DUSAN VLAHOVIC: IL PERCHÈ DEL DESIDERIO TECNICO-TATTICO DI MAX ALLEGRI

Una delle poche certezze, ricorrenti, rintracciabili tra le voci di mercato dell’estate rossonera è stata la richiesta di portare Dusan Vlahovic in rossonero, esplicitata fin da giugno da Massimiliano Allegri.

Come disse Venditti in Amici mai: “certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, in questo caso si può parlare di vero “amore tattico” tra il centravanti serbo e il tecnico livornese: un sentimento che cercheremo di spiegare analizzando il modo di giocare di Dusan.

Quando Dusan Vlahovic era una giovane punta talentuosa del Partizan Belgrado segnava in media più di due gol a partita  e in questo contesto fu notato da uno dei migliori talent scout dell’area balcanica: Pantaleo Corvino direttore sportivo della Fiorentina. I primi approcci con il calcio italiano furono abbastanza complicati, anche per la giovane età del serbo appena maggiorenne. Montella, quando Vlahovic aveva ancora diciannove anni, disse «si farà e diventerà un grandissimo calciatore», ma qualcosa non funzionava soprattutto per una mira che appariva molto approssimativa. Fu l’arrivo di Cesare Prandelli nel 2020 che cambiò, in meglio, i destini del serbo, ponendolo al centro del progetto tattico della sua Fiorentina e responsabilizzandolo designandolo rigorista. Per l’enfant prodige del Partizan la fiducia dell’ex commissario azzurro ha l’effetto che ha la pozione magica su Asterix.

La partita decisiva che cancella i mugugni dei tifosi viola è quella del 22 dicembre 2020 vinta 3 a 0 contro la Juventus a Torino. La prima rete viene segnata per i toscani  proprio da Vlahovic il quale mostra alcune delle sue caratteristiche peculiari: sprinta bene tra Chiellini e de Ligt, partendo poco dopo la linea di centrocampo, controlla male di destro il filtrante di Ribery che, nell’occasione, gioca al suo fianco in attacco, mandandolo leggermente verso sinistra; a quel punto si trova davanti Szczesny in uscita che gli copre lo specchio, con un altro tocco rischia di finire fuori dal campo o di restringersi troppo la porta, e così Vlahovic calcia di punta interna sopra al corpo del portiere, quasi uno scavetto.

Le peculiarità del gioco del serbo sono: ricerca della profondità con ricerca di spazio tra i centrali, una certa difficoltà tecnica palesata nel controllo che, nella circostanza, viene sopperita da una grande determinazione, la conclusione è tecnicamente sporca ma inganna il portiere. IL 13 marzo del 2021, contro il Benevento ha vissuto la sua partita più straordinaria di questa sua prima esplosione, partita in cui segnò il suo gol più bello, non solo per il tiro a giro fortissimo da una ventina di metri abbondanti, ma anche per il controllo precedente, con Kamil Glik, un difensore molto solido, aggrappato alle spalle. Il serbo riesce in questo caso non solo a resistere alla pressione da dietro, cosa che da un attaccante di un metro e novanta ci si aspetta che faccia, ma effettua un controllo orientato di interno che gli serve per girarsi subito fronte alla porta e mirare all’angolo. Un tempo le punte “pivot” erano abbondanti nel calcio internazionale, oggi di centravanti realmente in grado di tenere palla sotto pressione ne sono rimasti molto pochi e Dusan Vlahovic sembra uno di questi.

La stagione successiva, quella 2021/2022, vede l’arrivo a Firenze di Vincenzo Italiano sulla panchina viola che, con il suo gioco basato sulle transizioni offensive rapide e sulla costruzione della manovra offensiva in modo elaborato e veloce, esalta ancor di più Dusan Vlahovic. Le statistiche vedranno il serbo, a gennaio, già autore di 17 reti, con i suoi 69 tiri stagionali, primo in A, di cui 27 in porta. La Juventus dell’Allegri-bis che lo fa suo, su indicazione del tecnico, nel mercato del gennaio del 2022 è una squadra che ha enormi difficoltà nel portare il pallone nell’area avversaria. I bianconeri, in stagione, si sono spesso accontentati di difendere con un baricentro basso per poi cercare di ripartire in profondità, senza però avere mai davvero dei meccanismi collaudati per fare un attacco di transizioni.

