Da troppi anni il calcio italiano ha smesso di essere un sistema che genera eccellenza per diventare, sempre più spesso, un contesto che fatica persino a riconoscerla. Non è solo una questione di risultati, ma questi ultimi finiscono per raccontare una verità più ampia: tre Mondiali consecutivi saltati rappresentano un’anomalia storica, non un incidente di percorso. È il segno di una crisi strutturale, che riguarda la formazione, l’identità e, soprattutto, la qualità diffusa.
Anche il confronto europeo recente conferma questa tendenza. In una stagione in cui le squadre italiane erano chiamate a dare segnali di vitalità, solo l’Atalanta è riuscita ad arrivare oltre i play-off, venendo però travolta dal Bayern Monaco in un confronto che ha evidenziato un divario netto, non solo tecnico ma anche di ritmo e intensità. L’Inter si è fermata contro un avversario sulla carta modesto come il Bodø/Glimt, la Juventus ha ceduto al Galatasaray, mentre il Napoli di Conte è uscito già nella fase a girone allargato, incapace di trovare continuità e identità contro avversari che giocano un calcio europeo.
Questi risultati non sono casuali ma raccontano un sistema che ha perso progressivamente i suoi punti di riferimento interni. Per anni, il calcio italiano si è nutrito di modelli forti: fuoriclasse, leader tecnici e mentali, giocatori in grado non solo di incidere sulla partita ma di orientare il contesto, di alzare il livello di chi gli stava accanto. Oggi, al netto di alcune eccezioni spesso legate a profili ormai sul viale del tramonto — come Kevin De Bruyne o Luka Modrić quando transitano o incidono nel nostro campionato — quella figura sembra essersi rarefatta.
E questa assenza pesa più di quanto si voglia ammettere. Perché un giovane non cresce soltanto attraverso il lavoro individuale o le indicazioni dell’allenatore: cresce anche, e forse soprattutto, per imitazione. Allenarsi accanto a un fuoriclasse significa misurarsi ogni giorno con uno standard diverso, interiorizzare gesti, tempi, scelte che non si insegnano ma si assorbono. Senza questi riferimenti, il processo di formazione diventa più lento, più incerto e, oserei dire, meno ambizioso.
In tal senso, la crisi del calcio italiano non è solo una crisi di risultati, ma anche una crisi di modelli. Ed è da qui che forse bisogna ripartire. Ma ripartire come? È la domanda che ritorna, ostinata, ogni volta che si prova a mettere ordine dentro questa crisi che non è più episodica ma sistemica. Senza risorse è difficile attrarre i campioni, ma senza campioni è ancora più difficile generare valore, costruire identità, alimentare quel circolo virtuoso che una volta sembrava naturale. Oggi, invece, siamo dentro il suo opposto, un circuito chiuso in cui si produce meno di quanto si consumi e si sogna meno di quanto si dovrebbe.
Quanti italiani che oggi calcano i campi della Serie A possono essere considerati, davvero, calciatori di livello mondiale? Alessandro Bastoni, per esempio, è stato a lungo raccontato come il centrale del futuro, quello capace di coniugare eleganza e modernità. Eppure, arrivato a 27 anni, sembra essersi fermato proprio sulla soglia di quel salto definitivo che distingue un bravo centrale da un campione. Quest’anno ha mostrato più di una crepa grave, un’incertezza quasi inattesa ma reiterata, finendo sul banco degli imputati dopo l’episodio di Inter-Juve e in occasione del match contro la Bosnia. Si parla di un possibile approdo al Barcellona, una squadra che incanta ma che chiede ai suoi difensori di difendere altissimi. E lì, più che il talento, serve una personalità che si costruisce anche per osmosi, per vicinanza.
I giovani non crescono nel vuoto. Crescono per contatto, per imitazione, per quella trasmissione silenziosa che avviene negli spogliatoi e negli allenamenti. Marco Palestra è uno di quei ragazzi che ti fanno pensare che qualcosa, sotto la cenere, continui a bruciare. Ha talento, prospettiva, forse anche un destino. Ma perché quel destino si compia davvero, ha bisogno di essere accompagnato, contaminato, sfidato ogni giorno da chi quel livello lo abita già. E infatti, probabilmente, quel passaggio lo farà. Ma lontano dal Belpaese.
