C’è un’Italia che vince, che diverte, che non sbandiera proclami ma gioca con l’entusiasmo di chi crede ancora nei sogni. È l’Under 21 di Silvio Baldini, che in pochi mesi ha messo insieme un gruppo di ragazzi e li ha trasformati in una piccola orchestra di talento e disciplina. Dopo il 4-0 alla Svezia di Cesena e il 5-1 all’Armenia di Cremona, gli Azzurrini hanno segnato caterve di gol. Più che il risultato, colpisce la leggerezza con cui lo fanno. Quattro partite, due sole reti subite, entrambe irrilevanti. Segno che questa Italia non solo attacca, ma lavora, corre, suda insieme.
Baldini, classe ’58, ha spiegato tutto con la semplicità che gli appartiene: “Il primo difensore è l’attaccante. Se prendiamo pochi gol è perché tutti difendono”. E in quella frase c’è già la sua filosofia, antica e modernissima allo stesso tempo. Perché Baldini è così: un uomo d’altri tempi, di quelli che ti guardano dritto negli occhi, ma anche un tecnico che parla la lingua del calcio del futuro. Un visionario trattato troppo spesso come un nostalgico. I suoi detrattori lo avevano già messo nel museo dei “dinosauri”: un’ingiustizia, la solita fretta con cui questo Paese archivia chi non si piega alle mode.
La sua Under 21 ha invece un’anima, un’idea, un respiro. Le prime due vittorie erano arrivate con sofferenza, le ultime due con la naturalezza delle squadre che si riconoscono. Baldini ha voluto costruire uno zoccolo duro, un gruppo prima che un undici. Ha perso Pio Esposito e Leoni, chiamati da Gattuso in nazionale maggiore, ma non la bussola. Anzi, ha rilanciato: dentro Bartesaghi e Camarda, il futuro del Milan e forse dell’Italia, quest’ultimo già a Lecce a farsi le ossa. Dietro, Mané del Borussia ha preso il posto dell’infortunato Chiarodia; ritorna Comuzzo mentre Marianucci, che sembrava inamovibile, non è stato convocato per ragioni legate all’atteggiamento tenuto nella precedente convocazione, in mezzo al campo Pisilli si conferma la mente e il cuore del gioco. Sulle fasce, Cherubini e Koleosho, due ali diverse tra loro ma efficaci e prolifiche.
L’impianto tattico è chiaro come un disegno tracciato con il goniometro: un 4-3-3 che vive di armonie più che di rigide geometrie. Una sinfonia fatta di qualità, quantità e, soprattutto, equilibrio. Qualcuno, con la fretta dei paragoni facili, ha evocato la memoria del “sarrismo”, come se bastasse la disposizione in campo per descrivere un’anima. Ma il calcio di Baldini è un gioco che si fa umano prima che tattico.
La Nazionale, poi, non è un club: non c’è quotidianità, non c’è il tempo di plasmare i gesti. Eppure, alla quarta partita, i movimenti cominciano a respirare insieme. C’è un’Italia che si riconosce, che parla la stessa lingua calcistica, fatta di pressing, generosità e piccoli rischi calcolati. Un’Italia credibile, tosta, quasi ruvida in certi momenti, ma viva. Baldini ha i suoi punti fermi, ma non è un dogmatico; non lo è mai stato, nemmeno nei momenti più bui della sua carriera. Contro l’Armenia, quando la squadra arrancava di fronte al muro alzato dagli ospiti, ha avuto il coraggio di cambiare spartito. Ha tolto Ndour, giocatore di forza e di fisico, per affidarsi al brevilineo Dagasso, uno dei suoi ragazzi del Pescara. E il classe 2004 ha risposto cambiando l’inerzia, con la leggerezza di chi non ha ancora paura di sbagliare. Il cambio di passo si è verificato nella ripresa, anche perché l’intervallo porta consiglio, sia a livello tattico sia a livello di sprono psicologico.
Non sarà forse l’Under 21 dei tempi di Cesare Maldini ma questa è una delle più forti degli ultimi anni. Lo si percepisce negli occhi dei ragazzi, nella dedizione, nella fame. Baldini ne è ben consapevole. Molti di questi giovani giocano già in Serie A, altri sgomitano in B, altri ancora in C, tra pioggia, stadi semivuoti e lunghi viaggi in pullman: ma è lì che si cresce, che si impara la fatica, che si forgiano le carriere vere. Lo stesso Camarda, classe 2008 lanciato senza indugio da Baldini, si è fatto le ossa lo scorso anno in terza serie.
Alcuni di loro erano nomi sconosciuti ai più. Ora, grazie alla pazienza e al mestiere di un tecnico che calca i campi da mezzo secolo — quarantuno anni da allenatore — stanno affiorando alla luce. Baldini li guarda e sorride con la tenerezza di chi sa di aver restituito qualcosa al calcio, quel calcio che a volte ti toglie tanto, ma che, se lo ami davvero, prima o poi ti ringrazia.

L’Italia si gioca il primato con la Polonia, dodici punti ciascuna, uno sguardo dritto verso l’Europeo di categoria. È una corsa a due. La migliore seconda avrà comunque un pass diretto, ma l’obiettivo, si sa, è vincere il girone per evitare sorprese. E in questa Under 21 si avverte qualcosa che negli ultimi anni era mancato: un’aria nuova, un entusiasmo che non è solo giovanile, ma quasi ingenuo, nel senso più puro del termine.
Silvio Baldini è riuscito, con la sua lucida follia, a dare forma a un gruppo che non somiglia a nessun altro. Non sarà la squadra più forte al mondo, e forse nemmeno la più talentuosa, ma è quella che sa riconoscersi nello sguardo dell’altro. Non è l’Italia di Camarda, non è nemmeno l’Italia di Baldini. È un’Italia che gioca per riscoprire se stessa.
Baldini lo sa, lo sente, e lo vive. Non chiede applausi, non cerca luci di ribalta. È uno di quelli che, anche quando vince, sembra aver perso qualcosa: perché il calcio per lui è sempre stato una missione, ancor più che un mestiere.
Sognare di vincere l’Europeo, di tornare alle Olimpiadi, può sembrare troppo presto, e forse lo è. Ma in fondo, cosa cosa sognare? E allora sì, concedeteci di dirlo: questa Under 21, con i suoi ragazzi e il suo condottiero visionario, ci sta facendo tornare a credere che il calcio, ogni tanto, sa ancora essere una storia d’amore.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










Una risposta
Baldini, uno tosto che non si piega alle regole ingiuste del calcio italiano