Vlahovic, con il suo modo di giocare, porta da subito il suo contributo al gioco juventino: allunga la propria squadra nel pressing sui difensori e continua a cercare la profondità, facilitando le ripartenze, oltre a fare da torre per gli inserimenti di Morata, ormai spostato sugli esterni. Tuttavia a Torino manca un elemento in grado di rifinirlo in modo continuo, come fecero a Firenze Ribery e Gonzalez, e i tifosi juventini iniziano a sottolineare i difetti del serbo, già noti a Firenze, come: un primo tocco pesante e l’uso esclusivo del sinistro che inizia a renderlo più prevedibile. Continua a rimanere a suo agio solo quando riesce a girarsi, diventando, a quel punto sì, un giocatore sorprendente, ma anche in questo fondamentale non sempre i compagni sono riusciti a servirlo a dovere.

La prima metà stagione juventina si concluse con 6 reti segnate, un bottino drasticamente più esiguo rispetto alle prime 17 messe a segno con la Fiorentina. Le stagioni successive vedranno il serbo segnare  10 reti complessive in sole 27 presenze, anche a causa di due lunghi stop per infortunio occorsi tra ottobre e gennaio del 2022 e il maggio 2023. L’ultima stagione con Allegri, quella 2023/2024 è stata la migliore per Vlahovic in bianconero: 16 gol in Serie A, di cui 14 su azione. Non in linea con quanto visto a Firenze, ma comunque uno score di tutto rispetto, meno peggio dell’idea di centravanti sciupone di cui si inizia a bisbigliare. Vlahovic dimostra una buona capacità di “attirare” occasioni da gol, infatti dal punto di vista statistico la sua produzione di azioni da gol è quella più alta rispetto a quelle di Milik e Kean, seppur non straordinaria (0.65 xG per ’90 minuti). Nella stagione non sono mancati i momenti di attrito tra il centravanti e il tecnico, con Vlahovic finito più volte in panchina e che spesso, almeno con il linguaggio del corpo, è sembrato soffrire uno stile di gioco che gli chiedeva troppo lavoro fuori dall’area di rigore.

L’immagine cartolina dell’esperienza juventina di Vlahovic è quella che vede il serbo col megafono in mano, in veste di capo-ultrà, cantare: «Se vittoria sarà, la curva sud canterà». La foto chiude e incornicia la finale di Coppa Italia del 15 maggio 2024: una partita in cui Dusan Vlahovic è stato l’uomo vittoria e il miglior giocatore in campo. Il serbo segna dopo cinque minuti, in una bella azione di ripartenza della Juventus. Vale la pena raccontare la rete: la palla arriva a Cambiaso che col sinistro lancia in profondità Vlahovic. La difesa dell’Atalanta è sorpresa dalla rapidità del capovolgimento di fronte, Hien, il terzino, che deve marcare Vlahovic, avanza per mettere in fuorigioco l’attaccante ma non si rende conto che Djimsiti è rimasto fermo. A quel punto il centrale svedese prova a recuperare su Vlahovic con foga, usando il fisico: cerca di tamponarlo, smanacciarlo, toglierli l’equilibrio. Vlahovic resiste tenendo lontano il difensore col braccio, gli mette il corpo davanti tagliandogli la corsa per proteggere il pallone, Hien riesce a portarlo sul piede debole, il destro, ma Vlahovic apre il piatto sul primo palo e segna. Vale la pena di sottolineare la modalità con cui il serbo resiste al ritorno del suo marcatore, proprio perché queste caratteristiche di forza e astuzia mancano, al Milan, dall’addio di Giroud. Ne Morata e ne Santi Gimenez, soprattutto quello visto contro la Cremonese, hanno mai dato al Milan quella solidità da centravanti – pivot che tanto servirebbe alla nostra manovra offensiva.

