GRAZIE A TE, “BELLO DE NONNA”: L’ADDIO AL CALCIO DI ALESSANDRO FLORENZI

Solo pochi giorni fa, durante l’incontro tra Como e Lazio, l’arbitro Manganiello ha dovuto inaugurare una prassi a cui assisteremo spesso nel corso del presente campionato: la spiegazione a parole di una scelta arbitrale, mediata dall’intervento del VAR, dato che l’assistente non aveva alzato la bandierina. In quel caso si trattava di un fuorigioco millimetrico e solo con le spalle, nel senso che invece i piedi di Castellanos, il cui gol era stato inizialmente convalidato, erano “in gioco” (ma perché non si ragiona su questo e non si trova il modo di gestire la regola in maniera più razionale?).

Ci sarebbe molto da dire sull’utilità reale e sul potenziale involontariamente comico di questa novità, introdotta, così si dice, per placare sul nascere le polemiche post-partita. Nel frattempo, si legge di lezioni di corretta dizione per gli arbitri: non c’è davvero limite alla fantasia, a quanto pare! Del resto, insomma, cosa c’è di meglio che inventare falsi problemi per eludere quelli veri?

Ieri, per cambiare completamente scenario, arriva via social l’annuncio, da parte di Alessandro Florenzi, dell’addio al calcio giocato. Qualche mese fa si parlava di rinnovo per un anno con il Milan, addirittura di un ruolo in società; in seguito la pista si è raffreddata – non sorprende, ahinoi – e Spizzi, grande talento la cui carriera è stata martoriata dagli infortuni, evidentemente non se l’è sentita di accasarsi altrove. Spizzi (da “Spizzingrillo”, ma etimo incerto!), cuore di Roma, la sua Roma, ma grande protagonista, persino fuori dal campo, anche con i colori rossoneri. Voglio esagerare: l’unico che abbia davvero provato a comprendere la posizione difficile di Conceição e tra i pochi a essersi posto come spalla e non come intralcio.

Quelli appena elencati sono due eventi distanti e distinti, eppure in un certo senso, un senso laterale, come spesso succede quando si parla di cultura sportiva, risuonano. A inventare un claim pubblicitario, scriverei: “l’anacronismo come resistenza”. Una cosa del genere.

Da una parte si insegue la modernità, una modernità invero un po’ ridicola, non certo foriera di innovazioni sostanziali o dirimenti, ma piuttosto di pezze con le quali tentare di coprire inghippi procedurali (per esempio, appunto, la regola del fuorigioco, per come la “subiamo” adesso) e, magari, una specie di senso di colpa atavico che invece va ricacciato: l’arbitro ha diritto di sbagliare perché è un uomo. Se il sistema funziona e la preparazione dei direttori di gara è eccellente, su trentotto giornate, gli errori a favore dell’uno o dell’altro si livelleranno. Le polemiche, poi, è impossibile eliminarle, quindi è tempo perso provarci.

Dall’altra parte, Alessandro Florenzi, nella memoria di qualunque tifoso, è legato a una scena che sembra presa da un polveroso campetto di provincia, uno di quelli dove, se la palla esce, c’è verso che tu debba andarla a recuperare su qualche strada provinciale o in mezzo alla boscaglia. Se non fosse che invece è avvenuta allo Stadio Olimpico, davanti a circa 70.000 spettatori, precisamente il 21 settembre 2014, durante un Roma-Cagliari, finita due a zero per i padroni di casa.

Alessandro, che non è un giocatore offensivo, ma sa lavorare la palla e segnare, e soprattutto ha grande senso dello spazio, realizza il secondo gol su assist di Gervinho. Insacca la rete e non ci pensa su molto, solo quel tanto che basta a distinguere ciò che è giusto da ciò che si può fare: zigzaga appena, poi corre verso la tribuna, salta la transenna, si infila tra la folla e cerca nonna Aurora. “Bello de nonna”, che non ci importa se fu pronunciato o ce lo siamo voluti immaginare; non ci importa se è realtà o una dolce mitopoiesi. Perché nella commozione di nonna Aurora, vestita come la più splendida delle nonne, con un abito blu a pallini bianchi, vestita come tutte le nostre nonne, sta l’essenza di molto di ciò che abbiamo perso.

