RELATIVITÀ DEL CALCIO: SPAZIO-TEMPO E SUPERIORITÀ

Non ho mai pensato che una semplice domanda avesse potuto aprirmi gli occhi, essere attuale ancora oggi e in qualche modo darmi degli spunti importanti per delle risposte da integrare nella metodologia da proporre alle mie squadre, nell’identità di ciò che volevo consolidare e nelle considerazioni da fare per sviluppare la mia idea. La prima volta che ho incontrato Oscar Cano Moreno, docente della scuola allenatori della RFEF e allenatore dello Zamora che milita in Primera Federacion spagnola, l’equivalente della nostra Serie C, mi ha aperto gli occhi.

Anni fa, incuriosito dalle sue teorie sul gioco di posizione, ho avuto modo di seguirlo in un meeting organizzato in Italia. “Se tu fossi un giocatore, quale sarebbe il miglior regalo da fare a un tuo compagno di squadra?”. Infinite ipotesi di risposte. La sua, una sola, che racchiudeva le risposte infinite a cui avevo pensato: “Il tempo”.

Il tempo? Quale cosa più astratta ci può essere del tempo relazionato al gioco del calcio? Inevitabilmente la risposta presupponeva una spiegazione: “Regalare tempo a un compagno di squadra significa regalargli lo spazio per una giocata successiva”.

Come fare? “Con la qualità di un passaggio, di una giocata, sapendo esattamente dove, come e quando un mio compagno preferisca ricevere la palla”. Evidentemente questo ragionamento prevede un pensiero profondo: l’avversario si muove in reazione alle decisione che prende chi è in possesso palla, più è qualitativo il mio passaggio e di conseguenza il controllo del ricevente, più diventa ampio il tempo di reazione dell’avversario, e il tempo di reazione dilatato significa guadagnare centimetri, decimetri, metri a ogni giocata successiva se si mantiene quello standard di qualità.

Sento spesso parlare, nella critica al calcio italiano, che manca qualità nei giocatori, che nei settori giovanili si deve preferire la tecnica alla tattica, come fossero due cose scisse. D’accordo fino a un certo punto, o meglio, fino a una certa età. Parliamo di superiorità, ne conosciamo una soltanto, ne alleniamo una soltanto come se la superiorità numerica bastasse a farci fare quel salto di qualità che ricerchiamo. Qui si va molto oltre. Sento troppo spesso dire, da chi il calcio lo mastica e lo spiega in tv, che oggi non c’è il coraggio di andare a sviluppare degli 1 contro 1 come se questo fosse l’unico modo per rompere una marcatura, per vincere un duello, per permettere ai nostri giocatori di sviluppare al meglio le loro abilità.

Dal mio punto di vista è una visione troppo ristretta, un po’ superficiale e obsoleta del calcio, che sì tiene conto delle abilità individuali ma non ha ragione di esistere senza un contesto di squadra. Quando Max Allegri dice che vuole giocatori pensanti perché lui è cresciuto con un allenatore come il buon Giovanni Galeone che odiava giocatori incapaci di interpretare il gioco, sta dicendo esattamente questo. E quando dice che tutto questo va fatto presente nei settori giovanili (perché non si fa) sbaglia, almeno spero.

Nella risposta di Oscar Cano, il tempo e lo spazio sono due caratteristiche che insistono l’una sull’altra, così come la qualità individuale e il contesto di squadra, o tattica che dir si voglia. In tutto questo si inserisce il tema delle superiorità. Se la superiorità numerica è data dalla qualità del singolo, tutti gli altri tipi di superiorità hanno a che fare con il tempo e con lo spazio.

La superiorità posizionale è una superiorità di spazio, la superiorità qualitativa, è una superiorità di spazio, tempo e capacità individuali, la superiorità socio-affettiva è legata al tempo, allo spazio, alle interazioni con i compagni di squadra e al contesto tattico. Significa fare una scelta in base all’intesa e alla conoscenza che ho del mio compagno, al contesto tattico di riferimento (trovare il tempo e lo spazio per una giocata) in base alle qualità del ricevente e al posizionamento dell’avversario (attacco della profondità, smarcamenti fuori linea, capacità tecniche), come in una moderna teoria della relatività applicata al calcio dove la tecnica (individuale) moltiplicata per la tattica (scelte fatte in base al contesto di una gara, dunque tattico) ci dà, al netto delle mille altre variabili che propone il gioco del calcio, l’idea che vogliamo proporre.

