Nato dell’ex Jugoslavia, messicano di adozione, cittadino del mondo per vocazione. Difficile racchiudere in poche parole la figura di Velibor Milutinović, uno che ha allenato ovunque, alla stregua di un missionario del pallone.
Nasce a Bajina Bašta, nell’odierna Serbia e cresce come un Titov Pionir, secondo lo spirito e l’educazione della Jugoslavia.
La sua carriera calcistica è legata in patria al Partizan, dove vince tre titoli jugoslavi, seppur da comprimario. Quella squadra è rimasta nella storia per aver raggiunto la finale di Coppa dei Campioni del 1966, persa contro il grande Real Madrid. Con i crno-beli giocano anche i suoi due fratelli maggiori, Miloš e Milorad.
Dopo l’esperienza al Winterthur in Svizzera, milita a lungo in Francia con le maglie di Monaco, Nizza e Rouen.
Il Messico gli cambia la vita. Anzitutto è lì che conosce la sua futura moglie, ma soprattutto perché è nel calcio messicano che trova la sua dimensione definitiva. Al Pumas UNAM finisce la sua carriera da calciatore e inizia quella da allenatore.
In quattro anni vince due campionati, una Coppa dei Campioni CONCACAF e persino una Coppa Interamericana contro il Nacional.
Come spesso avrebbe ricordato, l’UNAM è stato il suo destino. Dopo i successi con il club, arriva la chiamata della nazionale Tricolor.
Il Messico si trova improvvisamente a organizzare la Coppa del Mondo del 1986, dopo la rinuncia della Colombia per gravi inadempienze infrastrutturali.
A un anno dal devastante terremoto del 1985, il Paese ha bisogno di un riscatto simbolico.
Il girone è chiuso al primo posto davanti a Paraguay e Belgio. Alla vigilia della partita che vale il primo posto contro l’Iraq, si fanno persino calcoli: “Vincendo il girone, finiremmo lontano, a Monterrey, e il danno sarebbe duplice: l’abbandono del comodo ritiro vicino all’Azteca e la forte probabilità di incappare in avversari molto più forti di noi.”
Più del calcoli, lo preoccupano le celebri capriole che fa Hugo Sanchez dopo i gol. Ogni volta l’attaccante del Real Madrid lo rassicura dicendo: “Non preoccuparti, non preoccuparti. Quando viene registrato e rallentato in televisione, non sembra così pericoloso.”
Ai quarti di finale arriva la Germania Ovest guidata da Franz Beckenbauer. A San Nicolás de los Garza, lontano dal comodo ritiro della Capitale, i messicani perdono, ma soltanto ai rigori.
È comunque una grande fiesta e il Paese lo riconosce: al termine del Mondiale, tra i più simbolici della storia del calcio, Milutinović viene insignito “dell’ordine dell’Aquila azteca”, il più alto riconoscimento che può essere conferito a uno straniero.
Bora sogna l’Italia e l’Italia chiama.
Approda all’Udinese per sostituire l’ex Milan Giacomini, ma le cose non vanno come dovrebbero. La sua avventura dura un paio di mesi: risultati negativi e tensioni ambientali convincono il presidente Pozzo a chiamare Nedo Sonetti.
I Mondiali sono il suo habitat naturale. Nel 1990 accetta l’offerta della Costa Rica all’esordio assoluto nella competizione. Sa di dover lavorare in un ambiente che di solito vive d’improvvisazione. Ma Milutinović non è uno che si arrende, in fondo il suo nome, Velibor, significa “gran combattente” ed è pronto a rendere dura la vita a tutti, persino al Brasile. All’esordio batte la Scozia; contro la Seleçao viene sconfitto di misura dal gol di Müller; contro la Svezia, sotto di un gol, Milutinović nello spogliatoio pronuncia una frase rimasta celebre:
“ Andate in campo e giocate come bambini.”
La Costa Rica ribalta il risultato e si qualifica agli ottavi di finale, dove viene eliminata dalla Cecoslovacchia.
Nel 1991 diventa commissario tecnico degli Stati Uniti. Sul suo arrivo, Steve Sampson, il suo assistente, racconta un aneddoto: “Vivevo nella zona della Baia e Bora mi ha letteralmente seguito fino a casa. Ero a una partita allo stadio di San Jose e lui chiedeva alla gente sugli spalti: “C’è Steve Sampson alla partita, potreste indicarmi chi è?”
“È venuto, si è seduto accanto a me e ha detto: ‘Amico, devi assumermi’. Gli ho risposto che non mi occupavo di queste cose, ma lui aveva già una risposta pronta: ‘Dovresti raccomandarmi, perché qui non si tratta di soldi. A me interessa solo aiutare gli Stati Uniti a superare il primo turno del Mondiale’.”
Senza una lega strutturata – la MLS nascerà soltanto nel 1996 – Milutinović è costretto a pescare i suoi calciatori dal circuito universitario e a organizzare gli allenamenti nei grandi parchi.
Ciononostante, gli Stati Uniti superano il primo turno seppur come migliore terza e vengono eliminati agli ottavi di finale dal Brasile, futuro campione del mondo.
