C’è una Milano che non appare sulle cartoline turistiche, fatta di cortili nascosti, palazzi antichi e strade che sanno di storia. Tra queste, via Amedei – intitolata a un’antica famiglia di giureconsulti – custodiva un segreto caro ai milanisti: l’Assassino, ristorante e leggenda, sede non ufficiale del Milan.

Il locale si trovava nel Palazzo Recalcati, risalente al XVI secolo, con pavimenti in cotto, volte affrescate e pareti tappezzate di fotografie di campioni. Appena entrati, lo sguardo cadeva su volti noti e sorrisi famosi: dai protagonisti della prima Coppa dei Campioni ai campioni più recenti. Ogni foto raccontava una storia di vittorie, sconfitte, allenamenti e pranzi rubati tra una partita e l’altra.
L’”ufficio” del Paròn
Tutto iniziò nel 1951, quando Ottavio Gori, toscano di nascita e milanista per vocazione, decise di portare sotto la Madonnina i sapori della sua terra. Dopo aver lavorato al Circolo rossonero di Corso Venezia, aprì il suo ristorante con l’idea di unire la cucina alla passione per il calcio. La cucina toscana, a colpi di ribollita, conquistò subito tutti e L’Assassino divenne presto tappa obbligata per chi amava il buon cibo e il Milan.
Tra i clienti affezionati spiccavano Tommy Nordahl, figlio del grande Gunnar, e la dinastia dei Maldini, che ancora oggi ricordano le lunghe cene con il padre e i nonni. Si racconta che Cesarone, il primo milanista a vincere la Coppa dei Campioni, avesse un tavolo “personale” che non cambiava mai.
Ma le storie più memorabili arrivano da chi il Milan lo viveva dall’interno: Nereo Rocco, il Paròn, considerava l’Assassino il suo “ufficio”. Bruno Raschi della Gazzetta dello Sport raccontava come Rocco sedesse sempre vicino al guardaroba, da dove controllava l’entrata dei clienti, “un posto di vedetta per la propaganda del locale”, scherzava lui stesso. La domenica, prima delle partite, arrivava con tutta la squadra: riso in bianco, filetto con patate, crostata e un bicchiere di vino per chi lo gradiva.

I giocatori avevano le loro abitudini. Roberto Rosato, detto “Faccia d’angelo”, si concedeva un amaro nascosto dietro il bancone, convinto che lo aiutasse in campo. Rocco, invece, non perdeva mai l’occasione per motivare i suoi ragazzi: “Quando arriva la bala, daghe un calzo e via, no star a far il mona che perdemo”, ammoniva scherzosamente prima di un derby. Ma la sera, dopo una sconfitta, il Paròn sedeva con un bicchiere di Chianti e commentava: “La zocata una volta e avemo ciapato il gol. Così ora mi son qui, Napoleon della domenica…”.
Il ristorante era anche luogo di chiacchiere, allegria e strategie: tra aneddoti di partite vinte e perse, pronostici per il campionato e ricette segrete, si creava un’atmosfera di familiarità che legava tifosi e giocatori, giornalisti e cuochi.
L’addio e la memoria
Nel 2009, la gestione passò a Maurizio Rossini e Marco Zaretti, che rinnovarono il locale con eleganza, mantenendo il fascino antico e aggiungendo tocchi moderni: luce soffusa, legno e ferro battuto, atmosfera raffinata ma accogliente. Tuttavia, nel febbraio 2013 l’Assassino chiuse i battenti, lasciando un vuoto nel cuore dei milanisti.
Oggi, passeggiando per via Amedei, si percepisce ancora l’eco delle risate, dei brindisi e delle discussioni tattiche. L’Assassino non è solo un ristorante chiuso: è la memoria di un’epoca in cui la passione per il calcio si mescolava ai profumi della cucina toscana, dove ogni piatto e ogni tavolo raccontavano una storia rossonera. Destinata a vivere per sempre nei ricordi di chi l’ha amata.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Ha scritto e curato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il suo primo libro, nel 2002 ha vinto il premio “Giornalista pubblicista dell’anno” e nel 2021 ha ricevuto il Premio letterario “Franco Loi”. Ha pubblicato molti libri sulla storia del Milan, è vicepresidente di Apa Milan, l’Associazione dei piccoli azionisti del club, ed è stato tra i fondatori di Radio Rossonera. Il suo sito è www.davideg.it










3 risposte
Bel racconto, complimenti.
I miei ricordi da bimbo prima, e da più grande poi, mi portano a quel ristorante dove, nonostante un anno passato a Como per lavoro a cavallo tra il 1988 e il 1989, non sono mai riuscito ad andare. Mi pare anche che gli incontri con padre Eligio, mi sembra si chiamasse così il parroco milanista scomparso recentemente, avvenissero in quel ristorante davanti a un bicchiere di vino. Non ero ovviamente a conoscenza del fatto che avesse chiuso, mi dispiace.
Bellissimo articolo, complimenti. L’algido calcio di oggi non ha niente a che fare con questa calda magia di luoghi, e personaggi unici e insostituibili
Gran bell’articolo Amarcord Davide! Da nostalgico ed amante del calcio, quando ancora il pallone era solennemente in cuoio, provo nel leggerlo una velata malinconia di quel Milan che con il Paron e le sue assidue frequentazioni dei locali dell’Assassino ne avrebbe reso per sempre indelebili gli storici accadimenti Rossoneri nonostante la sua chiusura.
Buona serata .
Massimo 48