Gli appassionati di calcio stanno sempre più allargando l’oggetto delle loro discussioni che, non di rado, esondano dall’aspetto tecnico ed agonistico per toccare aspetti tributari e/o contabili spinti dall’interesse alla situazione patrimoniale dei club di cui sono simpatizzanti.
Dall’avvento della normativa sul “financial fair play”, alle dinamiche relative alla distribuzione dei proventi dalla vendita dei diritti Tv, transitando per concetti come “plusvalenza” o “sostenibilità”, l’operato delle società calcistiche sta diventando sempre più oggetto di interesse in relazione alla gestione economica.
Ciò anche all’esito di alcune vicende disciplinari e giudiziarie che hanno investito alcuni club di casa nostra, con effetto sanzionatorio quali l’esclusione dalle coppe europee, l’impossibilità di operare sul mercato, la penalizzazione in classifica sino alla retrocessione in serie inferiore.
Quando gli appassionati discutono di questi argomenti, tuttavia, non sempre hanno gli strumenti e le competenze per farlo. Il dibattito risulta spesso viziato da inesattezze, talvolta a causa di una semplicistica visione che porta i meno avvezzi alla materia a disquisire di “fatturato” quando in realtà, a fare la differenza è anche, se non soprattutto, il “patrimonio netto”.
In via generale il patrimonio netto può essere circoscritto alla differenza tra l’attivo e le passività della società di riferimento e, tendenzialmente, viene diviso per aree (fondi) previste dalla legge e dagli statuti, oltre che per singole delibere assembleari.
Dal punto di vista funzionale il patrimonio netto tende ad essere diviso in tre aree:
A) capitale apportato dai soci, che si distingue tra:
- capitale sociale, che rappresenta un aspetto fondamentale, non tanto nella sua dimensione, ma nella sua essenza perché la sua divisione in percentuale tra i soci definisce “chi comanda” in quella società e viene generalmente presa a parametro per la distribuzione degli utili;
- fondi di riserva verso i quali i soci effettuano ulteriori apporti (Fondo per futuri aumenti di capitale; Fondo per ripianare perdite; etc,)
B) capitale generato dagli utili non distribuiti; questa componente del patrimonio netto è costituita da tutti i fondi patrimoniali alimentati dagli utili di esercizio (ad esempio, fondo di riserva ordinaria e, se presente, quello di riserva straordinaria; utili non distribuiti, etc.) E’ un voce, questa, che rappresenta tutto ciò che è profitto e non viene distribuito tra i soci ma vien destinato, o meglio, accumulato per future operazioni o per investimenti al momento non necessari.
C) rivalutazioni dell’attivo. Tale componente è costituita da situazioni proficue, non legate direttamente dall’attività sociale, bensì frutto di variazioni del valore di mercato di alcune poste dell’attivo, collegate anche ad agevolazioni e/o vantaggi previsti dalla normativa in materia spesso consistenti in sgravi fiscali.
Le tre diverse modalità di incremento del patrimonio netto, hanno letture aziendalistiche molto importanti.
Gli apporti dei soci, di cui alla voce A, evidenziano quanto essi credano nell’azienda. Sia che vada bene (favorire nuovi investimenti), sia che vada male (ripristinare il livello di capitale antecedente le perdite). In entrambi i casi se il socio non crede nel futuro dell’azienda smette di investire nella stessa. Dal punto di vista calcistico, “il tirare i remi in barca” dei proprietari dei club, che prelude ad un disimpegno sia per quanto riguarda i risultati sportivi che gli investimenti, si manifesta nel momento in cui detta tipologia di apporto viene meno.
Il capitale rappresentato dalle riserve di utili (voce B) evidenzia la lungimiranza aziendale e l’attitudine a generare utili e reinvestirli nell’azienda in seno ad un processo virtuoso interno alla società in cui si rivelano fondamentali le competenze dei soggetti preposti alla gestione.
