C’è un suono che ogni tifoso del Milan conosce bene. Non è il boato di San Siro dopo un gol, né il coro che scende dalla Curva Sud. È il rumore sordo del pallone che sbatte contro i guanti del portiere. Quel suono che, da più di settant’anni, accompagna le notti e le domeniche rossonere.
Tutto comincia nel dopoguerra, in un’Italia che cerca di rialzarsi. È il 1949, e un giovane di nome Lorenzo Buffon (detto Tenaglia), nato a Majano, in Friuli nel 1929, diventa il guardiano della porta milanista. Tra il 1949 e il 1959, Buffon difende i pali per circa 300 partite, vincendo quattro scudetti (’51, ’55, ’57, ’59) e due Coppe Latine nel 1951 (finale Milan vs Lilla ris. 5 – 0) e 1956 (finale Milan vs Athletic Bilbao ri. 3 -1), antenata della Coppa dei Campioni. Elegante, posato, con la maglia nera e la visiera abbassata, Buffon fu il primo a far capire che nel Milan il portiere non era solo un difensore: era un signore del destino.
Tra i primi grandi numeri uno della storia rossonera non si può dimenticare Giorgio Ghezzi, il “kamikaze”, portiere dal temperamento impetuoso e dal coraggio leggendario. Fu lui a difendere la porta del Milan nella storica finale di Wembley del 1963, quando i rossoneri conquistarono la prima Coppa dei Campioni battendo il Benfica di Eusebio per 2-1, scrivendo una pagina indimenticabile nella storia del club e del calcio italiano
Negli anni Sessanta arrivò Fabio Cudicini, “il Ragno Nero” (Trieste, 20 ottobre 1935 – Milano, 8 gennaio 2025). Classe 1935, triestino, con il fisico slanciato e la divisa completamente nera, divenne simbolo di eleganza e sicurezza tra i pali. Nel 1967 il Milan lo acquistò e con lui vinse uno Scudetto (1968), una Coppa dei Campioni (1969), una Coppa Intercontinentale (1969) e una Coppa delle Coppe (1968). Cudicini non faceva gesti plateali, ma parava tutto. A lui si devono molte delle notti leggendarie di San Siro. Un portiere d’altri tempi, che trasformò il silenzio in autorità e pragmatismo.
Una citazione anche per Villiam Vecchi, nelle file rossonere dal 1967 al 1974, l’eroe di Salonicco, finale di Coppa delle Coppe vinta contro il Leeds 1-0.
Poi arrivarono gli anni Settanta, e con loro Enrico “Ricky” Albertosi. Classe 1939, toscano verace di Pontremoli, arrivò al Milan nel 1974 dopo aver vinto con Cagliari lo storico scudetto del 1970. Con lui, i rossoneri tornarono a ruggire: Scudetto della stella (1979), e Coppa Italia (1977). Albertosi era fuoco e ferro, parava con l’istinto e la rabbia di chi non voleva arrendersi mai. “Finché ho fiato, nessuno passa,” amava dire…e spesso, nessuno passava davvero.
Negli anni Ottanta, quando il Milan risaliva dall’inferno della Serie B, arrivò Giovanni Galli, pisano, classe 1958. Nel 1986 il club passò nelle mani di Silvio Berlusconi, e cominciò la rinascita. Con Arrigo Sacchi, Galli divenne il primo regista difensivo moderno: urlava, impostava, anticipava. Dal 1988 alza al cielo con la maglia rossonera uno Scudetto, due Coppe dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Supercoppa europea e una Supercoppa di Lega. Era il portiere del Milan dei sogni, quello di Gullit, Van Basten e Baresi. Il suo sguardo, quando stringeva la Coppa al cielo di Barcellona nel 1989, raccontava più di mille parole: il Milan era tornato re del mondo.
Poi arrivò Sebastiano Rossi, il gigante di Cesena, 202 centimetri di calma e sicurezza. Tra il 1990 e il 2002, Rossi difese la porta del Milan vincendo diversi trofei. Nel 1994, in finale di Champions League ad Atene, fu protagonista della vittoria storica contro il Barcellona di Cruijff: 4-0 per il Milan, la partita perfetta. Il Milan si aggiudicò la quinta Coppa dei Campioni della propria storia dopo aver perso la finale dell’anno prima contro l’Olympique Marsiglia. Nel febbraio dello stesso anno, iniziò la sua leggendaria serie d’imbattibilità in Serie A: 929 minuti senza subire gol (interrotto dal ‘’foggiano’’ Kolyvanov), un record che durò oltre vent’anni. Era la “muraglia di Cesena”, protetta da una difesa pressoché impenetrabile.
Con loro, i tifosi dormivano davvero sonni tranquilli.
All’inizio del nuovo millennio, il Milan si affidò a un brasiliano silenzioso, quasi timido: Nelson Dida. Arrivò nel 2000, ma la sua consacrazione avvenne nel 2003, a Manchester, quando parò tre rigori alla Juventus nella finale di Champions League. Il Milan tornò campione d’Europa dopo nove anni. Dida non urlava, non gesticolava: sorrideva, e parava. Nel 2007, nella notte di Atene, alzò al cielo la sua seconda Champions League, vendicando Istanbul. In mezzo, 1 Scudetto, 1 Supercoppa di lega, 2 Supercoppe europee e 1 Mondiale per club. Fu l’era della freddezza e della fede: Dida, il samurai del Diavolo.
