RENÈ HIGUITA: SCORPIONE, ISTRIONE O ILLUSIONE?

Ci sono delle performance che, pur avendo avuto un forte impatto nel momento in cui sono avvenute, sembrano raccogliere la completezza del loro significato solamente nel tempo.

Quando nel 1969 Charles Aznavour cantò alla televisione italiana la canzone “L’Istrione” non tutti riuscirono ad inquadrare le complesse sfumature dell’interpretazione che quel piccolo cantante francese di origini armene aveva sbattuto in faccia al giovane popolo del tubo catodico congedandosi, in maniera quasi sacrilega, con un inchino al contrario, dando irriverentemente le spalle a tutti.

Un istrione insegue solo l’attenzione, sacrifica ogni cosa per il riconoscimento, si esibisce più o meno costantemente e le relazioni vengono spinte verso un’intimità che, in realtà, non riesce mai a raggiungere.

Quando il portiere colombiano Renè Higuita trasformò, nell’amichevole tra Inghilterra e Colombia del 1995, lo stadio di Wembley nel più grande palcoscenico che potesse avere a disposizione, il gioco era fatto e venne il momento dello scorpione.

Da anni ormai quel gesto, che poco aveva a che fare con il calcio, era entrato nel patrimonio motorio di Renè dopo essersi palesato, coerentemente con la sua natura, in uno spot televisivo per una bibita.

Dopo averne recuperato le radici possiamo provare a dedurne i significati, chiedendoci se sia stato o meno un gesto  così importante e perchè.

La risposta la troviamo nelle reazioni del pubblico presente quella sera e nelle voci che commentavano la partita, tutti travolti da sorrisi e risate non di scherzo ma di sorpresa.

Higuita fece qualcosa di necessario? Di funzionale?

Assolutamente no!

Avrebbe potuto parare il cross sbagliato di Jamie Redknapp senza nemmeno muoversi ma preferì ricordarci che lui non era come tutti gli altri, così trasformò le sue gambe in una coda a cui, buttandosi verso il terreno, fece frustare il pallone in maniera così violenta da spedirlo fuori dall’area di rigore.

Quel gesto rappresenta il biglietto da visita di un portiere che ci ha riportato alla nostra infanzia quando, imprigionati nel “nostro turno di stare in porta”, scalpitavamo sognando di partire palla al piede dribblando tutti fino ad arrivare a fare  goal.

Vedendo Higuita giocare si percepiva una sensazione d’irrequietezza, l’idea che ricoprisse un ruolo non completamente pacificato, con un fuoco offensivo che non riusciva a placare e che alimentava a folate grazie a quadricipiti da centometrista e a piedi da fantasista.

Il gesto dello scorpione è più vicino ad un momento circense che ad un gesto tecnico ma questo non deve per forza essere un fattore negativo, perché le doti atletiche di Renè sono state parte portante di tutto quello che ha fatto e senza le quali tutto sarebbe stato, allora si, solamente farsesco.

Spesso persone che manifestano caratteristiche istrioniche vivono nell’irrequietezza di percepire le relazioni come costantemente incerte, con la necessità di doverle sempre alimentare, convivendo con un’insicurezza che contrasta con quella costante esibizione di autostima.

Così Higuita ha eseguito lo scorpione come apogeo di una carriera sempre infarcita di giocate non convenzionali, come galoppate palla al piede verso la porta avversaria e punizioni calciate in maniera impeccabile.

Se dovessi scegliere un gesto tecnico simbolo del suo modo d’interpretare il ruolo di portiere sceglierei un’uscita che fece durante i mondiali di Italia 90 per togliere il pallone dalla testa dell’attaccante tedesco Jurgen Klinsmann.

Higuita in quella occasione fece quello che solitamente si fa quando si gioca in porta da bambini e tutto ciò che conta è recuperare il pallone il prima possibile per passarlo rapidamente agli attaccanti, arrivando a prenderlo direttamente dalla testa degli attaccanti sfruttando il privilegio di poter usare le mani.

Durante quei mondiali che consacrarono la Colombia come una nuova realtà del calcio mondiale il nostro eroe visse però anche un clamoroso scivolone, facendosi rubare il pallone dal grande Roger Milla che costò la sconfitta contro il Camerun negli ottavi di finale.

In quella situazione facciamo fatica ad immaginare il vecchio leone africano scrutare video cassette che mostravano il modo di giocare di Renè ma, piuttosto, lo vediamo affidarsi alla sua grande esperienza che gli permise d’intuire il movimento di suola tentato dal suo avversario.