Il capitale aggiuntivo riveniente da rivalutazioni (voce C) non è rappresentativo di liquidità o da apporti di beni: rappresenta l’effettiva “contropartita” di un aumento di una voce dell’attivo che si realizzerà in denaro, in seguito ad un processo per il quale nulla viene aggiunto ma, grazie a sgravio e/o ad un’agevolazione normativa, si aumenta comunque il valore attivo. Nel 2020 è stata emanata una legge che consentiva la “rivalutazione dell’attivo”.
Le società che hanno fatto ricorso a questa legge hanno azionato solo un mero movimento contabile. Non hanno ottenuto in verità un aumento della disponibilità di fondi per investimenti di natura strutturale o corrente. Si tratta di un aumento che non porta a risvolti pratici sugli investimenti, poiché non sono entrati milioni di liquidità o nuovi beni. Il che significa, per esempio, che un aumento di 50 milioni di rivalutazione dell’attivo non si traduce in un rafforzamento della squadra migliorandone la rosa. Circostanza che, viceversa avviene quando si immette denaro liquido.
L’aumento di valore dato da rivalutazione quindi, non è una “plusvalenza”. Termine inflazionato ma non sempre correttamente utilizzato nella narrativa quotidiana.
La plusvalenza si realizza solo quando, a seguito della vendita di un bene o di un diritto, vi è differenza tra prezzo di vendita e valore di bilancio con il primo superiore al secondo.
Osservando 19 delle 20 società di Serie A (manca la Cremonese), è possibile suddividerle in quattro fasce di riferimento gestionale:
a) “big” (Juventus, Milan, Inter e Roma) in funzione della storia e della potenza patrimoniale della proprietà;
b) “outsider” (Napoli, Atalanta, Fiorentina e Lazio);
c) “stabili” (Bologna, Torino, Udinese e Cagliari) che normalmente non scendono in B;
d) “squadre ascensore” (Genoa, Parma, Sassuolo, Verona, Como, Lecce e Empoli), che fanno la spola tra A e B.
Detta classificazione non segue criteri strettamente oggettivi.
Il Napoli nell’ultimo triennio ha vinto due campionati, ma il suo bacino di utenza e le potenzialità economiche sono notevolmente inferiori alle “big”. La Roma inserita nel primo gruppo, rivela calcisticamente una forza inferiore alle due milanesi ed alla Juventus, ed ha un bacino di utenza simile al Napoli, ma può contare su una potenza economica molto più elevata grazie alle risorse economiche della proprietà.
Nel gruppo ascensore è inserito il Como pur consapevoli che, grazie alle potenzialità dell’attuale proprietà, potrebbe scalare posizioni in fretta.
Quantificando il dato aggregato delle 19 società emerge la negatività del contributo del “fondi da reddito di esercizio” (voce B), in passivo per 2, 27 miliardi di euro, nonostante le immissioni di denaro degli ultimi 10 anni circa (€4,26 miliardi).
È un dato, questo, che spiega come le società (valutate complessivamente) non riescano a perseguire i concetti di sostenibilità ed autogestione secondo i normali canoni di un’azienda.
Entrando nella valutazione di ogni singola società, la negatività di cui sopra si registra per 14 club su 19.
Le 5 società con fondi riserve da utili positivi sono le 4 outsider oltre al Torino.
Esse, nel loro insieme, presentano, nel bilancio del 2024, un dato positivo sui fondi patrimoniali da utili pari a complessivi 0,395 miliardi di euro.
Dal punto di vista reddituale le 14 società di cui sopra scontano un tasso di affidabilità economica scarsissima a causa dei risultati economici dell’ultimo periodo, aggravati dagli effetti del Covid 19.
Ovviamente la negatività va valutata caso per caso.
Le imprese in start-up o in rilancio, presentano utili negativi, ma potenziali grandi prospettive future.
Le società in rilancio, hanno anch’esse utili negativi, ma in riduzione e con piani di rientro normalmente accettabili.
Come detto, impegnandosi i soci di questi club nell’intento di ben figurare, hanno finanziato i loro club con apporti consistenti in immissione diretta di denaro e/o con la trasformazione dei loro crediti in patrimonio.