Poi arrivò Christian Abbiati, l’uomo della continuità. Debuttò nel gennaio 1999, e rimase fino al 2016 in due periodi diversi. Con quasi 400 presenze, 3 Scudetti (1999, 2004, 2011), 1 Coppa Italia e 1 Champions League, 1 Supercoppa Europea e 2 Supercoppe Italiane. Divenne il volto dell’umiltà e della fedeltà. Mai una parola di troppo, sempre pronto a entrare in campo anche dopo mesi di panchina. Per i tifosi, Abbiati non è stato solo un portiere: è stato un fratello maggiore, uno di casa.
Nel 2015, un ragazzone di 16 anni, entrò in campo a San Siro con lo sguardo spavaldo e i guantigià pronti e caldi: Gianluigi Donnarumma. Era il 25 ottobre 2015, Milan-Sassuolo 2-1. Da quel giorno, “Gigio” divenne l’erede naturale dei grandi numeri uno del passato. Nel 2016 parò un rigore a Belotti, nel 2016 vinse la Supercoppa Italiana, e nel 2021 lasciò il Milan da protagonista assoluto, fresco di vittoria all’Europeo con l’Italia. La sua partenza fece male, ma ogni tifoso sa che certi addii fanno parte della leggenda.
E così arrivò Mike Maignan, il leone di Cayenne. Il 27 luglio 2021, il Milan annunciò il suo arrivo dal Lille per sostituire Donnarumma. Molti dubitarono. Pochi mesi dopo, il Milan tornava campione d’Italia nel 2022, dopo undici anni d’attesa. Maignan parava, ringhiava, e incitava la difesa come un comandante. In lui, i tifosi hanno rivisto la sicurezza di Rossi, la freddezza di Dida, il cuore di Abbiati. Ogni sua parata è una promessa: il Milan ha ancora un custode degno della sua storia.
Oggi, guardando indietro, la Curva Sud lo sa: dal guantone in cuoio di Buffon al riflesso felino di Maignan, passando per i voli di Cudicini, le urla di Albertosi, la calma di Rossi e i miracoli di Dida, la storia del Milan non è fatta solo di gol segnati. È fatta di gol evitati, di palloni strappati al destino, di mani che hanno tenuto viva la leggenda. Perché in fondo, un grande Milan comincia sempre da un grande numero uno.
E se i bomber fanno sognare, i portieri del Milan – da sempre – fanno dormire sonni tranquilli. A tutti coloro che, in maglia rossonera, hanno difeso una porta, un sogno e un popolo. Da Buffon a Maignan, passando per Barlassina, Vecchi, Taibi, Pazzagli, Storari, Amelia, …e tanti altri.
Ricordo, anche con un pò di malinconia, Piotti, Nuciari e Giuliano Terraneo, che sono state le mie prime “saracinesche” viste a San Siro (ricordo ancora quelle maglie grigie o verdi sponsorizzate ‘’cuore’’). Rimane indelebile nella mia memoria la prima trasferta fatta a seguito del Milan nello spareggio a Torino contro la Sampdoria risolta da Massaro nei tempi supplementari e dove a difendere la nostra porta c’era appunto Giulio ‘’baffo’’ Nuciari. Ognuno di loro, anche se solo per una partita, ha custodito un pezzo di leggenda.
Perché la storia del Milan non si misura solo in gol: si misura anche in parate che hanno fatto battere il cuore.

BIO: MORABITO FRANCO
Franco Morabito e’ nato nel 1970 a Milano, vivo in provincia di Milano e, oltre ad essere milanista praticamente da sempre, sono un amante della lettura, dei viaggi e dello sport. Ogni libro che leggo, ogni luogo che visito e ogni sfida sportiva che affronto mi regalano nuove emozioni, che cerco di trasformare in storie da condividere con chi ama lasciarsi trasportare dalla fantasia e dall’avventura.
Autore del romanzo “il sogno di Moleque” e lavoro come impiegato in una struttura ospedaliera.










6 risposte
Ghezzi detto kamikaze
Gran bell’articolo Franco, Chapeau! Nella copiosa galleria dei numeri uno rossoneri aggiungerei Giuliano Terraneo un portiere silenzioso, umile e bravo. Il Milan lo prelevo’ dal Torino e agli ordini di Niels Liedholm difese la nostra porta tra l’84 e l’86 in due annate purtroppo sfortunate (quinto e settimo posto) e la traballante presidenza di Giussy Farina.
Buona giornata.
Massimo 48
Ciao Massimo, grazie per i complimenti, Giuliano Terraneo lo ricordo anch’io a metà degli anni ’80 in un epoca di rifondazione del Milan, poco prima dell’arrivo del Presidente Berlusconi.
Buona giornata
Complimenti per l’articolo, Franco: anche a me piace ricordare Giuliano Terraneo, che non aveva nulla da invidiare al pur bravo Galli.
Terraneo era un portiere concreto che difficilmente sbagliava; ricordo grandi parate di questo portiere coi baffi.
E poi Ottorino Piotti, spesso accusato ingiustamente. Ricordo molto bene il suo rientro da titolare dopo parecchio tempo contro la Sampdoria: vincemmo 2a1 con un fantastico primo tempo ed un secondo in apnea, con Piotti che riuscì a parare anche l’aria.
Perché non ricordare tra gli altri PIERANGELO BELLI, Antonio Rigamonti ed i suoi rigori calciati e non parati, Pierluigi Pizzaballa ed i suoi 2 rigori parati nella stessa partita con la Viola ? STORIA, RICORDI INDELEBILI
Certo, c’è spazio per tutti.