La stagione successiva, quella con Thiago Motta prima e Igor Tudor poi, è quella più terribile per il serbo. La Juventus inizia un pesante restyling del monte stipendi che prefigura gli addii di quasi tutti quei calciatori con un ingaggio pesante, tra cui Szczęsny, Rabiot e poi Danilo. Dusan Vlahovic, con i suoi 12 milioni stagionali, resta come osservato speciale, nella speranza che il gioco offensivo di Motta lo favorisca. Per questo scopo la Juventus non esita ad acquistare Nico Gonzalez, esterno con cui si trovò a meraviglia a Firenze, e un regista come Teun Koopmeiners. Purtroppo le cose, come ben sappiamo, non andranno bene per Vlahovic che da subito entrerà in rotta di collisione con il tecnico italo brasiliano. Per Motta il centravanti deve essere parte integrante della manovra, come il Zirkzee lanciato a Bologna, e quindi un riferimento tecnico capace di dialogare con i centrocampisti e con gli esterni, caratteristiche quasi assenti nel portfolio tecnico di Vlahovic. Le giornate “no” per il serbo diventano la norma, in genere iniziano quando qualcosa gli va storto nei primi minuti: sbaglia un’occasione, un cambio di gioco, una sponda, perde un paio di duelli. Se non sente che le cose possano andargli bene, non riesce a invertire la dinamica mentale della situazione. Si innervosisce, perde il controllo e inizia a giocare come se dovesse dimostrare qualcosa. È un atteggiamento di Vlahovic che ricorda le sue prime stagioni fiorentine: quando deve guadagnarsi il consenso va in crisi e si innervosisce a differenza di quando gode della fiducia assoluta del tecnico, dove mostra un piglio più battagliero. Il Dusan visto con Allegri mostrava il rovescio di questa medaglia emotiva: quando non è messo in discussione entra in fiducia, allora tutto gli riesce, gioca con la leggerezza e piglio determinato.

L’immagine emblematica dell’esperienza di Vlahovic con Motta è l’errore tecnico che ha portato l’Atalanta a segnare il gol del 4 a 0, a Torino, l’11 dicembre 2024. In quell’ occasione il serbo si è abbassato, a ridosso del cerchio di centrocampo, per eseguire quel movimento a rientrare che serve per attirare i difensori avversari in avanti e facilitare l’inserimento dei mediani, un movimento tipico previsto nel gioco di Motta. Nel tentativo di lanciare con il destro scivola, in modo goffo, perdendo il pallone e lanciando, inavvertitamente, Lookman per la rete del 4 a 0 definitivo. L’errore frantuma la fiducia del tecnico e della società nei suoi confronti, Motta verrà esonerato a gennaio e il club non esiterà a sostituirne la sua titolarità con Kolo Muani. Dallo scorso giugno Dusan alla Juventus è, come si dice in questi casi, “un separato in casa”. Con un pesante contratto in scadenza il 30 giugno 2026, e nessuna intenzione di rinnovarlo. Nel prossimo mese il club dovrà provare a trovargli una sistemazione soddisfacente. E qui, nel momento più basso della carriera ricompare Max Allegri, colui che lo portò a Torino nel suo momento più luminoso.

Le motivazioni che spingono Allegri a rivolere Vlahovic sono ormai chiare: il Milan ha bisogno di una punta fisica che tenga botta in area di rigore, che sia da riferimento per le giocate di Leao e Pulisic e in più cerchi la profondità nei momenti di transizione. Tutte cose che per Dusan sono più che congeniali. La coppia con Leao è intrigante, e il portoghese potrebbe essere quel fornitore di assist in campo aperto che gli è mancato finora. Non dimentichiamoci di  Pulisic che potrebbe sostenerlo come faceva il Ribery fiorentino: ovvero muovendosi tra le linee nella trequarti, utilizzando il serbo come riferimento da imbeccare con lanci precisi che spaccano la difesa. Per queste ragioni, da tifoso rossonero, non posso che essere favorevole all’arrivo di Vlahovic. Oltre che per le ragioni tecnico tattiche, sono favorevole anche in virtù delle tante similitudini tra il serbo e un altro attaccante giunto da Torino al Milan: Filippo Inzaghi. Anche “l’eroe di Atene 2007” si presentò a Milanello, nell’estate del 2001, con la nomea dell’attaccante tecnicamente limitato, poco propenso alla partecipazione della manovra, oltre ad essere stato completamente sfiduciato dal mondo juventino, pronto ad abbracciare David Trezeguet. Sul come andarono poi le cose per SuperPippo al Milan credo sia superfluo dilungarmi…

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BIO: STEFANO TERRANOVA

Stefano, nato a Policoro (Mt) 37 anni, insegnante di Storia e Storia dell’Arte. Seguo il calcio per passione, convinto che dietro un pallone che rotola c’è sempre una storia interessante da raccontare, dietro un gesto tecnico un pò si sprezzatura da a

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