Fino a questo momento abbiamo viaggiato in un territorio franco, una comfort zone fatta di grandi campioni la cui considerazione è condivisa e la grandiosità riconosciuta da tutte le generazioni che hanno tifato la nostra gloriosa squadra e che hanno visto nei loro beniamini realizzare i loro sogni. Hanno tracciato un percorso fatto di successi, di trofei e di gloria indossando quella maglia rossonera che nell’intenzione del nostro padre nella fede, Herbert Kilpin, doveva rappresentare nel rosso i diavoli, con un po’ di nero perché metteva paura a tutti. Dovrebbero ricordarselo coloro che oggi hanno a cuore (ce l’hanno davvero?) le sorti del povero Diavolo, ma lasciamo perdere l’attualità e buttiamoci a capofitto nella narrazione di questo diavolo che ha segnato, nel bene e nel male, la storia del Milan per dieci lunghi anni. L’etimologia della parola “diavolo” deriva dal greco e rimanda al concetto di separazione, di qualcuno o qualcosa che divide. Il contrario di questa parola, etimologicamente parlando, è “simbolo” che significa “mettere insieme”.
Andrea Pirlo, probabilmente l’ultimo talento cristallino del nostro calcio, è stato un simbolo finché ha indossato la maglia del Milan. La sua uscita dal club con l’approdo alla corte della Juventus ha sicuramente sollevato l’indignazione e la delusione di tanti tifosi rossoneri, facendosi “diavolo” nel senso etimologico della parola, cioè divisore. Ma dieci anni sono tanti, non possono passare assolutamente inosservati ed eccoci allora a raccontare i numeri del Pirlo calciatore con la maglia rossonera.
Si diceva precedentemente che Trilly Campanellino, come lo chiamava bonariamente il buon Pellegatti, è stato uno degli ultimi talenti del nostro calcio e la sensazione che ci si trovasse di fronte a qualcosa fuori dal comune era nota già agli osservatori e agli allenatori delle giovanili. La testimonianza di Cesare Prandelli è emblematica: “Un giorno, prima di un allenamento, si presentò nello spogliatoio un mio collaboratore, era trafelato: “Cesare, ho visto un ragazzo ricco di talento, una cosa pazzesca. Gioca nei Giovanissimi del Brescia, purtroppo…”. Non mi ha colpito tanto la frase che avevo appena sentito, quanto l’espressione stupita del mio interlocutore, uno che in vita sua aveva seguito dal vivo centinaia di partite.”
Il giovane Trilly vince il Torneo di Viareggio nel 1996, subentrando nella finale contro il Parma al 78’. Si abitua subito a collezionare trofei, dalla tenera età di diciassette anni. In quella squadra gioca un altro predestinato, Roberto Baronio, che metterà la sua firma sul tabellino del match ma da grande farà fatica ad affermarsi.
Nella stagione 1996/1997 fa parte della rosa che, alla guida di Edy Reja, conquista la Serie A. Lui gioca 18 partite e realizza anche 2 reti, al Palermo e al Venezia. Nella stagione successiva è inevitabile il suo utilizzo nella massima serie e in 31 partite va in rete per 4 volte. Il primo timbro lo mette a segno alla sesta contro il Vicenza. È importante rilevare che delle quattro marcature, due furono segnate su punizione, la specialità della casa che lo renderanno tra i migliori cecchini d’Europa sui calci piazzati, contro Empoli e Bologna. Il talento è puro, non passa inosservato, e a fine stagione lascia la sua prima famiglia. Sembra pronto il trasferimento al Parma ma a giochi praticamente fatti arriva la chiamata del suo procuratore: “Ciao Andrea, sono di nuovo Tullio. Guarda, stanotte il presidente dell’Inter Moratti ha chiamato quello del Brescia Corioni, hanno parlato di te. Si sono messi d’accordo direttamente tra di loro, in meno di dieci minuti si sono stretti la mano. Insomma, vai a giocare nella tua squadra del cuore. Sei dell’Inter, ce l’hai fatta. Preparati, andiamo a fare le visite mediche ad Appiano Gentile”. Altra esplosione di gioia, più travolgente della precedente: “Ok, va bene”. Non sembrava ma ero l’uomo più contento del mondo, orgoglioso di essermi tuffato dentro i miei poster.” Cresciuto con il mito del grandissimo Lothar Matthäus, Pirlo va all’Inter, ma in nerazzurro non saranno anni facili. Finisce in prestito alla Reggina nella stagione 1999/2000 (segna al Milan a San Siro nel 2-2 e al ritorno su punizione) e poi al Brescia nella stagione 2000/2001 dove Mazzone lo inventa playmaker basso davanti alla difesa. Memorabile l’assist illuminante che mette Roberto Baggio a tu per tu con Van der Sar che supera elegantemente prima di depositare in rete la palla del pareggio in Juventus-Brescia.
