una tesi sullo sport e le colonie elioterapiche nel Novarese durante il Ventennio. Da oltre dieci anni scrive per siti di carattere sportivo, storico e “varie ed eventuali”. Tifoso del Novara Calcio prima e del Novara Football Club dopo, adora la sua città e non la cambierebbe con nessun altro posto al Mondo. Collabora da tempo con la redazione sportiva di una radio privata locale e ha scritto tre libri, di cui due sul calcio. I suoi fari sono Indro Montanelli e Gianni Brera, ma a lui interessa raccontare storie che possano suscitare interesse (e stupore) tra i lettori. Non invitatelo a teatro ma portatelo in qualunque stadio del Mondo e lo farete felice.