Cosi facendo, di volta in volta, hanno mantenuto in positivo il patrimonio netto.
Quanto alla terza componente (voce C), ovvero l’usufruire di sgravi e/o agevolazioni, vi hanno fatto ricorso 13 società, aumentando in tal modo la solidità patrimoniale, utile soprattutto nei momenti di crisi a mantenere il patrimonio netto entro i limiti dei minimi legali.
Nonostante immissioni di denaro e utilizzo degli sgravi e delle agevolazioni concesse, 4 società su 19 presentano ad oggi un patrimonio netto negativo. Detta situazione, tuttavia, non ha provocato obblighi immediati di ripristinare il capitale minimo, grazie all’introduzione del Codice della Crisi d’Impresa e dell’insolvenza, entrato in vigore nel luglio 2022, a seguito delle problematiche legate al Covid), che prevede la sospensione, pur in presenza di perdite rilevanti, degli obblighi di ripristinare il patrimonio netto nei limiti previsti dal codice civile.
Questa piccola analisi evidenzia lo stato di crisi economico-finanziaria che attanaglia il calcio italiano.
Frutto in parte dei problemi irrisolti da alcune big, che non hanno mai provveduto ad una reale sistemazione dei bilanci viziati dalla sopravvalutazione del parco calciatori. Senza dimenticare l’effetto del Covid che ha bloccato le entrate ma non i costi. Da ultimo, contrariamente ad un sentore diffuso, va spiegato come l’approccio di investitori esteri con il football di casa nostra non sia sempre improntato ad un realismo tecnico-finanziario.
Interessante, da questo punto di vista, è il dato relativo alle società con proprietà straniera: Inter, Milan, Roma, Atalanta, Fiorentina, Bologna, Genoa, Parma e Como. Queste società presentano un saldo fondi da utili non distribuiti pari a -€2,0 mld con fondi da versamenti in c/capitale al 2024 pari a €1,970 miliardi. Le immissioni globali nel decennio sono state grosso modo pari a €3,29 mld.
Ciò sta a significare che, ad oggi, nemmeno l’avvento di investitori stranieri, nonostante i significativi capitali immessi, ha risolto la crisi economico-finanziaria di molte delle società calcistiche partecipate.
È probabile che l’impatto delle proprietà provenienti dall’estero sconti gli ostacoli burocratici, la difficoltà di costruire impianti di proprietà e una ritrosia italiana verso alcune dinamiche di marketing di stampo anglosassone.
Di sicuro il primo decennio di reale “invadenza estera” a capo dei nostri club non ha migliorato la situazione economica degli stessi pur riducendone la componente di accrescimento tecnico e contestualmente di “sogno” dei tifosi a cui, da un lato, si chiede, giustamente, di accettare dei risultati sportivi meno roboanti ma, dall’altro, si continuano a proporre deficit di bilancio.
Anche e non solo per questi motivi, appare evidente come la virtù (economica e tecnica) dei nostri club sia sempre più legata ad un reale, effettivo e competente accrescimento degli investimenti da destinare al comparto dei settori giovanili.
GIUSEPPE SQUEO
BIO: Giuseppe Mario Alfredo Squeo è nato a Molfetta il 31 gennaio 1946. Laureatosi in Economia presso l’università di Napoli, è esperto in ambito economico, societario, bancario.
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni a tema economico-societario. Appassionato (non solo) di calcio, predilige le idee alle ideologia. Poco incline agli estremismi, apprezza il confronto quale fonte di apprendimento e auspica che, anche in un tempo contraddistinto dalla tecnologia, lo sport non smetta di far emergere la componente umana.










2 risposte
Una lettura di insieme lucida e trasversale, decisamente puntuale e asettica, della quale si spera le attività preposte vogliano tener conto, unitamente alle proprietà coinvolte, onde pervenire a una programmazione economico-finanziaria del pianeta calcio, idonea a supportarne la crescita, anziché a pagarne -ancora – le debolezze.
Appunto: eliminare e debolezze!