Letterariamente, quella corsa di Florenzi verso la tribuna è un’epica minore che tocca un sentire universale: il nipote che realizza il sogno davanti agli occhi della nonna è come un archetipo narrativo traslato sul gioco del pallone. È Ulisse che ritorna a Itaca, è il figlio prodigo che giustifica tutti i sacrifici familiari. In quel momento, lo stadio Olimpico diventa il cortile di casa – e la palla chi la porta? – e 70.000 tifosi sono i testimoni di un rito domestico sacro. Un rito che valse un cartellino giallo: ecco, ciò che è giusto non è sempre ciò che si può fare. Ma chi se ne importa, dai!

L’abbraccio che, a rivederlo oggi, commuove come ci ha commosso ieri (giuro: l’ho appena guardato), è uno degli ultimi scampoli – ma Spizzi e nonna Aurora mica potevano saperlo – di quel calcio romantico che spesso evochiamo senza saper bene definire cosa “ci manca” e indulgendo in un pianto nostalgico che resta sterile. Qualche anno prima c’era stata la corsa sotto la curva atalantina di un altro romano verace: Carletto Mazzone, che mai, proprio mai, smetteremo di amare e ricordare.

Forse non si tratta solo dei tanti soldi che girano, dei procuratori sempre più factotum, dei fondi e dei sottofondi, in una matriosca che non contiene, nemmeno nella più piccola delle bamboline, il calcio, come sport, come prosa e come poesia. Non si tratta neppure dell’aspetto atletico che predomina su quello tecnico, con questi cyborg perfettamente costruiti e perfettamente… freddi.

Parliamoci chiaro, l’uomo solo che pensa di vincere contro il sistema è più sciocco che utopista. Ma nel gesto un pelo anarchico di Alessandro c’è la forza di chi, pur sapendo che sarà sconfitto (o meglio, nel caso di specie, sanzionato), il sistema, coi suoi ingranaggi, ha il coraggio di sfidarlo comunque, con una cosa che non dovrebbero poterci togliere: l’umanità, anche quella delle piccole cose, degli affetti più profondi. Non saremo sempre giovani e belli, come lo sono gli eroi secondo Guccini, ma possiamo, nel nostro piccolo, ritagliarci atti di eroismo quotidiano, di rivendicazione rispetto al “the show must go on” che ci vuole – e vuole il mondo-calcio, e il mondo-tutto – performer più che persone. E il tempo: il tempo dell’attesa. Non si può riprendere subito, cronometro alla mano: si aspetta.

“What a piece of work is man” dice Amleto (e chi meglio di lui?). L’uomo può costruire apparati perfetti – sempre più perfetti – e poi spiazzarli/ci con un piccolo, e urgente, oh, sì, urgente, gesto d’amore.

Come scriveva Saba, nella poesia “Goal”, sapendo da par suo intercettare un lampo terragno: La sua gioia si fa una capriola,/si fa baci che manda di lontano./Della festa –  egli dice – anch’io son parte.

Ci mancherai, Bello de Nonna.

BIO: ILARIA MAINARDI

Nasco e risiedo a Pisa anche se, per viaggi mentali, mi sento cosmopolita. 

Mi nutro da sempre di calcio, grande passione di origine paterna, e di cinema. 

Ho pubblicato alcuni volumi di narrativa, anche per bambini, e saggistica. Gli ultimi lavori, in ordine di tempo, sono il romanzo distopico La gestazione degli elefanti, per Les Flaneurs Edizioni, e Milù, la gallina blu, per PubMe – Gli scrittori della porta accanto.

Un sogno (anzi due)? Vincere la Palma d’oro a Cannes per un film sceneggiato a quattro mani con Quentin Tarantino e una chiacchierata con Pep Guardiola!

2 risposte

  1. Bell’articolo Ilaria, Chapeau!
    Tocchi le corde dell’anima descrivendo il “Bello de Nonna!”
    Fai ricordare con molto trasporto alcune toccanti pagine Deamicisiane nelle quali la storia si innesta in un puzzle di commozioni strappa cuore!
    Florenzi e’ stato un giocatore da rosetta e mortazza, un verace interprete del pallone, un core de Roma che nel finale della sua carriera ha preferito cercare soddisfazioni sotto al Duomo dopo aver gioito per anni sotto a quelle del Colosseo assieme alla cara nonna, sua spavalda tifosa!
    Un caro saluto .
    Massimo 48

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