ITALIA, PATRIA DI SINISTRI

Un tempo non troppo remoto, gli antropologi e gli psicologi, con quella presunzione tipica di chi confonde l’osservazione con la morale, consideravano il mancinismo una sorta di deviazione, un vizio da correggere come la cattiva grafia. Bastava un maestro zelante, un righello e un po’ di “rinforzo comportamentale” per piegare alla destra ciò che la natura aveva inclinato a sinistra. Poi, per fortuna, la scienza ha smesso di fare la balia di certi bias preconcetti e ha riconosciuto che essere mancini non è un difetto, ma solo un’espressione minoritaria dell’umano: dieci persone su cento, più o meno, sfidano l’omologazione del mondo toccando il pallone col piede sinistro.

Eppure, in un curioso contrappasso calcistico, l’Italia, patria di terzini prudenti e mediani geometrizzati, sembra oggi popolata da mancini come non mai. Paradosso degno d’un trattato di fisiologia calcistica: sette terzini di piede sinistro, tutti potenzialmente nel giro della Nazionale, e quasi il deserto sulla fascia opposta. A sinistra potremmo schierare due squadre: Calafiori, Dimarco, Cambiaso, Spinazzola, Emerson, Ahanor, Udogie, Bartesaghi. A destra, resta Di Lorenzo a tenere in piedi la baracca, mentre Palestra, giovane dell’Under 21 di Silvio Baldini, attende il suo turno.

Tra questi nomi, qualcuno è ai box o in attesa di consacrazione: Emerson cerca riscatto nel Marsiglia di De Zerbi ma non veste l’azzurro da un pezzo, Ahanor attende ancora il passaporto, Bartesaghi fa anticamera dietro le gerarchie milaniste. Ma da qui a marzo, quando l’Italia dovrà guadagnarsi ai play-off il diritto di sognare il Mondiale, può succedere di tutto. Il calcio ha il vizio di cambiare veste e gamba all’improvviso.

Alessandro Bastoni è un calciatore che sembra uscito da un laboratorio del futuro. Ha il passo elegante del grande centrale moderno, la visione del regista e un sinistro d’autore. È tra i difensori più costosi del pianeta, eppure non è certo la quintessenza del tipico centrale italiano, non facendo della marcatura la sua skill d’eccellenza. Accanto a lui, un altro, Alessandro Buongiorno, ne condivide l’anagrafe e la postura del difensore pensante, ma non ancora la continuità: qualche infortunio, un paio di sliding doors mancate, e il grande salto resta in sospeso.

C’è poi Acerbi, veterano anche lui mancino. L’ultimo dei centrali “a mano sinistra” della vecchia scuola, più vicino ai centrali posizionali vecchia scuola che all’esuberanza atletica dei nuovi interpreti. Dietro di loro, i destri, Gabbia e Mancini, completano la lista dei convocati di Gattuso, portando equilibrio ma non la medesima qualità dei “sinistri”.

Ora, una curiosità: appena il 10% della popolazione mondiale è mancina. Nel calcio, la percentuale sale, ma non fino a giustificare la concentrazione di mancini che oggi veste l’azzurro nel reparto difensivo. È un’anomalia statistica, un piccolo mistero “evoluzionistico” che dice molto sul momento del nostro calcio. Un Paese calcisticamente in crisi, sì, ma che custodisce un tesoro tecnico nascosto nelle retrovie. Perché se davanti latitiamo, senza fantasisti veri, con attaccanti più volenterosi che qualitativi, dietro abbiamo una ricchezza che le grandi potenze ci invidiano. Guardate le big: poche, pochissime possono vantare la profondità di terzini e centrali mancini che ha oggi l’Italia. È un paradosso tutto nostro: la Nazionale non incanta, eppure nel settore più trascurato del campo, la difesa, possiamo vantare profondità e qualità. Un po’ come se, in mezzo al rumore di un mondo che corre, noi continuassimo a disegnare arabeschi col piede sinistro.

Forse, a pensarci bene, questa strana abbondanza di mancini tra i nostri difensori non è poi un mistero così insondabile. È figlia del tempo e delle mode, certo, ma anche di una necessità antica. E per decenni, in Italia, il piede sinistro è stato una rarità quasi esotica. C’erano terzini fenomenali, sì, ma spesso di piede destro. Paolo Maldini, il più iconico di tutti, faceva scuola da quella fascia mancina senza esser mancino. Stesso discorso per il suo illustre predecessore, quel Giacinto Facchetti considerato l’archetipo del terzino goleador. Un’anomalia, anche lui, ma di genio. E così, per anni, le nostre giovanili si sono affannate a cercare “il nuovo Maldini”, dimenticandosi che il primo era irripetibile. Poi, col passare delle stagioni, qualcosa è cambiato: si è cominciato a valorizzare il piede “sbagliato”. Ogni mancino, anche il più acerbo, era visto come una perla da coltivare, una possibilità di equilibrio in un calcio sempre più geometrico.

Il risultato è quello che vediamo oggi: una generazione di difensori sinistri cresciuti in un habitat che, paradossalmente, li ha resi comuni. Eppure siamo al cospetto di un panorama eterogeneo. C’è il mancino difensivo e ruvido, quello che ancora “sente” la marcatura come un’arte marziale. C’è il terzino tecnico, piccoletto e smaliziato, che vive per la sovrapposizione, la conclusione a rete e il cross al bacio. C’è il wannabe Maldini, elegante ma forse troppo consapevole del paragone. Poi i giganti di posizione, con poca gamba ma tanto senso del gioco. E infine gli offensivi, quasi da quinto di centrocampo, che interpretano la fascia come un corridoio d’avventura.

In fondo, questa è l’Italia: un Paese che sforna mancini come un laboratorio in cui vengono fabbricati strumenti della stessa tipologia ma tutti accordati in modo diverso. E mentre altrove si cercano ali e fantasisti, noi ci ritroviamo con una collezione di sinistri che fanno del mestiere difensivo un’arte minore ma affascinante. Una ricchezza laterale, verrebbe da dire. Eppure in tempi di povertà tecnica offensiva, anche un terzino col piede giusto può sembrare una piccola rivoluzione utile alla causa.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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