Quando una personalità deve sempre eccedere, debordare, può succedere che arrivi in zone ancora inesplorate, che raggiunga limiti ancora impensabili, risultando sul momento incomprensibile ma venendo poi ridefinita all’avanguardia grazie all’occhio accogliente del tempo.

Possiamo immaginare se Higuita avesse sbagliato nell’eseguire il colpo dello scorpione?

Onestamente io non riesco a farlo!

Penso che fosse così sicuro della riuscita da rasentare l’assoluto e ciò si percepisce dalla pulizia e dalla potenza dell’esecuzione.

Dire che Higuita sia stato il patrigno di tutti i portieri moderni sarebbe corretto?

Io penso di no, perché sono sicuro che se Renè giocasse oggi troverebbe un modo per fare vacillare nuovamente ogni nostra convinzione, per spingerci verso il dubbio se ciò che stiamo vedendo sia reale o un’illusione.

Il suo modo di usare i piedi aveva sicuramente una ricaduta sui suoi compagni di squadra e sulla partita in generale, ma la sensazione che lasciava era quella di un movimento individuale, di un colpo di scalpello nel campo che lasciava tutti tramortiti.

Mi sembra molto difficile parlare di costruzione dal basso vedendo le giocate di Higuita, verrebbe piuttosto più facile pensare a delle fughe solitarie in cui il compagno di squadra diventavano delle sponde o in cui lui fungeva da diversivo.

Quello che, invece, mi sembra sacrosanto riconoscergli sia il senso di libertà che abbia portato nel modo d’interpretare un ruolo sempre definito come solitario, immobile e, a volte quasi alienato.

Higuita ha messo il cuore della squadra in porta, si è proclamato barometro emotivo della partita, indicando con le sue sgroppate dove sarebbe dovuta andare tutta l’energia.

Magari non sarà stato il patrigno dei portieri moderni ma sicuramente è stato la scintilla che ha permesso di rivedere il ruolo da nuove prospettive.

La conclusione dell’esecuzione dello scorpione a Wembley ci restituisce una lettura incredibilmente rivelatrice perché l’arbitro, non appena Higuita ebbe eseguito la sua acrobazia, fischiò un fuorigioco che nessuno si ricorda, relegando quel lampo unico all’oblio del gioco fermo.

Poco prima di concludere la sua performance, intrappolata per sempre nel bianco e nero, il grandissimo Charles Aznavour ci ricordò con la sua voce potente, arrotata da una migrazione francofona, che:

“Non è per vanità
Quel che valgo lo so e ad essere sincero
Solo un vero istrione è grande come me
Ed io ne sono fiero”

BIO: Davide Bellini

  • Sono nato a Sanremo nel 1973 e vivo a Ospedaletti con mia moglie Yerlandys e i nostri due figli, Filippo e Santiago.
  • Dopo la maturità classica al Cassini di Sanremo, in mancanza di alternative significative, mi iscrivo alla statale di Milano, facoltà di lingue. Galleggio per un quadriennio (in realtà è stata piuttosto un’apnea!) mentre nel frattempo la mia passione per la musica spazza via tutto e mi porta e mettere su una band di glam rock (idea geniale da avere a metà anni 90 mentre il mondo è incantato dal Grunge!). Il tempo e il talento non dirompente (diciamola così per salvaguardare l’autostima…) mi hanno aiutato a capire che il sogno della rockstar sarebbe rimasto tale. In nome di quel sogno ho passato 8 mesi a Londra e in quel periodo ho recuperato l’amore per la lettura, in particolare per la psicologia e la filosofia. Dai sogni infranti rinasce la voglia di studiare e d’iscrivermi alla facoltà di psicologia a Pavia dove mi laureo con una tesi sulla delfino terapia applicata all’autismo. Inizio a lavorare nelle scuole all’interno degli sportelli di ascolto e in centri di aggregazione giovanile. In seguito, per 5 anni, ricopro il ruolo di vice direttore di una comunità educativa per minori. Col tempo mi specializzo in psicoterapia a orientamento sistemico-relazionale. Riesco a mescolare la mia passione per lo sport con la mia professione conseguendo un master in psicologia dello sport. Dal 2011 mi dedico esclusivamente all’attività privata di libero professionista come psicologo psicoterapeuta.

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