Nel 1998 guida la Nigeria, squadra emergente che ha vinto l’oro ai Giochi Olimpici di Atlanta. Prima dell’inizio della manifestazione, Milutinović subisce pesanti critiche, a causa delle sconfitte pre-mondiali. Lui non si scompone mai. È convinto che la sua squadra possa fare bene, che possa finanche “ vincere la Coppa del Mondo.” La Nigeria è inserita in un girone complicato e l’esordio è contro la Spagna di Raul. Gli africani sorprendono le Furie Rosse vincendo 3 a 2, grazie al bolide di Sunday Oliseh, uno dei giocatori più amati dall’allenatore slavo: “Sunday Oliseh. Un Leader della squadra. Una persona di qualità umane straordinarie e un giocatore molto intelligente. Non tutti possono andare dall’Ajax alla Juventus e lasciare un’impressione così forte in entrambe le squadre.” Quella squadra, ricca di talento e velocità, conta anche sulla classe di Jay Jay Okocha: “Un ragazzo fantastico. Straordinariamente ben educato e pieno di rispetto. Un esempio per tutti i calciatori.” La Nigeria si qualifica come prima del Gruppo D, nonostante la sconfitta con il Paraguay. Il cammino delle Super Eagles finisce a Saint-Denis contro la Danimarca, rimandando a tempo indeterminato l’appuntamento con la gloria per l’Africa.
Nel 2000 diventa commissario tecnico della Cina. Riesce nell’impresa storica di portare il Dragone per la prima volta alla fase finale della Coppa del Mondo. Il cammino finisce al primo turno ma, da allora, la Cina non ha più fatto ritorno nella massima competizione internazionale.
Seguono le esperienze in Honduras, in Qatar con l’Al-Sadd e in Giamaica.
Nel 2009 guida l’Iraq nella Confederations Cup. La sua squadra si comporta dignitosamente: perde di misura con la Spagna e pareggia con Sudafrica e Nuova Zelanda. In una recente intervista ha ricordato quel particolare momento della sua carriera: “Esperienza fantastica. “Incredibile”. Baghdad è una città meravigliosa. Mi hanno chiamato 25 giorni prima dell’inizio della Confederations Cup del 2009. Ho detto loro “Vamos, amigos”. Quando sono atterrato, soldati armati e un gruppo di guardie del corpo mi aspettavano sulla pista, mi hanno spinto in un furgone blindato, mi hanno dato un giubbotto antiproiettile e mi hanno detto “assicurati di dormire con i finestrini aperti in caso di fuga se entrano i ribelli”. Per me è divertente. Ho chiesto loro “e se cado dal finestrino?”. Quel mondo è così infelice che è stata una sfida per me ridar loro un sorriso. Ho realizzato un poster. Le prime tre foto mostravano scene raccapriccianti di città distrutte in Iraq, e le seconde tre scene di festeggiamenti dopo la vittoria della nazionale. Ho fatto firmare loro un giuramento di morire sul campo per rendere di nuovo felici quelle persone. Nello spogliatoio, prima della prima partita, ho mostrato loro sia il poster che il giuramento. Ho visto il fuoco nei loro occhi e ho capito che l’idea aveva dato i suoi frutti.”
Non ha mai vinto il Mondiale ma è come se fosse arrivato sul podio più alto.
Assieme a Carlos Alberto Parreira è l’unico allenatore ad aver guidato cinque nazionali diverse alla Coppa del Mondo.
La Serbia gli è rimasta nel cuore. Di tanto in tanto torna a Bajna Bašta, luogo della sua infanzia che si specchia nelle acque limpide della Drina, laddove vive sua sorella.
Milutinović si è schierato in favore dei giovani nelle proteste contro il governo di Vučić, scrivendo sui social: “Volim vas! Pumpaj! Vaš Bora.” (Vi voglio bene! Dai! Il vostro Bora).
Velibor “Bora” Milutinović è stato davvero un pioniere del calcio: un allenatore capace di attraversare continenti e culture, comunicando con la lingua universale del pallone.

BIO: VINCENZO PASTORE
Pugliese di nascita, belgradese d’adozione, mi sento cittadino di un’Europa senza confini e senza trattati.
Ho due grandi passioni: il Milan, da quando ero bambino, e la scrittura, che ho scoperto da pochi anni.
Seguire lo sport in generale mi ha insegnato tante cose e ho sperimentato ciò che Nick Hornby riferisce in Febbre a 90°: ”Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte delle mie conoscenze dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive[…]”
Insegno nella scuola primaria, nel tempo libero leggo e scrivo.










7 risposte
Non ricordavo questo autorevole personaggio di quel calcio purtroppo scomparso…quando ancora si avvertiva l’odore dell’erba appena rasata nonché il suono sordo e piacevole ad ogni calcio dato ai palloni ancora in vero cuoio e che riecheggiava festosamente in tutto lo stadio. Che bei tempi carissimo Vincenzo! Ancora un grazie per questo tuo prezioso contributo.
Buona giornata e buon Milan!
Massimo 48 ❤️ 🖤
Grazie Massimo, gentilissimo! Bora è stato davvero un pioniere del calcio nel mondo, un missionario dello sport della palla. Dicono che non si sia mai arrabbiato, almeno per il calcio. Infatti l’ho sempre avvertito come un personaggio positivo.
Buona serata
Vincenzo ❤️🖤
Bravo Vincenzo… Bora personaggio incredibile e tecnico sottovalutato
Grazie Stefano, Bora è uno dei miei preferiti. Per stile e ironia tipica degli Slavi del Sud.
Gentile Vincenzo,
nel farle i complimenti per il pezzo mi permetto di riportare una frase celebre di Milutinovic.
Alessio
“Prima del Mondiale 2002 entrai in una Chiesa per parlare con Dio.
Mi ha chiesto: Cosa Vuoi, Bora?
E ho risposto: segnare al mondiale lo stesso numero di reti della Francia.
Dio mantenne la parola perché in quell’edizione la Francia non segnò nessuna rete.
Io, però, mi riferivo alla Francia 1998.”
(Così Bora Milutinovic in riferimento al Mondiale 2002 in cui allenava la Cina)
Fantastica Alessio!
Gentile Alessio,
la ringrazio per i complimenti e per questa citazione di Bora Milutinović. Davvero fantastica, come ha scritto qui sotto Filippo.
Buona serata
Vincenzo Pastore