Il rapporto con Appiano Gentile è ormai ai minimi storici anche perché l’avvicendamento Lippi – Tardelli non è felice per il giovane Andrea: ”Fosse rimasto Lippi, starei raccontando un’altra storia, la stessa che ogni tanto in estate, al Bagno Piero di Forte dei Marmi, tira fuori il mio vicino di ombrellone: “Andrea, lo sai che se tornassi indietro…”. Lo so, mi incatenerebbe allo spogliatoio di Appiano Gentile, perché il mio vicino di ombrellone è Moratti.”
In uno di quegli scellerati scambi per gli interisti, fortuna nostra, finisce sull’altra sponda del Naviglio nella stagione 2001/2002. I primi tempi con il Milan sono duri e con il turco Terim, “un personaggio incredibile e strano, allergico alle regole.”, non nasce il feeling sperato. Sembra l’inizio di un altro fallimento per il giovane calciatore. La sconfitta di Torino contro i granata si rivela letale per Terim. Al Milan arriva Carlo Ancelotti, ma attenzione, non è ancora la svolta nella carriera di Pirlo, che gioca poco ed è chiuso da un mostro sacro come Rui Costa, che tuttavia sta vivendo un’annata complicata. Nel finale di stagione si ritaglia un po’ di spazio e riesce ad imporsi: segna su punizione al Parma e in trasferta a Verona contro l’Hellas.
La campagna acquisti 2002/2003 è sontuosa.
Il Milan vuole tornare a vincere. Ancelotti rimette Trilly in cabina di regia, alla Mazzone, in un centrocampo dall’altissimo tasso tecnico con i piedi buoni di Rui Costa e Seedorf e con Gattuso a fare legna, e la sua polverina magica porta al Milan punti e vittorie. In campionato, dove segna 9 gol, la squadra arriva terza, dopo aver condotto il girone d’andata in testa alla classifica.
Sono le Coppe i grandi successi rossoneri: contro la Roma arriva la quinta Coppa Italia e ad Old Trafford la sesta Coppa dei Campioni contro la Juventus. Per Pirlo, come tanti altri, si tratta dei primi successi, che saranno replicati dalla Supercoppa Europea e dallo Scudetto della stagione 2003/2004.
La Champions League dei campioni d’Europa è deludente.
Dopo la straordinaria vittoria contro il Deportivo La Coruña nell’andata dei quarti di finale, nella quale Pirlo è autore di una partita sontuosa abbellita da un gol su punizione, la squadra implode incredibilmente sulle rive dell’Atlantico, debacle che avevamo, senza saperlo, narrato più o meno con le stesse parole di Pirlo. Nella sua autobiografia, infatti, il giocatore bresciano ricorda quell’amnesia: “Già pensavamo alla semifinale, come se ce l’avessero cucita addosso prima di salire sull’aereo per la Galizia. Una passeggiata confezionata su misura per noi. Non avevamo considerato un paio di altre possibilità: che il sarto impazzisse ma soprattutto che i giocatori della nostra squadra fossero colpiti da una grave amnesia, tutti insieme nello stesso momento. È accaduto l’impensabile, ci siamo dimenticati di giocare, è finita quattro a zero per gli altri. Ci hanno ridicolizzati.”
Successi tanti, sconfitte altrettante e Andrea non può non ricordare Istanbul come un vero e proprio lutto, difficile da metabolizzare, nonostante il tempo e gli altri trionfi: “Nello spogliatoio dello stadio Atatürk, appena finito quel supplizio di partita, sembravamo degli ebeti, tanti zombie assetati di sangue, alle prese con un dramma non previsto: il sangue era il nostro e ce l’avevano succhiato fino all’ultima goccia. Non parlavamo, non ci muovevamo, ci avevano cancellati, annientati mentalmente. Il danno, già evidente in quei minuti, nelle ore successive è apparso chiaro in tutta la sua gravità. Insonnia, rabbia, depressione, senso di vuoto: avevamo inventato una nuova malattia dai sintomi multipli, la sindrome di Istanbul.”
Dalla sindrome di Istanbul si può guarire, si può rinascere, anche se “la macchia resta” e ad Atene ecco la rivincita contro il Liverpool. Pirlo entra nel primo gol di Inzaghi: la sua punizione viene tocca dal petto dell’attaccante piacentino. Nel mezzo va ricordata la vittoria della Coppa del Mondo in Germania vinta da protagonista, con il gol al Ghana e l’assist sublime a Grosso per il vantaggio in semifinale contro la Germania. Ma non si può prescindere dallo scandalo di Calciopoli che coinvolge indirettamente i calciatori condizionando le loro scelte. È in quel periodo che Pirlo flirta con il Real Madrid, ma il Milan si oppone al trasferimento perché ritiene Andrea una bandiera. Lo dice Berlusconi e lo dirà qualche anno dopo quando, in prossimità della scadenza del contratto, Pirlo sembra a un passo dal Barcellona allenato da Pep Guardiola che per il giocatore bresciano ha un debole. “Non se fa nulla, cribbio” ribatte Berlusconi quando viene a saperlo e invita Trilly Campanellino a contattare Galliani per il rinnovo. Arriva lo Scudetto del 2011, un gol a Parma, alla sua maniera, con una staffilata da trenta metri, qualche assist decisivo e poi un infortunio, la panchina e infine la mancanza di considerazione di Allegri a cui gli preferisce Van Bommel. La sua casa, la sua mattonella era stata violata dall’olandese e da Ambrosini. Lui inizia a sentirsi trascurato, non più quella bandiera tanto difesa da Berlusconi. C’è da discutere il famoso contratto con Galliani ma la società ha cambiato strategia con gli over 30. Non arriva tra le parti un accordo, Pirlo è un free agent e allora si cercano acquirenti, che ovviamente non mancano. Si ripresenta il vecchio amore, l’Inter, e pare che sia a un passo dalla firma e a lui non dispiacerebbe nemmeno.