E lo stesso discorso vale per nomi come Kenan Yildiz, Nicolás Paz o Lautaro Martínez, anche se su piani diversi. I primi due sono ancora in viaggio, sospesi tra promessa e compimento. Qualche anno fa, avrebbero trovato accanto a sé figure ingombranti e luminose, veri e propri maestri come Alessandro Del Piero o Kaká. Gente di poche parole, che insegnava con i fatti. Kaká, soprannominato “smoking bianco” per quella sua eleganza naturale, è esploso grazie a un talento cristallino, certo. Ma è difficile immaginarlo così rapidamente centrale senza la compagnia di fuoriclasse come Rui Costa o Andrea Pirlo. Allo stesso modo, Del Piero ha imparato il mestiere accanto a Roberto Baggio, il Divin Codino. E già questo basterebbe a raccontare cosa significhi davvero “allenarsi con un fuoriclasse”.
Il calcio è una storia che si tramanda. E quando la catena si interrompe, perdiamo presente e futuro. Non è solo una questione tecnica, o economica. È qualcosa di più sottile, che ha a che fare con il modo in cui gli uomini imparano, crescono, si trasformano. Viene in mente il lavoro di Albert Bandura, psicologo canadese che studiando l’apprendimento umano aveva capito una cosa semplice e rivoluzionaria: non impariamo solo facendo, ma anche guardando, osservando e assorbendo.
Bandura parlava di modeling, modellamento. Un processo quasi invisibile, in cui il comportamento di chi osserva si modifica in funzione di chi ha davanti. Basta la presenza. Ma perché questo meccanismo funzioni davvero, servono alcune condizioni. Il modello deve essere competente, riconoscibile, credibile. Deve esserci una certa somiglianza, o almeno una possibilità di identificazione. E soprattutto, deve esserci varietà, continuità, esposizione. Solo così l’apprendimento diventa profondo.
Trasportato nel calcio, tutto questo diventa chiarissimo. Se il modello è Lionel Messi, con il suo talento irripetibile e una maniacalità proverbiale, chi gli sta accanto non può restarne indifferente. La giocata può essere inimitabile, ma ciò che viene imitato è il modo di stare in campo, di allenarsi, di preparare la partita, di vivere il mestiere. E in quella imitazione, che è prima di tutto un processo mentale, si alza l’asticella, si ridefinisce il possibile.
Al contrario, quando il modello è meno elevato, anche l’orizzonte si abbassa. Non per colpa di qualcuno, ma per una legge quasi naturale. Se ogni giorno ti misuri con un livello medio, rischi di normalizzarti su quel livello. E allora il talento, invece di essere spinto verso l’alto, si adagia.
È una chiave di lettura che aiuta a capire anche certe traiettorie individuali. Brahim Díaz, ad esempio, non è lo stesso giocatore visto al Milan e quello che oggi si ritaglia spazio nel Real Madrid. Non è solo una questione di fiducia o di sistema: è il contesto, è la qualità quotidiana dell’ambiente. Allenarsi con Rafael Leão — per quanto talento vero — non è la stessa cosa che condividere il campo con Kylian Mbappé, Jude Bellingham o Vinícius Júnior. Cambia la velocità del pensiero, cambia l’intensità, cambia l’idea stessa di limite.
La Serie A continua, nonostante tutto, a produrre talenti. Ma spesso questi talenti crescono in un ecosistema che non offre modelli al massimo livello con la continuità necessaria. E allora quel processo di apprendimento vicario, che dovrebbe spingerli oltre, si ferma a metà. Non perché manchi la materia prima, ma perché manca il fuoco che la tempra. All’estero, nelle squadre piene di campioni, quel fuoco è acceso ogni giorno. Qui, sempre più spesso, è una scintilla isolata.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










2 risposte
Buongiorno Vincenzo, condivido tutto, anche la punteggiatura.
Articolo monumentale Vincenzo, Chapeau! Nel calcio odierno si dovrebbe consegnare ai giovani interessati ad intraprenderne la carriera un manuale, una sorta di Bignami, illustrante le gesta dettate dai suoi più autorevoli interpreti ed i modi con cui rappresentare al meglio il gioco sportivo più affascinante dell’intero pianeta….è un po’ come nei Licei dove l’odiato Latino ed il pesante Greco servono per formare carattere e prestazioni dei futuri laureati professionisti.
Buona giornata!
Massimo 48