Quindi perché scindere le cose? Perché considerarle come sistemi a sé stanti senza la possibilità che interagiscano tra loro e l’una serva all’altra per migliorare reciprocamente? Insomma, tutto questo senza scomodare l’eminenza di Albert Einstein, ma chi sa solo di calcio non sa nulla di calcio. Mourinho docet.

BIO: AUGUSTO DE BARTOLO

Allenatore prestato alla professione giornalistica o giornalista prestato alla professione di allenatore, fate voi. Ho attraversato tutte le categorie, dalla U14 alla prima squadra, in tutti i contesti lavorativi, tra dilettanti e professionisti. Sei anni nel settore giovanile della ‘vecchia Alessandria’ mi hanno cambiato, le stagioni in prima squadra mi hanno maturato. Ho consolidato il mio modo che sta nell’essere costantemente in dubbio, nella volontà di demolire certezze e costruirne di nuove, sempre fedele ai miei principi, aggiustandoli, sistemandoli, adattandoli ma mai stravolgendoli. “Est modus in rebus” dicevano i latini e ciascuno ha il suo e nessuno di questi è migliore di un altro.

Ho allenato le Prime squadre di Vastese in serie D girone F e Vogherese nel girone A. In attesa di nuove opportunità.

Una risposta

  1. L’ affermazione che tempo e spazio insistono l’uno sull’altro, che qualità individuale e contesto tattico sono inseparabili, si sta implicitamente negando ogni visione frammentata del gioco. E questo è un punto che, in chiave enattiva, non può che essere accolto.L’approccio enattivo ci ricorda che percezione, decisione e azione non sono fasi separate, ma un unico processo circolare che emerge dall’accoppiamento tra organismo e ambiente. Tradotto nel calcio: il giocatore non “applica” una tecnica dentro un contesto tattico; egli co-costruisce senso nel mentre agisce, dentro un campo di possibilità definito da compagni, avversari, palla, tempo e spazio.
    Quando Oscar Cano parla di superiorità posizionale, qualitativa, socio-affettiva, sta descrivendo – forse senza dirlo in questi termini – configurazioni dinamiche di affordance: opportunità d’azione che emergono dall’interazione situata. La superiorità non è un dato oggettivo, ma una relazione temporale e spaziale che esiste solo nell’incontro tra intenzionalità del giocatore e struttura contingente del gioco.Ed è qui che il concetto di “giocatore pensante” non convince.
    Il termine “giocatore pensante” rischia di riportarci, inconsapevolmente, a una visione cognitivista classica: prima penso, poi decido, poi eseguo. Ma nel gioco reale non funziona così. Il giocatore non è un soggetto che calcola dall’esterno e poi interviene; è immerso nella situazione. Il suo “pensare” è incorporato, situato, temporale. È un pensare-agendo.
    Parlare di “giocatore pensante” suggerisce che esista anche un “giocatore non pensante”, quasi meccanico. In realtà ogni azione nel gioco è sempre espressione di una forma di intelligenza situata. Il problema non è se il giocatore pensa o no, ma quali mondi di senso è stato educato a percepire.Il rischio del termine “pensante” è quello di separare mente e corpo, tecnica e tattica, individuo e collettivo – esattamente ciò che il discorso sulle superiorità invece tende a ricomporre.
    Quando si dice che nei settori giovanili tutto questo non si fa, il problema non è semplicemente metodologico ma epistemologico. Se continuiamo a proporre esercizi analitici, decontestualizzati, dove la tecnica viene prima e il gioco dopo, stiamo educando i ragazzi a cercare soluzioni fuori dalla situazione. Invece il gioco autentico è il luogo generativo delle competenze.In prospettiva enattiva, dunque, non si tratta di avere giocatori “pensanti”, ma giocatori capaci di abitare il gioco.
    Non si tratta di scindere tecnica e tattica, ma di riconoscere che la tecnica è già tattica incarnata.
    Non si tratta di insegnare soluzioni, ma di educare alla sensibilità situazionale.
    Il gioco emerge dai giocatori, ma i giocatori emergono dal gioco che sono chiamati a vivere.
    E ogni superiorità non è una categoria, ma un evento relazionale che accade nel tempo condiviso della partita.

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