La sfida sarebbe accattivante.
L’incontro con Andrea Agnelli cambia tutti gli scenari. Si va a Torino, da Conte, a vincere quegli Scudetti che gli mancavano (perché il Milan di Ancelotti avrebbe dovuto averne almeno un paio in più) e a fare la differenza, la parte che gli riesce meglio. Pirlo ha tradito il Milan come Trilly fece con Peter Pan.
Il tifoso rossonero la prende male.
Io malissimo, naturalmente. Ogni cuore rossonero avrebbe voluto un finale diverso, con Andrea a salutare la curva come fecero Gattuso, Nesta, Inzaghi e tanti altri. A distanza di anni si comprende, si ragiona sulle dinamiche e forse anche sull’inevitabilità delle scelte. Purtroppo i fatti hanno dato ragione a Pirlo che ha continuato a vincere, mentre il Milan ha conosciuto l’inizio di una parabola discendente che, eccezion fatta per il triennio 2020-2023, non sembra trovare soluzione. Probabilmente Andrea in cuor suo non ha dimenticato i colori rossoneri ma la cesura è stata troppo forte, troppo netta e molti lo considerano un traditore. Ma dieci anni non si possono dimenticare, dieci anni con la stessa maglia segnano, anche per chi poi ha fatto la faccia del duro, rinnegando un passato glorioso, anche per Andrea Pirlo che è stato “simbolo” e “diavolo” del nostro Milan, uno che ha unito ma, soprattutto, ha saputo essere un divisore.
Con la Nazionale ha esordito il 7 settembre 2002 a Baku contro l’Azerbaijan e ha segnato il primo gol in amichevole contro la Tunisia. Ha vinto da protagonista un Europeo under-21, il bronzo olimpico ad Atene 2004 e il Mondiale del 2006. Ha disputato tre mondiali e giocato 116 partite con la nazionale italiana segnando 13 gol.
Con il Milan ha vinto due Scudetti (2003/2004; 2010/2011); una Coppa Italia (2002/2003); una Supercoppa Italiana (2004); due Champions League (2002/2003; 2006/2007) due Supercoppe Europee (2003; 2007); un Mondiale per Club (2007).

BIO: VINCENZO PASTORE
Pugliese di nascita, belgradese d’adozione, mi sento cittadino di un’Europa senza confini e senza trattati.
Ho due grandi passioni: il Milan, da quando ero bambino, e la scrittura, che ho scoperto da pochi anni.
Seguire lo sport in generale mi ha insegnato tante cose e ho sperimentato ciò che Nick Hornby riferisce in Febbre a 90°: ”Ho imparato alcune cose dal calcio. Buona parte delle mie conoscenze dei luoghi in Gran Bretagna e in Europa non deriva dalla scuola, ma dalle partite fuori casa o dalle pagine sportive[…]”
Insegno nella scuola primaria, nel tempo libero leggo e scrivo.










4 risposte
Bravo Vincenzo articolo tutt’altro che semplice, perciò ancora più congratulazioni, di Pirlo uso due misura una per l’uomo uno per il calciatore, Sul calciatore niente da dire fuoriclasse assoluto… l’uomo mi lascia alquanto a desiderare per il comportamento più volte evidenziato verso i nostri colori , quando ci fu calciopoli e per le dichiarazioni fatte una volta andato alla Juventus di dileggio. Lo hai raccontato perfettamente
Grazie Stefano, sempre gentilissimo! Pirlo ha segnato la storia di questo nostro grande club. È vero, umanamente avremmo preferito un esito differente, un’uscita dal club differente, ma questa è la vita e forse, anni dopo, la rabbia si è tramutata in presa di coscienza, che forse doveva andare così. Il giocatore è stato immenso, uno dei più grandi della storia del calcio
Buongiorno Vincenzo, complimenti per l’articolo. Sono d’accordo anche col pensiero di Stefano, per cui Pirlo l’ho semplicemente rimosso(per quel che possa valere).
Grazie! Andrea è stato poesia. Non l’ho mai considerato un traditore. Piuttosto lo vedevo tradito. Tradita la fiducia in lui con la scusa ridicola dei contratti pluriennali agli over 30. Poi sconfessata, mi pare di ricordare, per giocatori decisamente molto meno forti. Cosa che al tempo mi infastidì non poco, confermandomi la sensazione che Andrea Pirlo fosse stato tradito e con lui noi tifosi costretti vedere le sue magie con un’altra maglia. Forse anche per questo i suo giudizi sul Milan non sono poi mai stati particolarmente teneri. Lo capisco